The Invisible Council
Friedrich Nietzsche - Il professore malato che ricondusse ogni regola morale a un atto di vendetta segreta.

Posto 2

Friedrich Nietzsche

Fu professore a ventiquattro anni, invalido a trentaquattro e folle a quarantaquattro. Nei dieci anni in mezzo scrisse i libri che smontarono la sicurezza morale europea - e poi la sorella, rimaneggiandolo, ne fece ciò che lui aveva passato la vita ad attaccare.

Visse
1844 – 1900
Tradizione
Philosophy · Philology · Ethics
Sul tavolo
Martello
Lettura
47 min

Nel gennaio del 1889, in piazza Carlo Alberto a Torino, un uomo vide un vetturino percuotere un cavallo, attraversò di corsa la piazza, gettò le braccia al collo dell’animale e crollò. Aveva quarantaquattro anni. Non scrisse mai più una frase destinata alla pubblicazione, e visse altri undici anni affidato alle cure della madre e poi della sorella, in gran parte in silenzio.

La storia potrebbe non essere vera. Non compare in nessun resoconto contemporaneo, e tutto il suo peso poggia su una sola intervista di giornale, rilasciata undici anni dopo dall’uomo che gli affittava la stanza. Gli si è attaccata addosso in modo permanente lo stesso, e vale la pena notare perché. Mostra l’uomo che aveva passato un decennio ad attaccare la pietà, disfatto dalla pietà, nel momento preciso in cui la mente cedeva. La tradizione voleva quell’ironia abbastanza da conservarla, che sia accaduta o no.

La sua vita produttiva durò circa quindici anni. La parte che conta ne dura circa dieci. In quel decennio produsse un corpo di opere che rese sostanzialmente più difficile, per gli europei colti, credere che le proprie convinzioni morali fossero evidenti da sé, e poi rimase in silenzio per undici anni mentre la sorella riordinava ciò che aveva lasciato.

Il figlio del pastore

Nacque il 15 ottobre 1844 a Röcken, nella Sassonia prussiana, in una famiglia di clero luterano da entrambi i lati. Il padre Carl Ludwig, pastore, morì nel 1849 di ciò che i medici chiamarono rammollimento del cervello, quando Friedrich aveva quattro anni. Il fratello minore morì sei mesi dopo. La casa che da allora lo crebbe era fatta della madre, della sorella Elisabeth, della nonna e di due zie.

Era un bambino devoto e inquietantemente serio, soprannominato “il piccolo pastore” per la serietà con cui recitava le scritture. A quattordici anni entrò a Schulpforta, il collegio classico più esigente della Germania, e ricevette la formazione che diede forma a tutto ciò che fece in seguito: la filologia - la disciplina tecnica che stabilisce che cosa un testo antico dicesse davvero, e che cosa le sue parole significassero davvero per le persone che le usavano.

Questo conta più di qualunque influenza. Il metodo di Nietzsche, per il resto della vita, è un metodo da filologo applicato alla morale. Il metodo prende una parola, buono, malvagio, colpa, dovere, e non chiede che cosa significhi ma da dove sia venuta, chi la stava usando, e che cosa voleva quando lo faceva.

A Bonn e poi a Lipsia abbandonò la teologia, il che produsse una rottura duratura con la madre. In una libreria antiquaria di Lipsia, nel 1865, trovò Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer e lo lesse, per sua stessa testimonianza, in una specie di febbre. Schopenhauer gli diede la volontà come realtà soggiacente e il mondo come fondamentalmente privo di scopo. Nietzsche tenne per tutta la vita la diagnosi e alla fine ne respinse la prescrizione: dove Schopenhauer concludeva che l’unica risposta decente era rinunciare alla volontà, Nietzsche arrivò a pensare che quella conclusione fosse essa stessa la malattia.

In mezzo ci fu un anno da soldato, e andò male. Servì in un reggimento di artiglieria prussiano a Naumburg dall’autunno del 1867, e nel marzo del 1868, montando a cavallo, urtò il petto contro il pomo della sella e si lacerò due muscoli del fianco. Non riuscì a camminare per mesi. È la prima voce di una storia di malattie che da allora non si chiuse mai più.

Nel 1869, sulla forza dei suoi articoli filologici pubblicati e della straordinaria raccomandazione di Ritschl, Basilea lo nominò professore di filologia classica. Aveva ventiquattro anni, non aveva completato un dottorato, e Lipsia gliene conferì uno senza esame. Accettare una cattedra svizzera significava rinunciare alla nazionalità prussiana; la revoca è datata 17 aprile 1869, non ne prese mai un’altra, e rimase ufficialmente apolide per il resto della vita. L’uomo che scrisse nel modo più severo contro il nazionalismo tedesco non ebbe il passaporto di nessun paese.

Alla guerra tornò comunque. Nell’agosto del 1870 lasciò Basilea per servire come infermiere militare nella campagna franco-prussiana, passò settimane fra i feriti e i morenti, e tornò con la difterite e la dissenteria. Aveva venticinque anni, e da quel punto gli intervalli senza disturbi non durano mai più di qualche mese.

Wagner, e la prima rottura

A Lipsia aveva conosciuto Richard Wagner, di trentun anni più vecchio e in quel momento la personalità artistica più imperiosa d’Europa. Per tre anni Nietzsche fu di fatto un membro della casa Wagner a Tribschen, sul lago sopra Lucerna, e fu la cosa più vicina a una casa che abbia avuto da adulto. Vi aveva una stanza sua, vi passava i Natali, e sbrigava per la famiglia commissioni di un genere che un giovane professore avrebbe potuto ritenere sotto la propria dignità.

La nascita della tragedia (1872) uscì da quel cerchio. Sostiene che la tragedia greca nacque dalla collisione di due forze - l’apollineo, che è forma, individuazione e il bel sogno, e il dionisiaco, che è ebbrezza, dissoluzione e la verità terribile che sta sotto - e che i greci non raggiunsero la serenità evitando l’orrore dell’esistenza ma guardandolo in faccia e trasfigurandolo in arte. Poi arrivò Socrate, fece della ragione il valore supremo, e uccise la tragedia pretendendo che il mondo fosse spiegabile.

Il libro non ha note a piè di pagina e si legge come un manifesto. Finisce proponendo il dramma musicale di Wagner come rinascita del tragico. L’establishment filologico lo distrusse. Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, allora giovane studioso e più tardi il più grande classicista dell’epoca, pubblicò un pamphlet intitolato Zukunftsphilologie! che smontò il libro riga per riga sulle prove, e la carriera accademica di Nietzsche finì di fatto a ventisette anni. Erwin Rohde lo difese, Wagner scrisse una lettera aperta in suo sostegno, e nessuno dei due servì. Gli studenti smisero di iscriversi.

L’amicizia si disfece per gradi anziché in una sola scena. Nel 1877, con la salute di Nietzsche in caduta, Wagner scrisse privatamente al suo medico, Otto Eiser, avanzando l’ipotesi che il guaio fosse la masturbazione eccessiva. Eiser riferì a Nietzsche che cosa l’amico aveva scritto. La furia di Nietzsche per quel tradimento è documentata, e lo stesso Eiser datò più tardi la frattura al momento in cui consegnò la lettera.

Già nel 1876, al primo festival di Bayreuth, ne aveva avuto abbastanza delle folle, del nazionalismo tedesco, dei mecenati e di Wagner stesso. Nel 1878 i due uomini si scambiarono libri, il libretto del Parsifal in una direzione e Umano, troppo umano nell’altra, e non si scrissero mai più. Umano, troppo umano è dedicato alla memoria di Voltaire nel centenario della morte, che era la dichiarazione di appartenenza più chiara che un aforisma potesse fare. Il Parsifal, l’opera cristiana di Wagner, Nietzsche lo lesse come una capitolazione a tutto ciò che avevano disprezzato insieme.

Dalla perdita non si riprese mai del tutto. Wagner morì nel febbraio del 1883, mentre Nietzsche finiva la prima parte dello Zarathustra, ed è presente, di solito sotto attacco, in quasi ogni libro che scrisse in seguito. Due degli ultimi quattro lo riguardano: Il caso Wagner e Nietzsche contra Wagner, il secondo montato quasi per intero con passi già pubblicati, come a dimostrare che non aveva mai cambiato idea e aveva soltanto smesso di essere cortese.

Dieci anni senza indirizzo

Nel 1879, a trentaquattro anni, la malattia lo costrinse fuori da Basilea. Si dimise in giugno e l’università gli concesse una pensione di tremila franchi svizzeri l’anno per sei anni. Aveva emicranie che lo accecavano per giorni, vomito che durava una settimana alla volta, e una vista così debole che a volte non riusciva né a leggere né a scrivere. Descrisse anni in cui era capace di lavorare forse un terzo dei giorni.

Con quella pensione divenne, per il decennio successivo, un uomo senza dimora fissa: Sils-Maria in Engadina d’estate, dove la luce era sopportabile e le camminate erano lunghe, e Genova, Rapallo, Nizza, Torino d’inverno. Scriveva su taccuini camminando. Nel 1882 comprò una sfera scrivente Malling-Hansen, una delle prime macchine per scrivere in commercio, sperando di lavorare a occhi chiusi, e nel giro di mesi era rotta. Molta della forma aforistica è la conseguenza diretta di un corpo che non poteva sostenere un paragrafo.

Nel 1882 conobbe a Roma Lou Salomé, un’intellettuale russa di ventun anni, tramite Malwida von Meysenbug e l’amico Paul Rée. Chiese a Rée di proporle il matrimonio a suo nome e fu rifiutato; si propose lui stesso a Lucerna qualche settimana dopo e fu rifiutato di nuovo. Aveva immaginato una casa filosofica a tre, i tre a leggere e discutere per un inverno a Vienna o a Parigi. Di quel piano sopravvive una fotografia scattata nello studio di Jules Bonnet a Lucerna il 13 maggio 1882: Salomé inginocchiata in un carretto con una frusta, Rée e Nietzsche alle stanghe. Fu Nietzsche a metterla in scena e a insistervi, contro l’obiezione di Rée.

Quel che seguì fu un’umiliazione, resa permanente da Elisabeth, che detestava Salomé e lavorò a distruggere il legame, scrivendo alla madre e alla famiglia di Salomé finché anche l’amicizia con Rée fu perduta. Nelle settimane successive, in uno stato che lui stesso descrisse come vicino al suicidio, scrisse in dieci giorni la prima parte di Così parlò Zarathustra.

I libri vennero in fretta da lì in poi, per lo più a sue spese, per lo più venduti a dozzine. La quarta parte dello Zarathustra fu stampata privatamente in quaranta copie e ne regalò solo una manciata, perché non riusciva a pensare ad abbastanza persone che l’avrebbero capita. Delle seicento copie di Al di là del bene e del male, centoquattordici risultavano vendute un anno dopo la pubblicazione e sessantasei erano state date ai giornali. Fu, a tutti gli effetti pratici, un autore non letto fino all’anno in cui perse la ragione.

Il riconoscimento arrivò appena troppo tardi per essere registrato. Nella primavera del 1888 il critico danese Georg Brandes tenne all’Università di Copenaghen un corso di lezioni intitolato “Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche”, il primo insegnamento universitario in qualunque luogo su un autore vivente che quasi nessuno aveva letto, e attirò un pubblico di trecento persone. Nietzsche, a Torino, ne scrisse ai suoi corrispondenti con il piacere di un uomo che ha aspettato quindici anni una recensione.

L’argomento

La morte di Dio

Il passo famoso è La gaia scienza §125, e quasi tutto, nella lettura corrente, è sbagliato.

Un uomo folle accende una lanterna nel chiaro mattino e corre al mercato gridando che cerca Dio. Le persone lì, che in Dio non credono, ridono di lui. Lui si volta contro di loro, dice che sono loro ad avere ucciso Dio, e poi chiede come ci siano riusciti:

Ma come abbiamo fatto? Come abbiamo potuto bere il mare? Chi ci ha dato la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando abbiamo sciolto questa terra dal suo sole? Verso dove si muove adesso? Verso dove ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non precipitiamo senza posa? All’indietro, di lato, in avanti, in tutte le direzioni? C’è ancora un alto e un basso? Non erriamo come attraverso un nulla infinito? Non ci alita addosso lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? La gaia scienza, §125, trad. Thomas Common

Poi l’uomo folle li guarda, getta a terra la lanterna, e dice di essere venuto troppo presto: il fatto è compiuto ma la notizia non è ancora arrivata a nessuno. Prosegue cantando un requiem nelle chiese, e quando gli si chiede che cosa creda di fare, risponde che le chiese ormai sono le tombe e i monumenti di Dio.

Tre cose seguono da una lettura corretta. Non è un passo trionfante: le immagini sono di vertigine, di freddo e di assassinio. È rivolto agli atei, non ai credenti, e lo scherzo è che le persone che hanno smesso di credere non hanno cominciato a farci i conti. E il problema non è la perdita di una divinità ma la perdita di un fondamento: la morale europea era costruita sull’assunto di un ordine cosmico che la garantiva, quell’assunto se n’è andato in silenzio, e la morale sta ancora lì come un edificio a cui sono state tolte le fondamenta ma che non è ancora caduto.

Lo stesso libro dichiara il punto altre due volte, in lingua più piatta. Al §108 scrive che Dio è morto ma che, essendo gli esseri umani quel che sono, ci saranno forse ancora per millenni caverne in cui se ne mostrerà l’ombra. Al §343, aprendo il quinto libro aggiunto nel 1887, lo chiama il più importante degli eventi recenti: che “Dio è morto”, che la fede nel Dio cristiano è divenuta non più degna di fede, e dice che l’evento è troppo grande perché la maggior parte delle persone ne abbia ricevuto la notizia, compresi quelli che capirebbero all’istante che cosa deve crollare con esso, perché troppo vi era stato costruito sopra, per esempio la nostra intera morale europea.

Il suo nome per la condizione in arrivo è nichilismo: i valori supremi si svalutano da sé. Ne predisse due secoli e si considerò un medico che annuncia una diagnosi, non un partigiano che celebra una vittoria.

La genealogia della morale

Genealogia della morale (1887) è il suo libro più disciplinato, e fa con i concetti morali ciò che era stato addestrato a fare con i testi. Si apre dicendo che noi che conosciamo siamo sconosciuti a noi stessi, e i tre saggi sono un tentativo di stabilire, con le prove, da dove siano venuti i nostri sentimenti più sicuri.

Il primo saggio separa due modi di usare il linguaggio morale. Nel modo più antico, quello dei signori, i forti e i floridi chiamano se stessi buoni, nel senso di nobili, capaci, fortunati, e chiamano ciò che non somiglia a loro cattivo, nel senso di comune, privo di grande interesse. È un’autoaffermazione, e il contrasto è un pensiero successivo.

Il modo degli schiavi rovescia tutto questo, e comincia dal ressentiment: il rancore di chi non può agire la propria ostilità e perciò la recita nell’immaginazione. Qui il punto di partenza è il nemico, dichiarato malvagio, e buono viene definito dopo, come ciò che il malvagio non è. La tesi di Nietzsche è che questo rovesciamento fu una conquista autentica: una rivolta degli schiavi nella morale, condotta da sacerdoti, riuscita così completamente che le sue categorie sembrano ormai evidenti da sé.

Colloca la svolta decisiva in un punto solo, ed è il passo in cui ogni lettore ostile ha da allora scavato come in una cava:

Furono gli ebrei che, in opposizione all’equazione aristocratica (buono = aristocratico = bello = felice = amato dagli dèi), osarono con una logica terrificante suggerire l’equazione contraria, e in effetti sostenere coi denti dell’odio più profondo (l’odio della debolezza) questa equazione contraria, e cioè: “i miserabili soltanto sono i buoni; i poveri, i deboli, gli umili soltanto sono i buoni; i sofferenti, i bisognosi, i malati, i ripugnanti sono i soli pii, i soli benedetti, per loro soltanto è la salvezza”. Genealogia della morale, primo saggio §7, trad. Horace B. Samuel

Che cosa quel passo stia facendo va letto contro ciò che lo stesso libro fa con gli aristocratici. Quattro sezioni più avanti li descrive come una bionda bestia da preda al fondo di ogni razza nobile, a piede libero dopo l’assassinio e l’incendio, e dice che si può essere perfettamente giustificati nell’averne una paura permanente. La bionda bestia è un leone prima di essere un tedesco, e l’aggettivo appartiene all’animale, benché pochi paragrafi dopo scriva della bionda bestia germanica e la qualificazione vada fatta anziché presunta. E la trasvalutazione che accredita ai sacerdoti è, per suo stesso conto, ciò che ha reso interessanti gli esseri umani, perché prima eravamo soltanto un animale ben adattato, e l’intera nostra profondità, la nostra interiorità, la nostra capacità di metterci in questione, ne è il sottoprodotto.

È attento in modi in cui i suoi divulgatori non sono. Sta descrivendo due meccanismi di valutazione, non due razze o due classi di persone, e dice esplicitamente che entrambi operano dentro un singolo individuo.

Il secondo saggio deriva la colpa e la cattiva coscienza dal debito, poiché il tedesco Schuld significa entrambi, e descrive che cosa accade quando un animale costruito per vagare viene rinchiuso dentro una società: gli istinti che non possono scaricarsi all’esterno si rivolgono all’interno, e il risultato è un’anima.

Il terzo saggio chiede che cosa significhino gli ideali ascetici, e arriva alla tesi di più lunga portata del libro: che il sacerdote ascetico diede alla sofferenza un significato, e che questo fu un sollievo enorme, perché gli esseri umani possono sopportare la sofferenza, e ciò che non possono sopportare è la sofferenza senza senso. Perfino il moderno impegno scientifico per la verità a ogni costo, sostiene, è l’ideale ascetico nel suo ultimo costume, e sta ora smontando il Dio che lo produsse. Il saggio finisce sulla frase verso cui l’intero libro ha camminato: la volontà umana ha bisogno di una meta, e vorrà piuttosto il Nulla, che non volere.

Volontà di potenza e prospettivismo

La volontà di potenza è offerta come ipotesi su ciò che i viventi stanno fondamentalmente facendo: non conservarsi e non inseguire il piacere, ma estendersi, scaricarsi, superare resistenze. In Al di là del bene e del male §13 la pone come correzione alla biologia: un essere vivente cerca soprattutto di scaricare la propria forza, e la vita stessa è volontà di potenza; l’autoconservazione ne è soltanto uno dei risultati indiretti e più frequenti.

Nietzsche è al riguardo più cauto di quanto la sua reputazione suggerisca. Là dove la enuncia nel modo più ambizioso, al §36 dello stesso libro, la costruisce con una catena di condizionali: posto che nulla fosse dato come reale se non il nostro mondo di desideri, posto che il pensare fosse soltanto una relazione delle pulsioni fra loro, allora si avrebbe il diritto di definire ogni forza attiva come volontà di potenza. Si legge come un filosofo che espone come dovrebbe apparire un’ipotesi, non come un uomo che annuncia la struttura dell’universo. Funziona al meglio non come metafisica ma come domanda da porre a qualunque valore, dottrina o istituzione: che cosa sta facendo questo per chi lo sostiene?

Il prospettivismo segue. Non c’è sguardo da nessun luogo; ogni atto di conoscenza è compiuto da una posizione, con interessi. La sua formulazione nella Genealogia è precisa e non è il relativismo in cui viene appiattita:

C’è soltanto un vedere prospettico, soltanto un “conoscere” prospettico; e quante più emozioni esprimiamo su una cosa, quanti più occhi, occhi diversi, sappiamo puntare sulla stessa cosa, tanto più completa sarà la nostra “idea” di quella cosa, la nostra “oggettività”. Genealogia della morale, terzo saggio §12, trad. Horace B. Samuel

L’oggettività non è l’assenza di prospettiva ma la disciplina di tenerne molte. La frase immediatamente precedente attacca l’idea di un soggetto della conoscenza puro, senza volontà, senza dolore, senza tempo, come un occhio a cui si chiede di vedere senza essere rivolto in nessuna direzione, il che non è scetticismo sul conoscere ma la pretesa che il conoscere venga descritto onestamente.

L’eterno ritorno

La gaia scienza §341, che Common intitola “The Heaviest Burden”, il peso più grande. Un demone si insinua nella solitudine più solitaria di un uomo e dice questo:

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte; e non ci sarà in essa nulla di nuovo, ma ogni dolore e ogni gioia e ogni pensiero e ogni sospiro, e tutto l’indicibilmente piccolo e grande della tua vita dovrà tornare a te, e tutto nella stessa serie e sequenza La gaia scienza, §341, trad. Thomas Common

Il passo prosegue nominando il ragno e il chiaro di luna fra gli alberi, e questo momento, e il demone stesso, tutti destinati a tornare immutati. Poi pone la domanda. Se chi ascolta si getterebbe a terra a digrignare i denti e a maledire il demone, o se c’è stato nella sua vita un momento immane in cui gli avrebbe risposto che è un dio, e che mai aveva udito nulla di più divino.

Se ci credesse cosmologicamente è discusso. Nei quaderni ci sono tentativi di una prova a partire dall’energia finita nel tempo infinito, e non ne pubblicò nessuno, il che è già una prova di quanto peso volesse far portare alla fisica. Come test è inequivoco, ed è la cosa più affilata che abbia mai congegnato. La domanda che pone non è se una vita sia stata buona. È se la vita è posseduta, e se verrebbe presa di nuovo.

Amor fati

La controparte arriva prima, in testa al quarto libro della Gaia scienza, in una sezione scritta a Genova nel gennaio del 1882 e intitolata “Per il nuovo anno”. Vuole, dice, percepire sempre di più il necessario nelle cose come il bello, e diventare così uno di quelli che rendono belle le cose. Amor fati, amore del fato, sarà d’ora in poi il suo amore. Non farà guerra al brutto, non accuserà, non accuserà nemmeno gli accusatori. Distogliere lo sguardo sarà la sua sola negazione, e desidera essere, da qui in avanti, soltanto uno che dice sì.

Sette anni dopo, nell’ultimo libro che finì, è diventato una definizione:

La mia formula per la grandezza nell’uomo è amor fati: il fatto che un uomo non voglia nulla di diverso, né davanti a sé, né dietro di sé, né per tutta l’eternità. Ecce homo, “Perché sono così accorto” §10, trad. Anthony M. Ludovici

La frase che segue dice che il necessario non va semplicemente sopportato, e tanto meno nascosto, ma amato, e chiama ogni idealismo una menzogna davanti alla necessità.

Vale la pena dire con chiarezza che questo fu scritto da un uomo in dolore quasi costante, che non ebbe più un impiego dopo i trentaquattro anni, i cui libri non vendevano, che fu rifiutato dalla donna che amava, e che avrebbe perso la ragione entro l’anno. Non è la filosofia di una persona fortunata.

Che cosa intendeva Nietzsche con l’Übermensch, e le quattro cose che non è

La parola compare nel prologo di Così parlò Zarathustra ed è annunciata più che definita. Zarathustra scende dalla montagna, dice a una folla in un mercato che l’uomo è qualcosa che deve essere superato, e chiede che cosa abbiano fatto per superarlo. L’uomo è una corda tesa fra l’animale e l’Übermensch, sopra un abisso, e ciò che è grande in un essere umano è che è un ponte e non una meta.

Questo è vicino a essere l’intero contenuto positivo. Nietzsche non descrive mai un Übermensch e non ne identifica mai uno vivente, e il termine quasi scompare dai libri dopo lo Zarathustra. Non è una categoria di Al di là del bene e del male, e la Genealogia usa la parola una volta, di passaggio, per chiamare Napoleone una sintesi di mostro e oltreuomo. Ciò che dice è negativo e coerente, e quattro confusioni possono essere tolte via dal testo.

Non è uno stadio biologico. Il passo del Crepuscolo degli idoli intitolato “Anti-Darwin” respinge il meccanismo in blocco, e in Ecce homo Nietzsche elenca il sospetto di darwinismo fra le letture sbagliate standard della parola. Nulla in Nietzsche ha una specie che evolve verso l’Übermensch, perché nulla in Nietzsche ha una specie che evolve verso alcunché.

Non è una razza, e non è una nazione. Rinunciò alla propria nazionalità, passò l’ultimo anno produttivo a chiamare la Germania la ragione per cui l’Europa non poteva pensare, e riservò il suo disprezzo meno ironico a chi voleva dire la sua sul valore dei popoli e delle razze.

Non è un ideale, nel senso edificante. Lo stesso passo di Ecce homo lamenta che la parola venga intesa quasi ovunque come un tipo superiore di uomo, metà santo e metà genio, che è l’opposto di ciò che un libro scritto dall’annientatore della morale poteva intendere.

Non è Superman. La traduzione di Thomas Common del 1909 usò “Superman”, sulla scia della commedia di Bernard Shaw Man and Superman del 1903, e la parola arrivò in inglese già legata alla prestanza fisica. L’“overman” di Kaufmann è più vicino, più spento e giusto - lo stesso bivio che l’italiano attraversa fra “superuomo” e “oltreuomo”, dove la seconda parola è quella esatta - perché über è una direzione, non una quantità. Il personaggio dei fumetti, creato nel 1938, non ha nulla a che vedere con tutto questo, e ha fatto più di qualunque filosofo per fissare l’immagine sbagliata.

Una cosa taglia nella direzione opposta e i suoi difensori di solito la lasciano fuori. In quella stessa sezione di Ecce homo ricorda di avere detto a qualcuno che l’Übermensch andrebbe cercato piuttosto in un Cesare Borgia che in un Parsifal, e si gode lo sgomento dell’interlocutore. È una provocazione più che una definizione, mirata a un lettore che aveva trasformato la figura in un santo, ma sta sulla pagina e non è cosa da poco.

Ciò che resta, tolte le confusioni, è una proposta su ciò a cui un essere umano potrebbe servire dopo il crollo descritto nella Gaia scienza §125: qualcuno che inventa valori invece di ereditarli, e che non ha bisogno di un mondo dietro questo per sopportare questo. Se sia una filosofia o un segnaposto è una domanda legittima, ed è quella su cui i suoi critici hanno premuto più forte.

L’ultimo uomo, e la felicità di cui Nietzsche aveva paura

Nello stesso prologo, Zarathustra tenta con la folla un secondo approccio. Non essendo riuscito a far loro volere l’Übermensch, offre ciò che chiama la cosa più disprezzabile, l’uomo che non può più disprezzare se stesso:

“Che cos’è l’amore? Che cos’è la creazione? Che cos’è il desiderio? Che cos’è una stella?” Così parlò Zarathustra, prologo §5, trad. Thomas Common

Così chiede l’ultimo uomo, e ammicca. La terra è diventata piccola, e lui vi saltella sopra rendendo piccola ogni cosa. Ha lasciato le regioni dove la vita è dura, perché ha bisogno di calore. Ama ancora il vicino, e gli si strofina contro, per il calore. Ha il suo piccolo piacere per il giorno e il suo piccolo piacere per la notte, con il dovuto riguardo alla salute. È accorto e sa tutto ciò che è accaduto. Abbiamo scoperto la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.

La risposta della folla è la battuta che regge l’intero prologo. Interrompono Zarathustra per chiedergli l’ultimo uomo, e per dirgli che l’oltreuomo può tenerselo.

Vale la pena notare che cosa Nietzsche mette in cima alla lista dei pericoli, perché non è la crudeltà e non è la tirannide. È il conforto amministrato con competenza, l’appagamento senza più alcuna capacità di disprezzo, una civiltà che ha abolito la sofferenza e con essa ogni ragione di diventare qualcosa. L’ultimo uomo è l’unica previsione di Nietzsche che i suoi lettori meno benevoli concedono possa essere giusta.

Che cosa attaccò Nietzsche nel cristianesimo, e l’unico cristiano che esentò

L’Anticristo, scritto nel settembre del 1888 e trattenuto dalla pubblicazione fino al 1895, è la cosa più violenta che abbia scritto, e la sua violenza è mirata con più cura di quanto sembri a prima vista.

La mossa d’apertura del libro è una ridefinizione. Buono è tutto ciò che accresce nell’uomo il sentimento della potenza, la volontà di potenza, la potenza stessa; cattivo è tutto ciò che procede dalla debolezza. Il cristianesimo viene poi valutato contro quel criterio anziché contro il proprio, e trovato essere una preferenza organizzata per i deboli che ha reso duemila anni di europei vergognosi della propria vitalità.

Ma l’attacco seleziona i bersagli. Tratta Gesù come un tipo psicologico e non come un impostore, e il trattamento è stranamente tenero: un uomo di un temperamento particolare che non sapeva opporre resistenza, la cui pratica era un modo di vivere e non un insieme di credenze, e del quale dice, al §31, che è un gran peccato che nessun Dostoevskij vivesse nei paraggi a descriverlo come si deve. Ciò che Nietzsche disprezza è ciò che venne dopo, e specificamente Paolo, che accusa di avere inventato l’intera macchina della colpa, del giudizio, dell’immortalità e della ricompensa, e con ciò di avere convertito un modo di vivere in un sistema di conti.

Quella distinzione produce la riga per cui la sezione è ricordata. All’apertura del §39, dopo avere detto che la parola cristianesimo è essa stessa un malinteso, scrive: in fondo c’è stato un solo cristiano, ed è morto sulla croce.

L’ultima sezione lascia cadere l’analisi:

Io chiamo il cristianesimo la sola grande maledizione, la sola grande depravazione intrinseca, il solo grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, o segreto, sotterraneo e piccolo. L’Anticristo, §62, trad. H. L. Mencken

Lo chiama, subito dopo, l’unica macchia immortale sul genere umano, e finisce proponendo che il calendario sia contato dall’ultimo giorno del cristianesimo anziché dal primo.

Due qualificazioni impediscono che tutto questo sia semplice. È spesso più duro con i moderni successori liberali della chiesa che con la chiesa, sulla base che un cristianesimo che ha rinunciato in silenzio alla propria metafisica tenendosi la morale è la sistemazione più disonesta. E sostiene che la coscienza scientifica che sta ora demolendo la fede cristiana è essa stessa un prodotto cristiano, un addestramento di duemila anni alla veridicità che si è infine rivoltato contro la cosa che lo aveva addestrato. L’attacco è una lite di famiglia, e lo dice lui stesso.

Che cosa pensava Nietzsche di Darwin, e perché non è un darwinista

L’errore è abbastanza comune da meritare una sezione, ed è facile da verificare, perché Nietzsche scrisse un passo con il titolo “Anti-Darwin”.

È il §14 delle Scorribande nel Crepuscolo degli idoli. La famosa lotta per l’esistenza, dice, gli sembra più un’assunzione che un fatto: accade, ma come eccezione, e la condizione generale della vita non è l’indigenza ma l’abbondanza e perfino un’assurda prodigalità. Dove c’è lotta, è una lotta per la potenza e non per la sopravvivenza, e Malthus non va confuso con la natura.

Poi la tesi più tagliente. Ammesso che la lotta avvenga, il suo esito è il rovescio di ciò che la scuola darwiniana si aspetta:

Le specie non evolvono verso la perfezione: i deboli prevalgono sempre sui forti Crepuscolo degli idoli, Scorribande §14, trad. Anthony M. Ludovici

Prevalgono, aggiunge, perché sono la maggioranza e perché sono più accorti, essendo l’intelletto qualcosa che si acquisisce avendone bisogno. Non è un buon argomento contro Darwin, la cui teoria non dice nulla della perfezione e non misura la forza come Nietzsche la misura qui. È nondimeno, con evidenza, un argomento contro di lui, messo in stampa, e liquida l’idea che l’Übermensch sia uno stadio dell’evoluzione o che Nietzsche avesse un qualche interesse ad allevare un organismo superiore. La sua lite con Darwin è che il mondo di Darwin è troppo inglese, troppo prudente, e organizzato attorno al restare vivi, che Nietzsche considera la cosa meno interessante che un organismo faccia.

“Non ci sono fatti, solo interpretazioni”: che cosa scrisse Nietzsche, e dove

La riga è reale e il suo statuto non è quello che internet dà per scontato. Viene da un quaderno del tardo 1886, inedito mentre era in vita, ed è scritta contro un bersaglio specifico. Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni e dice che questi sono soltanto fatti, obietta che i fatti sono precisamente ciò che non c’è, e che ci sono soltanto interpretazioni. Il passo prosegue dicendo che sono i nostri bisogni a interpretare il mondo, e che ogni pulsione ha la sua prospettiva e vorrebbe imporla come norma.

Tre cose ne seguono.

È un appunto di quaderno, non una dottrina che pubblicò, e appartiene al mucchio di materiale più tardi montato come La volontà di potenza. Questo non lo rende inautentico. Significa che non ricevette mai la cornice, le qualificazioni o l’argomento circostante che una frase pubblicata riceve.

È mirata al positivismo, non alla verità. La tesi negata è che sotto le nostre teorie ci sia uno strato di fatto bruto non interpretato dal quale le teorie possano essere verificate. La tesi non è che qualunque resoconto valga quanto qualunque altro, e lo stesso quaderno dice che a interpretare sono i nostri bisogni, che è un’affermazione sulle cause e non una licenza.

E la posizione pubblicata, nel passo della Genealogia citato sopra, punta dall’altra parte. Il rimedio all’avere una prospettiva non è abbandonare l’idea di oggettività ma acquisire più prospettive. Una lettura che fa di Nietzsche un relativista deve spiegare perché l’uomo che starebbe negando i fatti abbia passato un decennio a discutere del registro storico del vocabolario morale, trattando le prove come se potessero decidere la questione.

Nietzsche sulle donne, e chi dice davvero la battuta della frusta

La battuta è l’ultima frase del capitolo “Delle donnette vecchie e giovani” nella prima parte di Così parlò Zarathustra, e non è di Zarathustra.

Il capitolo è una cornice. Zarathustra riferisce che una vecchietta lo fermò e gli chiese di parlare delle donne, e lui consegna allora una serie di pronunciamenti: che la donna è un enigma la cui soluzione è la gravidanza; che l’uomo va educato alla guerra e la donna al riposo del guerriero; che la superficie dell’anima della donna è una pellicola mobile su acqua bassa mentre quella dell’uomo è profonda. La replica della vecchia è asciutta. Gli dice che ha detto molte cose belle, specialmente per chi è abbastanza giovane per esse, e osserva che è strano che Zarathustra conosca così poco le donne e abbia comunque ragione su di loro. Poi gli offre in cambio una piccola verità, e lo avverte di tenerle chiusa la bocca, o si metterà a gridare:

“Vai dalle donne? Non dimenticare la frusta!” Così parlò Zarathustra, “Delle donnette vecchie e giovani”, trad. Thomas Common

Chi la dice cambia che cosa sta facendo. È data come la stoccata di rimando di una donna, in un capitolo la cui battuta è che il profeta è stato assecondato. Nietzsche inoltre fece in modo, circa otto mesi prima di scrivere il capitolo, di farsi fotografare in finimenti davanti a una giovane donna con una frusta in mano, il che suggerisce che sapesse da che parte tagliava l’immagine.

Niente di tutto ciò lo rende un amico della causa. Il discorso qui sopra è suo, e così i §§231-239 di Al di là del bene e del male. La sezione 231 apre la sequenza concedendo che un pensatore non può imparare nulla di nuovo su uomo e donna, che ciò che ha sull’argomento è un granito di pregiudizio non insegnabile, e che quel che segue sono perciò soltanto le sue verità. Poi le dice comunque. La sezione 232 chiama il desiderio di indipendenza della donna uno dei peggiori sviluppi del generale imbruttimento dell’Europa, e sostiene che ciò che ne ha frenato finora le qualità peggiori è la paura degli uomini. Nella pratica, inoltre, prese sul serio le donne intellettuali in un modo che la sua prosa non fa: Lou Salomé, Malwida von Meysenbug, Meta von Salis, Resa von Schirnhofer e Helen Zimmern, che tradusse il libro che maltratta il suo sesso, furono sue corrispondenti e in parecchi casi presero le sue difese. Il divario fra le frasi e la vita è reale, e non è una scusa. È un fatto che riguarda un uomo convinto che i propri pregiudizi fossero dati.

Che cosa Nietzsche doveva a Dostoevskij, e che cosa ne disse davvero

Lo trovò tardi e per caso. Scrivendo a Heinrich Köselitz da Nizza il 7 marzo 1887, descrisse la scoperta come uno di quegli incontri fortuiti in libreria, un nome sconosciuto e un libro aperto a caso, seguiti da un istinto immediato di parentela, esattamente come gli era accaduto con Stendhal. Aveva preso un volume francese intitolato L’esprit souterrain, che risultò contenere una versione delle Memorie dal sottosuolo saldata a un racconto giovanile, e lo lesse in qualcosa di vicino all’ebbrezza. Passò poi per Memorie da una casa di morti, che chiamò uno dei libri più umani che esistano, e per Umiliati e offesi, su raccomandazione di Overbeck.

La frase che tutti citano è dal Crepuscolo degli idoli, scritto l’anno seguente. Discutendo del tipo criminale e della possibilità che sia la società a fabbricarlo, si ferma ad accreditare la propria fonte:

Dostoevskij che, per inciso, è stato l’unico psicologo da cui io avessi qualcosa da imparare: appartiene ai colpi di fortuna più felici della mia vita, più felice ancora della scoperta di Stendhal. Crepuscolo degli idoli, Scorribande §45, trad. Anthony M. Ludovici

Due cose di quel debito vengono di solito esagerate. Lesse Dostoevskij per meno di due anni, in traduzione francese, e non lesse mai per intero I fratelli Karamazov né Delitto e castigo: ciò che ebbe fu il memoriale di prigionia, l’uomo del sottosuolo e un romanzo di umiliazione. E ciò che prese fu psicologico più che religioso. Voleva le prove su ciò che la sofferenza fa a una personalità, e prese i forzati siberiani come dimostrazione che il criminale è un tipo forte nell’ambiente sbagliato. La risposta di Dostoevskij al vuoto che aveva disegnato così bene era Cristo, e Nietzsche, che pensava che Cristo fosse il punto da cui il vuoto era venuto, sembra non essersi mai misurato direttamente con essa.

Lo lodò un’altra volta nell’Anticristo §31, dove dice che l’unica cosa che manca al resoconto su Gesù è un Dostoevskij che lo abbia descritto. È un complimento sorprendente da parte dell’uomo che sta scrivendo il libro intitolato L’Anticristo, ed è la prova più chiara di quanto in alto ne valutasse la psicologia.

Se Nietzsche fu antisemita, e che cosa scrisse agli antisemiti

Questa è la domanda su cui gira l’intera reputazione, e si può rispondere con documenti anziché con impressioni.

I libri pubblicati. Aurora §205, “Il popolo di Israele”, scritto nel 1881, sostiene che gli ebrei d’Europa sono passati per una scuola di diciotto secoli che nessun altro popolo ha attraversato, che la loro capacità di resistere e la loro versatilità intellettuale ne sono il risultato, e che l’Europa deve aspettarsi che ne diventino i padroni, cosa che tratta come un esito da accogliere con favore. Al di là del bene e del male §251 maneggia il tema prima ventriloquizzando a lungo l’istinto tedesco, completo della richiesta di non lasciarne entrare altri, e poi rovesciando il passo: gli ebrei sono, scrive, senza alcun dubbio la razza più forte, più tenace e più pura che oggi viva in Europa; gli antisemiti sono la malattia; e se la Germania vuole essere meno nervosa, sarebbe utile e giusto cacciare dal paese gli schiamazzatori antisemiti. Il passo della Genealogia citato prima è il reperto standard contro di lui, ed è genuinamente ostile a ciò che chiama giudaismo sacerdotale, nello stesso modo e per la stessa ragione per cui è ostile al cristianesimo, che tratta come la sua continuazione e la sua esportazione più riuscita. Nulla in esso è razziale, e gli antisemiti del suo tempo lo lessero e capirono che non era dei loro.

Le lettere. Nel marzo del 1887 Theodor Fritsch, direttore della Antisemitische Correspondenz e più tardi autore di un manuale che il partito nazista avrebbe ristampato per decenni, scrisse a Nietzsche come a un potenziale alleato. Nietzsche rispose il 23 marzo raccomandando a Fritsch di andare a leggere Aurora §205, aggiungendo che gli ebrei gli riuscivano oggettivamente più interessanti dei tedeschi, che contava l’antisemitismo fra le idiosincrasie dello spirito tedesco corrente, e che fra i suoi amici non aveva ebrei, ma nemmeno antisemiti. Fritsch mandò altri numeri. Il 29 marzo Nietzsche li rispedì indietro:

Chiedo però che in futuro non mi si favorisca con questi invii: alla fine temo per la mia pazienza. Mi creda: questo abominevole desiderio di dilettanti chiassosi di dire la loro sul valore degli esseri umani e delle razze, questa sottomissione ad autorità che ogni mente più accurata respinge con freddo disprezzo (per esempio E. Dühring, R. Wagner, Ebrard, Wahrmund, P. de Lagarde: quale di loro è il meno giustificato, il più ingiusto, nelle questioni di morale e di storia?), queste costanti, assurde falsificazioni e manipolazioni dei vaghi concetti germanico, semitico, ariano, cristiano, tedesco, tutto ciò potrebbe alla lunga adirarmi sul serio e trarmi fuori dalla benevolenza ironica con cui ho finora osservato le velleità virtuose e i farisaismi dei tedeschi di oggi. E infine: che cosa crede che io provi quando il nome di Zarathustra è preso in bocca dagli antisemiti? Lettera a Theodor Fritsch, Nizza, 29 marzo 1887, tradotta dal tedesco

Un appunto di quaderno delle stesse settimane è più brusco, e registra che aveva scritto a Fritsch per dargli un buon calcio, e che non c’è in Germania banda più impudente e stupida di questi antisemiti.

La famiglia. Elisabeth aveva sposato nel 1885 Bernhard Förster, uno dei capi del movimento antisemita tedesco e uno dei principali promotori della petizione per limitare i diritti degli ebrei; Nietzsche non andò al matrimonio. Alla fine di dicembre del 1887, avendo trovato il nome di Förster nel giornale di Fritsch, le abbozzò una lettera che sopravvive di suo pugno. Le dice che ora gli è stato mostrato nero su bianco che suo marito non ha abbandonato il movimento, che la separazione fra loro resta così decisa nel modo più assurdo possibile, e le chiede se non abbia capito nulla della ragione per cui lui sta al mondo. Dice che deve ormai difendersi con le mani e con i piedi dall’essere confuso con la canaglia antisemita, che è in stato di autodifesa contro il partito di suo marito, e che gli antisemiti non devono mettere le mani sul suo ideale. Poi una riga su quanto abbia sofferto per il nome di famiglia mescolato al movimento dal matrimonio di lei, e un’osservazione: che è arrivato a pensare delle sorelle all’incirca ciò che ne pensava Schopenhauer, e cioè che sono superflue e causano guai.

L’ultima settimana. Nei primi giorni del gennaio 1889, scrivendo i biglietti che segnano la fine della sua lucidità, l’ossessione è ancora lì. Il 3 gennaio dice a Meta von Salis di avere preso possesso del suo regno, di avere messo il Papa in prigione e di stare facendo fucilare il Kaiser, Bismarck e il predicatore di corte Adolf Stöcker. Attorno al 4 gennaio scrive a Franz e Ida Overbeck di un debito che intende ripagare e chiude: proprio ora sto facendo fucilare tutti gli antisemiti. È firmato Dioniso. Qualunque cosa quel documento provi, non prova simpatia.

Il riassunto onesto è questo. Nietzsche non era antisemita, lo disse ripetutamente e a proprio costo, e per questo ruppe con il suo editore, con il suo eroe e con sua sorella. Fu anche un generalizzatore inesauribile sui popoli, scrisse il passo della Genealogia che da un secolo viene citato contro gli ebrei, e produsse un vocabolario di signori, greggi e allevamento che poté essere sollevato intatto da persone che avrebbe disprezzato. Nietzsche’s Jewish Problem di Robert Holub è il libro che rifiuta di arrotondare l’una o l’altra metà per eccesso o per difetto.

La falsificazione

Crollò a Torino nel gennaio del 1889 e non tornò più. Passò undici anni affidato alle cure della madre e, dopo la morte di lei nel 1897, della sorella.

Elisabeth Förster-Nietzsche è uno degli esecutori letterari più consequenziali della storia, nella direzione sbagliata. Aveva sposato Bernhard Förster nel 1885 e lo aveva seguito in Paraguay, dove il 15 febbraio 1887 fondarono Nueva Germania, una colonia “puramente tedesca” di quattordici famiglie su terra comprata con denaro che non avevano. Il suolo era povero, i coloni cominciarono ad andarsene, i creditori si strinsero attorno, e il 3 giugno 1889, cinque mesi dopo il crollo del fratello, Förster si uccise col veleno in un albergo di San Bernardino. Elisabeth tornò in Germania nel 1893 e raccontò la storia per il resto della vita come un atto di sabotaggio altrui.

Ciò a cui tornò era un invalido i cui libri avevano cominciato, finalmente, a essere letti. Fondò il Nietzsche-Archiv a Naumburg nel 1894 e lo trasferì a Weimar, nella Villa Silberblick, il cui interno Henry van de Velde ridisegnò per lei. Scrisse una biografia in tre volumi, Das Leben Friedrich Nietzsches, fra il 1895 e il 1904, fu candidata quattro volte, sulla forza di quel lavoro, al premio Nobel per la letteratura, e installò il fratello al piano di sopra, vestito di bianco, perché i visitatori lo guardassero.

Poi fece un libro. La volontà di potenza apparve nel 1901 con 483 sezioni, curato da Peter Gast e dai fratelli Ernst e August Horneffer sotto la sua direzione, e di nuovo nel 1906 con 1.067, curato da Elisabeth e Gast. Fu presentato come il capolavoro sistematico verso cui Nietzsche stava costruendo e che non era vissuto abbastanza da finire.

Verso quel libro stava costruendo, e poi si era fermato. Il titolo compare per la prima volta nei suoi appunti alla fine dell’estate del 1885, e alla fine di agosto del 1888 sostituì l’intero piano con uno diverso, la Trasvalutazione di tutti i valori, e attinse agli stessi appunti per scrivere invece il Crepuscolo degli idoli e L’Anticristo. Ciò che i compilatori avevano davanti era dunque una cava, non un manoscritto.

L’accusa precisa conta, perché esagerarla ha permesso al libro di sopravvivere. La sostanza della Volontà di potenza è di Nietzsche: i compilatori non inventarono nessuna filosofia, e ogni idea che contiene si trova nei quaderni. Ciò che inventarono fu il libro, il suo titolo, il suo ordine, i suoi titoletti e in alcuni punti il suo tessuto connettivo, fino alla domanda che Peter Gast scrisse in testa alla sezione 606 e che ogni edizione ha stampato come di Nietzsche. Ciò che fu fatto fu fatto alla disposizione, e Montinari lo contò. Dei 374 frammenti che Nietzsche stesso aveva numerato con questo progetto in mente, 104 furono lasciati del tutto fuori dalla compilazione, e 84 di questi non furono pubblicati da nessuna parte. Dei 270 usati, 137 furono stampati incompleti o alterati, con titoletti rimossi, frasi cadute e passi che stanno insieme spezzati l’uno dall’altro. Nietzsche aveva diviso i primi 300 fra i quattro libri del proprio piano; i compilatori scavalcarono quella divisione in almeno sessantaquattro punti.

Un esempio porta il punto. Il libro si chiude sul §1067, il passo che finisce nominando il mondo come volontà di potenza e nient’altro, collocato come perorazione e letto da generazioni come l’ultima parola di Nietzsche. È un appunto di quaderno della metà del 1885, scritto tre anni prima degli ultimi libri, scelto per l’ultima pagina da curatori che volevano che il volume finisse come una sinfonia.

Le lettere furono trattate peggio degli appunti, e lì la parola falsificazione è esatta. Elisabeth produsse quelle che chiamava Urabschriften, copie originali: trascrizioni di lettere che diceva perdute o distrutte, ricostruite da lei, in cui passi che il fratello aveva scritto alla madre e ad altri ricompaiono indirizzati a lei, e in cui il rapporto appare caldo e continuo. Karl Schlechta espose la pratica nella postfazione filologica alla sua edizione del 1956, e sono coinvolte qualcosa come trenta lettere. Tenne inoltre fuori stampa per vent’anni Ecce homo, con il suo capitolo sul perché i tedeschi sono la ragione per cui nulla può essere capito e le sue osservazioni sulla famiglia, finché fu pubblicato nel 1908 da Raoul Richter.

Visse fino all’8 novembre 1935. Hitler ed Elisabeth si incontrarono la prima volta a una prima teatrale a Weimar nel gennaio del 1932; lui visitò l’archivio il 2 novembre 1933 e vi tornò. Heinrich Hoffmann lo fotografò nella sala di ricevimento mentre contemplava un busto di Nietzsche, e l’immagine andò dappertutto. Lei gli regalò il bastone da passeggio del fratello. L’archivio ricevette denaro dai suoi fondi privati, e furono disegnati progetti per una sala commemorativa. Al funerale di lei, a Weimar, lui era in prima fila.

Lo studio di Walter Kaufmann del 1950 fece la maggior parte del lavoro di separare il filosofo da quell’eredità per i lettori di lingua inglese, e l’edizione critica Colli-Montinari, avviata nel 1967, lo fece per i testi. L’associazione non si è ancora del tutto dissolta, il che è una dimostrazione di una delle tesi di Nietzsche: che cosa una cosa venga presa a significare lo decide chi se ne impadronisce.

Come Nietzsche diventò un autore nazista, e come smise di esserlo

L’archivio fornì il materiale; la lettura andava costruita, e si può datare.

Cominciò prima che il partito esistesse. Durante la prima guerra mondiale il commercio librario tedesco produsse un’edizione da campo resistente di Così parlò Zarathustra per il fronte, e la cifra di solito data è centocinquantamila copie, portate negli zaini accanto al Nuovo Testamento, nella teoria che un libro sulla durezza avrebbe indurito gli uomini. Quasi nulla nello Zarathustra sostiene quell’uso. Andò comunque, e una generazione incontrò Nietzsche come un articolo di equipaggiamento in dotazione.

La versione ufficiale venne nel 1931, da Alfred Bäumler, il cui Nietzsche, der Philosoph und Politiker sosteneva che la volontà di potenza era il centro dell’opera, che lo Stato e il Volk ne erano la conclusione naturale, e che tutto ciò che puntava dall’altra parte poteva essere accantonato. Per arrivarci Bäumler dovette scartare l’eterno ritorno come un’aberrazione, ignorare il cosmopolitismo, ignorare il disprezzo per la Germania, e appoggiarsi quasi per intero alla compilazione che Elisabeth aveva fatto. Fu ricompensato con una cattedra a Berlino nel 1933. La lettura non fu mai universale nemmeno dentro il partito, dove un filosofo che disprezzava lo Stato, il Reich e l’idea di razza era un’eredità difficile, e fu contrastata da chi voleva escluderlo del tutto. I suoi libri furono anche letti contro il regime, da lettori che non avevano nessun altro vocabolario permesso per ciò che stavano guardando.

Il rovesciamento prese due forme. Nietzsche: Philosopher, Psychologist, Antichrist di Kaufmann, del 1950, argomentò il caso in inglese, citando le lettere e i passi che l’archivio aveva sepolto, e funzionò così a fondo che la lagnanza standard su di esso è ormai quella opposta: che Kaufmann produsse un Nietzsche mansueto, apolitico, umanista, che nel testo non c’è nemmeno lui. La seconda forma fu filologica. Giorgio Colli e Mazzino Montinari andarono ai manoscritti negli anni Sessanta e pubblicarono tutto nell’ordine in cui era stato scritto, il che tolse la possibilità di un Nietzsche assemblato su ordinazione, perché ogni lettore può ora vedere la data di ogni riga.

Che cosa accadde a Nietzsche a Torino il 3 gennaio 1889

Il crollo è certo. Il cavallo è una frase in un’intervista.

Nietzsche era a Torino dal settembre del 1888, in stanze di via Carlo Alberto affittate da Davide Fino, un giornalaio, e a dicembre i padroni di casa erano preoccupati. Suonava il pianoforte per ore, cantava, lo si sentiva gridare, e trovarono banconote strappate nel suo cestino della carta. Il 3 gennaio uscì e non tornò da solo. Negli stessi giorni impostò i biglietti firmati Dioniso e Il Crocifisso a Cosima Wagner, Jacob Burckhardt, Georg Brandes, al re d’Italia e al segretario di Stato vaticano. Burckhardt portò il suo a Overbeck, Overbeck venne da Basilea, e il 9 gennaio lo mise su un treno per la clinica psichiatrica di là, dicendogli che andavano a una festa in suo onore.

Tutto ciò che sta in quel paragrafo è documentato da lettere scritte al momento. Il cavallo no. La sua unica fonte è un’intervista che Fino diede a un giornalista senza nome nel 1900, undici anni dopo e l’anno in cui Nietzsche morì, in cui disse che stava camminando lungo via Po quando vide venirgli incontro una folla con in mezzo due guardie municipali, che accompagnavano il professore; che Nietzsche, vedendolo, gli si gettò fra le braccia; e che le guardie dissero di avere trovato lo straniero davanti ai cancelli dell’università aggrappato al collo di un cavallo, che si rifiutava di lasciare andare.

Questo è tutto. Nel racconto di Fino non c’è nessun vetturino e nessuna percossa. Fino non era presente quando accadde, e ripete ciò che gli disse un poliziotto. La versione in circolazione generale, con la fustigazione, il pianto e la scena in piazza Carlo Alberto, fu montata in seguito dai biografi, ognuno dei quali aggiunse un dettaglio plausibile, e le versioni non concordano fra loro sulla piazza, sul sesso dell’animale o sulla sequenza dei fatti.

Perché la storia abbia attecchito è una domanda migliore che chiedersi se sia accaduta. Nietzsche aveva passato i diciotto mesi precedenti a leggere Dostoevskij, nel cui Delitto e castigo Raskol’nikov sogna una giumenta picchiata a morte da una folla e le getta le braccia attorno al muso sanguinante. Un uomo che aveva appena chiamato Dostoevskij l’unico psicologo da cui avesse imparato, che perde la ragione alla maniera di una scena di Dostoevskij, è una storia troppo buona per perderla, e la tradizione ha rifiutato di perderla.

Che cosa fece ammalare Nietzsche, e perché il verdetto della sifilide non è più sicuro

Fu malato per venticinque anni prima di essere folle, e i due fatti sono stati di solito spiegati con una causa sola.

La diagnosi contemporanea, fatta a Basilea e confermata alla clinica di Jena sotto Otto Binswanger, fu paralisi progressiva di origine sifilitica: la paresi generale, lo stadio terziario di un’infezione che si presumeva risalire agli anni di studio o agli ospedali militari del 1870. Corrispondeva alle aspettative del secolo, corrispondeva alle lettere grandiose, e fu registrata come questione chiusa.

Non ha retto bene all’ispezione. Le obiezioni sono cliniche, non sentimentali. La paresi generale, a quell’epoca, uccideva entro due-cinque anni dall’esordio, e Nietzsche visse undici anni, con il declino fisico più rapido di una demenza che per certi aspetti sembra essersi stabilizzata. Le note cliniche non mostrano i classici segni pupillari. Le emicranie severe, la malattia agli occhi e il vomito risalgono alla sua adolescenza, decenni prima di qualunque infezione plausibile, e il padre morì a trentacinque anni di una malattia neurologica che i medici del 1849 chiamarono rammollimento del cervello.

Candidati moderni sono stati argomentati nella letteratura medica e nessuno ha vinto. Un tumore frontale destro, con ogni probabilità un meningioma, fu proposto nel 2003 e rende conto dei sintomi oculari e del cambiamento di personalità. La demenza frontotemporale fu sostenuta da Orth e Trimble nel 2006, sulla base che il comportamento tardo somiglia più a disinibizione che a paresi. Nel 2008 Hemelsoet e colleghi argomentarono il caso della CADASIL, una malattia ereditaria dei piccoli vasi cerebrali che produce emicrania con aura nella prima età adulta, ictus nella mezza età e demenza alla fine, e che spiegherebbe il padre oltre al figlio. È attualmente l’ipotesi più discussa e non è provata; nessun tessuto sopravvive, e la famiglia non è mai stata esaminata.

Ciò che si può dire è più stretto di qualunque etichetta. Fu in dolore reale per la maggior parte della vita adulta, l’opera fu scritta negli intervalli, e il crollo del gennaio 1889 fu la fine di un processo visibile da anni a chiunque leggesse le sue lettere. L’abitudine di trattare la filosofia come sintomo della malattia è più vecchia di ogni diagnosi e non è sostenuta da nessuna.

Le righe che Nietzsche non scrisse mai, e quelle che scrisse

È il filosofo più citato a sproposito della lingua, in parte perché scriveva in aforismi che si staccano puliti e in parte perché il suo tono è facile da contraffare.

La riga più diffusa fra quelle a lui attribuite non è sua. “E quelli che furono visti danzare furono creduti pazzi da quelli che non potevano sentire la musica” non compare da nessuna parte nella sua opera. Affiora come proverbio senza attribuzione nella stampa inglese nel 1927, è citata da George Carlin nel 1997 senza autore, e viene attaccata a Nietzsche per la prima volta in un messaggio su un newsgroup nel 2003. Il suo antenato è una riga del De l’Allemagne di Germaine de Staël, del 1813. L’attribuzione è più giovane di internet.

Parecchie che suonano apocrife sono genuine, e si trovano dove si dice che stiano:

“Ciò che non mi uccide mi rende più forte” è reale, ed è l’ottava delle Maxims and Missiles che aprono il Crepuscolo degli idoli, sotto la rubrica “Dalla scuola di guerra della vita”. Qui è resa in italiano la versione di Ludovici.

“Se un uomo sa il perché della propria esistenza, il come di essa può badare a se stesso” è la dodicesima della stessa serie, che di solito si incontra nella forma compressa su un perché e un come.

“Senza la musica la vita sarebbe un errore” è la trentatreesima, e arriva subito dopo un’osservazione su quanto siano piccole le cose di cui è fatta la felicità, e una cornamusa.

“Chi combatte con i mostri badi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te” è il §146 di Al di là del bene e del male, nella traduzione di Helen Zimmern.

“C’è sempre un po’ di follia nell’amore. Ma c’è sempre anche un po’ di metodo nella follia” è da Così parlò Zarathustra, nel capitolo sul leggere e scrivere, nella traduzione di Common. La versione in larga circolazione ha ragione al posto di metodo, che è di Kaufmann.

“Dio è morto” è reale ed è citata sopra, ed è l’unico caso in cui conoscere la fonte cambia completamente il significato, perché nella Gaia scienza la dice un uomo folle a una folla di non credenti che la trova divertente.

Il test generale è facile da applicare e raramente applicato. Le opere di Nietzsche sono divise in sezioni numerate. Una citazione da lui a cui non si possano dare un libro e un numero di sezione è una citazione senza nulla alle spalle.

Da dove cominciare con Nietzsche, e l’ordine in cui vennero i libri

I libri furono scritti in tre fasi e non si leggono allo stesso modo, che è la ragione per cui tanti lettori rimbalzano sul primo che prendono in mano.

L’opera giovanile è La nascita della tragedia (1872) e le quattro Considerazioni inattuali (dal 1873 al 1876): un giovane classicista che scrive sotto Wagner e Schopenhauer, in paragrafi lunghi, di arte e di cultura. Il periodo di mezzo comincia con Umano, troppo umano (1878) e continua con Aurora (1881) e La gaia scienza (1882): arriva l’aforisma, se ne va la metafisica, e il metodo del chiedere da dove un valore sia venuto viene messo a punto. Il periodo tardo è Così parlò Zarathustra (dal 1883 al 1885), Al di là del bene e del male (1886), Genealogia della morale (1887), e poi l’affollato anno finale, che produsse Il caso Wagner, il Crepuscolo degli idoli, L’Anticristo, Ecce homo e Nietzsche contra Wagner fra la primavera e il dicembre del 1888.

Per una prima lettura, la Genealogia è il libro. Ha tre saggi, una domanda dichiarata, un argomento che si può seguire e contestare, e contiene quasi tutto ciò su cui poggia la reputazione. Il Crepuscolo degli idoli è il migliore campione breve della voce tarda e prende una sera. Al di là del bene e del male è la formulazione più piena ed è più facile dopo la Genealogia che prima.

Lo Zarathustra è il libro famoso e il posto peggiore da cui cominciare. È una parodia della Bibbia luterana scritta da un uomo che presumeva che il suo lettore conoscesse l’originale a memoria, il suo argomento è portato da immagini più che da tesi, e Nietzsche stesso, in Ecce homo, lo tratta come un libro per il quale non esistevano ancora lettori. Ripaga una seconda visita e punisce la prima.

Due cose da evitare all’inizio. La volontà di potenza non è un libro che scrisse, e leggerlo come tale produce un Nietzsche sistematico che non esiste. E il formato a citazioni raccolte, di cui esistono moltissimi esemplari, spoglia via esattamente la cosa che fa delle frasi argomenti anziché slogan, cioè la sezione in cui stanno.

Perché siede a questo tavolo

Siede al posto due, nell’ala sinistra, fra Machiavelli e Dostoevskij, ed è difficile immaginare una collocazione più esatta.

La sua funzione è porre la domanda che nessun altro posto vuole: a chi giova che questo sia chiamato buono? Una volta che una conclusione morale è stata raggiunta, Nietzsche è quello che rifiuta di accettarla per il suo valore facciale e ne chiede il lignaggio - che genere di persona ha avuto bisogno di questo valore, che cosa non era in grado di fare, e su che cosa il chiamarlo virtù le ha permesso di smettere di sentirsi in colpa.

È il consigliere più pericoloso qui, e vale la pena essere precisi sul perché. Non perché le sue conclusioni siano malvagie - molte sono diagnostiche più che prescrittive - ma perché il suo metodo dissolve il terreno sotto ogni altro posto e non offre nulla di solido in cambio. È molto bravo a mostrare che un valore ha una storia e molto meno bravo a dire a qualcuno che cosa fare martedì.

Dall’altra parte del tavolo siedono le quattro figure che passò la vita ad attaccare. Gesù, la cui etica fa risalire al ressentiment - benché distingua con cura fra l’uomo, che tratta con qualcosa di vicino al rispetto, e ciò che Paolo costruì. Buddha, che lesse come il nichilista più onesto della storia, e che perciò ammirò e respinse nello stesso respiro. Platone, a cui imputò l’intero apparato di un mondo più vero dietro questo - il cristianesimo è platonismo per il popolo. Marco Aurelio, la cui rassegnazione stoica chiamerebbe la volontà di potenza rivolta all’interno e battezzata con un nome migliore.

E accanto a lui, al posto tre, l’unico uomo che vide la stessa cosa che vide lui e andò nella direzione opposta. Nietzsche chiamò Dostoevskij l’unico psicologo da cui avesse qualcosa da imparare. Entrambi capirono che un mondo senza Dio finisce in un luogo terribile. Dostoevskij concluse che l’unica uscita era Cristo. Nietzsche concluse che Cristo era il punto dove il guaio era cominciato.

Ciò che il tavolo gli mette davanti è l’accusa a cui non riuscì mai del tutto a rispondere: che l’affermazione che pretendeva è una che lui non raggiunse mai, che l’Übermensch è uno spazio vuoto dove dovrebbe stare una proposta, e che una filosofia che finisce in una piazza di Torino con un uomo che piange su un cavallo ci ha detto qualcosa di sé.

Le opere

  1. 1872

    La nascita della tragediaDie Geburt der Tragödie

    Il primo libro, e quello che chiuse la sua reputazione accademica prima ancora che cominciasse. Sostiene che la tragedia greca nacque dalla tensione fra la forma apollinea e la dissoluzione dionisiaca - e che Socrate la uccise facendo della ragione il valore supremo.

  2. 1873–1876

    Considerazioni inattualiUnzeitgemässe Betrachtungen

    Quattro lunghi saggi: contro David Strauss, sull’utilità e il danno della storia per la vita, su Schopenhauer come educatore, e su Wagner a Bayreuth. Il secondo è ancora letto dagli storici. Il quarto è l’ultima cosa che scrisse da discepolo.

  3. 1878

    Umano, troppo umanoMenschliches, Allzumenschliches

    La rottura con Wagner e con la metafisica, scritta in aforismi e dedicata alla memoria di Voltaire nel centenario della morte. Freddo, analitico, e l’inizio del metodo maturo: prendere un valore nobile e chiedere da dove è venuto.

  4. 1881

    AuroraMorgenröthe

    Sottotitolato "pensieri sui pregiudizi morali". Il più quieto dei libri, e quello che mandava a leggere agli antisemiti, perché il §205 sul popolo di Israele dice il contrario di ciò che si aspettavano.

  5. 1882

    La gaia scienzaDie fröhliche Wissenschaft

    Contiene l’uomo folle che annuncia la morte di Dio (§125) e la prima formulazione dell’eterno ritorno (§341). Un quinto libro fu aggiunto nel 1887. Il titolo significa qualcosa di più vicino alla "scienza gioiosa" - l’arte del trovatore, non una disciplina.

  6. 1883–1885

    Così parlò ZarathustraAlso sprach Zarathustra

    Quattro parti, scritte in raffiche di dieci giorni ciascuna. Una parodia biblica in cui un profeta scende da una montagna per annunciare l’Übermensch. Il suo libro più famoso, il meno argomentativo, e quello che riteneva il migliore. La quarta parte fu stampata privatamente in quaranta copie.

  7. 1886

    Al di là del bene e del maleJenseits von Gut und Böse

    Il ritorno alla prosa dopo lo Zarathustra, e la formulazione singola più chiara della filosofia matura: il prospettivismo, la volontà di potenza, la critica dei filosofi come autobiografi inconsapevoli. Stampato a sue spese in 600 copie.

  8. 1887

    Genealogia della moraleZur Genealogie der Moral

    Tre saggi, il suo libro più sostenuto e disciplinato. Dove la morale dei signori e degli schiavi, il ressentiment, la cattiva coscienza e l’ideale ascetico sono esposti come storia e non come asserzione.

  9. 1888

    Il caso Wagner · Nietzsche contra WagnerDer Fall Wagner · Nietzsche contra Wagner

    Due brevi polemiche contro l’uomo che era stato il centro dei suoi vent’anni. La seconda è montata quasi per intero con passi già pubblicati, che è il suo modo di dire che la rottura non fu mai un cambiamento di idea.

  10. 1888

    Crepuscolo degli idoli · L’Anticristo · Ecce homo

    L’ultimo anno produttivo, in cui scrisse quattro libri fra la fine di agosto e la metà di dicembre. Il Crepuscolo prese nove giorni, fra il 26 agosto e il 3 settembre 1888. La prosa è al suo punto più affilato e l’autovalutazione comincia a slittare: Ecce homo ha capitoli intitolati "Perché sono così saggio" e "Perché scrivo libri così buoni".

  11. 1901, ampliato nel 1906

    La volontà di potenzaDer Wille zur Macht

    Non un libro che scrisse lui. Una scelta dai suoi quaderni, ordinata dopo il crollo dalla sorella e da Peter Gast e presentata come il capolavoro mai terminato. Figura qui perché i lettori lo cercano, e perché sapere che cosa è cambia il modo in cui va letta ogni sua riga.

Dove le risposte si separano

La stessa domanda, letta in altro modo dai posti vicini.

  • Niccolò Machiavelli

    Se l’uomo forte sia ammirevole

    Nietzsche lesse Machiavelli con delizia e rivendicò la stessa aria pulita - lo stesso rifiuto di moraleggiare sul potere. Ma Machiavelli voleva che una repubblica sopravvivesse a un secolo di invasioni, e Nietzsche voleva che un individuo eccezionale sfuggisse al gregge. Uno è un funzionario che pensa allo Stato; l’altro considera gli Stati il più freddo di tutti i freddi mostri. Il loro accordo è reale e più superficiale di quanto sembri.

  • Fëdor Dostoevskij

    Che cosa segue quando Dio se ne va

    Nietzsche chiamò Dostoevskij l’unico psicologo da cui avesse qualcosa da imparare, e lo lesse tardi e con fame. Diagnosticano la stessa malattia e prescrivono cure opposte: per Dostoevskij un mondo senza Dio finisce nella scure di Raskol’nikov e nel crollo di Ivan, e l’uscita è Cristo; per Nietzsche, Cristo è l’origine della malattia. Due uomini che guardano la stessa ferita dai due lati opposti del letto.

  • Platone

    Se dietro questo mondo ce ne sia uno più vero

    La prefazione di Al di là del bene e del male chiama il cristianesimo platonismo per il popolo, un’accusa che mira oltre il cristianesimo alla sua fonte. La tesi di Nietzsche è che l’invenzione di un mondo più vero altrove è ciò che ha insegnato all’Europa a tenere a poco prezzo questo, e che ogni versione successiva della mossa - il regno dei cieli, la cosa in sé, la legge morale - è la stessa manovra con abiti nuovi. Platone risponderebbe che un mondo senza un criterio sopra di sé non può essere criticato affatto, soltanto descritto.

Indice

Che cosa significa davvero "Dio è morto"?

Non che una divinità sia spirata, e non un vanto. Nella Gaia scienza la frase è detta da un uomo folle che irrompe in un mercato di non credenti e scopre che non capiscono che cosa è accaduto. La tesi è storica: la fede nel Dio cristiano ha smesso di essere plausibile per gli europei colti, quella fede era il fondamento della morale europea, e nessuno si è accorto che il fondamento non c’è più. La sua parola per ciò che segue è nichilismo, una catastrofe da attraversare piuttosto che una liberazione da celebrare.

Nietzsche era nazista o antisemita?

No, e le prove sono insolitamente chiare. Ruppe con Wagner anche per l’antisemitismo, ruppe con la sorella per il matrimonio con l’attivista antisemita Bernhard Förster, e scrisse con disprezzo del nazionalismo tedesco e degli "schiamazzatori antisemiti" nei libri pubblicati e nelle lettere. L’associazione fu fabbricata dopo il crollo da Elisabeth Förster-Nietzsche, che controllava l’archivio, montò La volontà di potenza da appunti scartati e coltivò per decenni il partito nazista.

Che cos’è la volontà di potenza?

La sua risposta proposta alla domanda su che cosa i viventi stiano fondamentalmente facendo: non sopravvivere, e non cercare piacere, ma estendere e scaricare la propria forza. La offre come ipotesi più che come fatto metafisico, e funziona soprattutto come strumento interpretativo - un modo di chiedere che cosa un valore, un’istituzione o una filosofia stia facendo per chi la sostiene.

Che cos’è l’eterno ritorno?

Un esperimento mentale prima che una cosmologia. Un demone annuncia che questa esatta vita sarà vissuta di nuovo, infinite volte, senza nulla di nuovo, fino a ogni dolore e ogni sospiro nello stesso ordine. Se la cosa cada addosso come un peso schiacciante o come la cosa più divina mai udita è l’intero contenuto della prova, e Nietzsche la usa per separare una vita che è stata affermata da una vita che è stata soltanto sopportata.

Che cos’è l’Übermensch?

Alla lettera "oltreuomo" - qualcuno che crea valori invece di ereditarli, dopo il crollo del vecchio fondamento. Sul contenuto resta deliberatamente vago, e il concetto compare soprattutto nello Zarathustra per poi quasi sparire dai libri successivi. La figura muscolare e razziale del Novecento non è nel testo.

Nietzsche scrisse La volontà di potenza?

No. Progettò un libro con quel titolo dal 1885 e abbandonò il piano nella tarda estate del 1888, sostituendolo con un progetto diverso. Il libro pubblicato nel 1901 e ampliato nel 1906 fu compilato dai suoi quaderni dalla sorella e da Peter Gast. Montinari contò il danno: dei 374 frammenti che Nietzsche stesso aveva numerato per il progetto, 104 furono lasciati fuori, 137 dei restanti furono stampati incompleti o alterati, e la sua divisione in quattro libri fu scavalcata almeno sessantaquattro volte.

Nietzsche crollò davvero abbracciando un cavallo a Torino?

Il crollo è reale e datato al 3 gennaio 1889. Il cavallo poggia su una sola fonte: un’intervista rilasciata nel 1900, undici anni dopo, dal suo padrone di casa torinese Davide Fino, che non fu testimone e riferiva ciò che gli avevano detto due guardie municipali. In quel racconto non ci sono vetturini e non ci sono percosse. Il cocchiere con la frusta entrò nella storia più tardi, di racconto in racconto.

Nietzsche disse "non ci sono fatti, solo interpretazioni"?

Scrisse qualcosa di molto vicino, ma non in un libro. La riga viene da un appunto di quaderno del tardo 1886, pubblicato solo dopo la morte, ed è puntata contro il positivismo più che contro la verità in generale. La posizione pubblicata, enunciata nella Genealogia, è l’opposto del relativismo: l’oggettività è la disciplina di portare molte prospettive su una cosa sola invece di fingere di stare fuori da tutte.

Che cosa disse Nietzsche sulle donne e sulla frusta?

La riga "non dimenticare la frusta" chiude il capitolo "Delle donnette vecchie e giovani" in Così parlò Zarathustra, e non è Zarathustra a dirla. È una vecchietta, che gli consegna una verità in cambio del suo discorso sulle donne, del quale gli ha appena detto che è sbagliato quasi in ogni punto. Le osservazioni pubblicate sulle donne altrove sono genuinamente sprezzanti e la cornice qui non le cancella.

Da dove cominciare con Nietzsche?

Non dallo Zarathustra, che è il libro famoso e il più difficile da leggere a freddo. Genealogia della morale è il libro disciplinato e il migliore ingresso: tre saggi, un argomento che si può seguire, e tutto ciò su cui poggia la reputazione successiva. Crepuscolo degli idoli funziona come breve campione della voce tarda. Al di là del bene e del male viene dopo, e lo Zarathustra quando c’è una ragione per volerlo.

Fonti e letture

  • Nietzsche, FriedrichThe Joyful Wisdom (The Gay Science)1882Le citazioni qui presenti vengono dalla traduzione di pubblico dominio di Thomas Common (1910), verificata sul testo. L’edizione Cambridge, trad. Josefine Nauckhoff, a cura di Bernard Williams (2001), è lo standard moderno.
  • Nietzsche, FriedrichThus Spake Zarathustra1883–1885Citazioni dalla traduzione di pubblico dominio di Thomas Common (1909), che rende Übermensch con "Superman". L’"overman" di Kaufmann è la parola migliore e la scelta moderna standard.
  • Nietzsche, FriedrichBeyond Good and Evil1886Citazioni dalla traduzione di pubblico dominio di Helen Zimmern (1907). La trascrizione di Project Gutenberg rende i corsivi dell’edizione a stampa in maiuscoletto; qui l’enfasi è composta in tondo.
  • Nietzsche, FriedrichOn the Genealogy of Morals1887Citazioni dalla traduzione di pubblico dominio di Horace B. Samuel (1913). L’edizione Cambridge, trad. Carol Diethe, a cura di Keith Ansell-Pearson (2006), è lo standard moderno.
  • Nietzsche, FriedrichTwilight of the Idols · Ecce Homo1888Citazioni dalle traduzioni di pubblico dominio di Anthony M. Ludovici (1911). Ludovici intitola gli aforismi d’apertura "Maxims and Missiles"; altri traduttori hanno "Maxims and Arrows".
  • Nietzsche, FriedrichThe Antichrist1888Citazioni dalla traduzione di pubblico dominio di H. L. Mencken (1918).
  • Nietzsche, FriedrichThe Dawn of Day (Daybreak)1881Citazioni dalla traduzione di pubblico dominio di J. M. Kennedy (1911). Il §205, "Il popolo di Israele", è il passo che Nietzsche disse a Theodor Fritsch di andare a leggere.
  • Nietzsche, FriedrichBriefwechsel: Kritische GesamtausgabeLe lettere a Theodor Fritsch del 23 e del 29 marzo 1887, la brutta copia a Elisabeth Förster-Nietzsche del tardo dicembre 1887, e i biglietti da Torino dei primi di gennaio 1889. Le traduzioni in questo articolo sono condotte sul tedesco.
  • Montinari, Mazzino"Nietzsche’s Unpublished Writings from 1885 to 1888; or, Textual Criticism and the Will to Power", in Reading Nietzsche2003Trad. Greg Whitlock. Il resoconto forense di come fu fatta la compilazione, e la fonte dei conteggi dati qui.
  • Colli, Giorgio and Montinari, MazzinoFriedrich Nietzsche: Werke, Kritische Gesamtausgabe1967 in poiL’edizione critica che sostituì i testi dell’archivio. La Kritische Studienausgabe tascabile in quindici volumi è la versione di lavoro.
  • Schlechta, KarlFriedrich Nietzsche: Werke in drei Bänden, vol. 31956La postfazione filologica, le cui pp. 1408–1423 espongono le lettere fabbricate da Elisabeth Förster-Nietzsche.
  • Kaufmann, WalterNietzsche: Philosopher, Psychologist, Antichrist1950Il libro che separò Nietzsche dalla lettura nazista nel mondo di lingua inglese. Oggi criticato per averlo addomesticato troppo, il che è un segno che funzionò.
  • Young, JulianFriedrich Nietzsche: A Philosophical Biography2010La biografia moderna più completa, e attenta alla relazione fra la malattia e l’opera.
  • Clark, MaudemarieNietzsche on Truth and Philosophy1990
  • Leiter, BrianNietzsche on Morality2002
  • Diethe, CarolNietzsche’s Sister and the Will to Power2003Su Elisabeth Förster-Nietzsche e la fabbricazione dell’eredità.
  • Holub, Robert C.Nietzsche’s Jewish Problem: Between Anti-Semitism and Anti-Judaism2015Il libro meno comodo sull’argomento, e la ragione per cui la risposta qui è data con date anziché con slogan.
  • Whyte, Max"The Uses and Abuses of Nietzsche in the Third Reich: Alfred Baeumler’s Heroic Realism"2008Journal of Contemporary History 43(2). Su come fu costruita la lettura nazista ufficiale.
  • Townsend, Chris"Nietzsche’s Horse"2017Risale dal cavallo di Torino alla sua unica fonte e la riproduce. Il migliore resoconto breve di come la storia fu fatta.
  • Sax, Leonard"What was the cause of Nietzsche’s dementia?"2003Journal of Medical Biography 11(1). Argomenta per un tumore a crescita lenta sul lato destro.
  • Orth, Michael and Trimble, Michael R."Friedrich Nietzsche’s mental illness: general paralysis of the insane vs. frontotemporal dementia"2006Acta Psychiatrica Scandinavica 114(6).
  • Hemelsoet, D., Hemelsoet, K. and Devreese, D."The neurological illness of Friedrich Nietzsche"2008Acta Neurologica Belgica 108(1). L’articolo che mise la CADASIL nella discussione.
  • Huang, Jing"Did Nietzsche want his notes burned? Some reflections on the Nachlass problem"2019British Journal for the History of Philosophy 27(6). Sgonfia la storia del rogo senza salvare la compilazione.
  • Safranski, RüdigerNietzsche: A Philosophical Biography2002

Ultima revisione:

Un messaggio quando esce un episodio

Una mail ogni volta che un episodio viene pubblicato, e nient’altro. Mai.