Nel 399 a.C. una giuria ateniese di cinquecento cittadini votò, con scarto esiguo, che un uomo di settant’anni che aveva passato la vita a fare domande nella piazza del mercato era colpevole di empietà e di corruzione dei giovani. Gli fu data la cicuta. Fra i giovani che lo avevano seguito c’era un aristocratico di circa ventotto anni chiamato Platone, un nome che i biografi antichi glossano come largo, per le spalle o per la fronte.
Tutto ciò che Platone scrisse in seguito discende da quel pomeriggio. La sfiducia nella democrazia, l’insistenza che la maggior parte delle persone scambia le ombre per la realtà, la convinzione che il bene sia qualcosa verso cui bisogna essere rivolti per vederlo - tutto viene da un giovane che guarda una città mettere a morte il suo uomo migliore per alzata di mano, legalmente, in buon ordine.
L’aristocratico
Nacque intorno al 428-424 a.C. in una delle famiglie più illustri di Atene, imparentata per parte di madre con Solone il legislatore. Due suoi parenti - lo zio Carmide e Crizia, cugino della madre - divennero membri dei Trenta Tiranni, l’oligarchia insediata da Sparta dopo la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso nel 404. I loro otto mesi al potere comportarono forse millecinquecento esecuzioni.
Vale la pena tenerlo fermo, perché significa che Platone non era un uomo che aveva visto fallire soltanto la democrazia. Aveva visto fallire prima l’alternativa aristocratica, condotta dai suoi stessi parenti, e in modo peggiore. Nella Settima Lettera - la cui autenticità è discussa ma il cui racconto è plausibile - descrive la speranza che i Trenta portassero giustizia, la vista di ciò che fecero davvero, e la conclusione che la città esistente era irrecuperabile. Poi la democrazia restaurata uccise Socrate, e ne concluse che la malattia era generale.
La famiglia è insolitamente ben documentata per l’epoca. Il padre Aristone rivendicava la discendenza da Codro, ultimo re di Atene; la madre Perictione faceva risalire la propria linea a Dropide, parente di Solone. Due fratelli di Platone, Glaucone e Adimanto, sono gli uomini che discutono con Socrate lungo nove libri della Repubblica, il che significa che la conversazione più famosa della filosofia è messa in scena dentro la sua stessa famiglia. La sorella Potone fu la madre di Speusippo, che avrebbe diretto l’Accademia dopo di lui.
La datazione non è sicura. Diogene Laerzio dà il 428/427 a.C., e la cifra è ripetuta ovunque; Debra Nails, che ha ricostruito la famiglia dalle iscrizioni e dalla prosopografia, argomenta per il 424/423. In ogni caso Platone fu bambino durante la peste, ragazzo durante il disastro di Sicilia del 413, e in età militare durante le ultime convulsioni di una guerra cominciata prima della sua nascita e che Atene perse quando lui era sui vent’anni. Non vide mai la città al suo apice. Ne vide l’intero crollo.
Aveva in mente una carriera politica. Disse di avervi rinunciato, che gli Stati del suo tempo erano tutti mal governati, e che il genere umano non avrebbe avuto tregua dai mali finché o i filosofi non avessero ricevuto il governo o i governanti non si fossero messi a filosofare.
non vi sarà cessazione dei mali per i figli degli uomini finché o coloro che perseguono una filosofia retta e vera non ricevano il potere sovrano negli Stati, o coloro che negli Stati detengono il potere, per qualche disposizione della provvidenza, non diventino veri filosofi. Settima Lettera 326a-b, trad. J. Harward
Dopo l’esecuzione viaggiò - Megara, probabilmente l’Egitto e Cirene, e l’Italia meridionale, dove incontrò i pitagorici, dai quali sembra aver preso il misticismo matematico e la dottrina della trasmigrazione dell’anima.
Se il vero nome di Platone fosse Aristocle
Quasi ogni profilo di Platone ripete la storia secondo cui nacque Aristocle e ricevette Platone come soprannome. Viene da un solo luogo: Diogene Laerzio, libro III, sezione 4, che cita Alessandro Poliistore, un compilatore del I secolo a.C. Diogene scriveva nel III secolo d.C., all’incirca seicento anni dopo i fatti.
Il passo non ispira fiducia. Dice che Platone prese il nome dal nonno Aristocle, e poi offre tre spiegazioni distinte per il nome nuovo: che gliel’avrebbe dato il suo maestro di lotta, Aristone di Argo, per la corporatura larga; che verrebbe dall’ampiezza del suo stile; che verrebbe dall’ampiezza della sua fronte. Tre etimologie incompatibili in un solo paragrafo sono la firma di una congettura, non di un documento.
La ricerca moderna respinge in larga parte la tradizione. Platon è un nome ateniese ordinario, attestato in modo indipendente, e non c’è ragione per cui un uomo non possa averlo semplicemente ricevuto. Nulla di contemporaneo lo chiama Aristocle. Lo stesso capitolo di Diogene riferisce anche che Platone stava per presentare una tragedia a un concorso, sentì parlare Socrate, e bruciò i suoi versi sul posto con una battuta in poesia sul bisogno del dio del fuoco, che è una bella storia e non una prova.
Ciò che sopravvive della storia è un fatto reale che le sta sotto: la biografia antica dei filosofi era un genere con le sue convenzioni, e una di queste era spiegare un nome famoso. Il nome del filosofo più famoso del mondo attirò il trattamento che avrebbe attirato per chiunque.
Ciò che l’Apologia di Platone riferisce del processo di Socrate
Il processo si tenne nel 399 a.C. davanti a una giuria estratta a sorte, cinquecento cittadini nella ricostruzione consueta, con tre accusatori: Meleto, che presentò l’atto d’accusa, sostenuto da Anito, politico democratico di peso, e Licone.
Socrate legge l’atto ad alta voce. Nella resa di Jowett vi si dice che è un malfattore che corrompe i giovani, e che non crede negli dèi della città ma ha altre nuove divinità sue. Questa è l’intera accusa: empietà, e corruzione dei giovani. Nulla vi menziona la politica, benché Crizia e Alcibiade fossero entrambi stati nella sua cerchia e l’amnistia del 403 vietasse i processi per atti commessi sotto i Trenta.
Prima di rispondervi, Socrate affronta quella che chiama l’accusa più vecchia: la fama, vecchia di decenni, di studiare le cose del cielo e di sotto terra e di rendere più forte l’argomento più debole. Ne nomina la fonte senza troppa delicatezza. Aristofane lo aveva messo in scena nelle Nuvole nel 423, sospeso in una cesta, a capo di una scuola di elusione sofistica. Una commedia rappresentata quando Socrate aveva circa quarantacinque anni era ancora nella testa della giuria quando ne aveva settanta.
Poi la storia dell’oracolo. Cherefonte, un amico impetuoso, era andato a Delfi a chiedere se ci fosse qualcuno più sapiente di Socrate, e la Pizia rispose che nessun uomo lo era. Socrate racconta di essersi messo a confutare il responso cercando qualcuno più sapiente, e di aver interrogato i politici, poi i poeti, poi gli artigiani. I politici credevano di sapere e non sapevano. I poeti non sapevano spiegare le proprie opere. Gli artigiani conoscevano davvero i loro mestieri e ne inferivano di conoscere tutto il resto.
Ciò che ne conclude è la frase che divenne più tardi uno slogan, e lo slogan non è ciò che dice. Non dice di sapere di non sapere nulla. Dice qualcosa di più stretto e di più difendibile:
egli non sa nulla, e crede di sapere; io non so né credo di sapere. Apologia 21d, trad. Benjamin Jowett
L’affermazione riguarda uno stato di secondo ordine, non uno scetticismo totale. Socrate prosegue nello stesso discorso affermando con sicurezza parecchie cose: che è peggio commettere ingiustizia che subirla, che nessun male può toccare a un uomo buono, che possiede un segno divino che lo trattiene ma non lo istruisce mai.
Descrive la propria funzione come quella di un tafano attaccato a un cavallo grande e pigro. Rifiuta di proporre l’esilio, o il silenzio, perché una vita senza esame non sarebbe degna di essere vissuta. E non offre alla giuria alcuna pietà: niente figli in lacrime, niente suppliche, che erano prassi corrente e la cui assenza venne notata.
Il voto è serrato. Socrate osserva che uno spostamento di trenta voti lo avrebbe assolto, il che pone il conteggio all’incirca a duecentottanta contro duecentoventi. La procedura ateniese esigeva poi che le due parti proponessero una pena. Meleto propose la morte. Socrate propose pasti gratuiti a spese pubbliche, come fosse un vincitore olimpico, poi offrì una multa di una mina, che era quasi nulla, e fu portata a trenta dagli amici che se ne fecero garanti. Platone è nominato fra i garanti.
È nominato due volte nell’Apologia e una volta ancora nel Fedone, dove l’elenco dei presenti nell’ultimo giorno include la nota che Platone, se il narratore non si sbaglia, era malato. Tre menzioni nell’intero corpus, e una di esse è un’assenza.
Jowett, nella propria introduzione, dà il verdetto più equo disponibile su che cosa sia l’Apologia: respira lo spirito di Socrate, ma è stata rifusa nello stampo di Platone. È un’arringa difensiva scritta da un uomo di parte, pubblicata anni dopo, per lettori che avevano votato.
Siracusa
Tre volte andò in Sicilia per mettere la teoria alla prova dei fatti, e tre volte andò male.
La prima visita, intorno al 387, fu alla corte di Dionisio I di Siracusa. Finì con Platone in qualche modo venduto come schiavo - le fonti dicono che fu Dionisio a disporlo - e riscattato da un amico a Egina.
Dionisio I morì nel 367 e il figlio gli succedette. Dione, zio del giovane nonché amico e allievo di Platone, chiamò Platone perché educasse il nuovo tiranno a diventare un re filosofo. Platone andò, a sessant’anni. Dionisio II si rivelò vanitoso e geloso, esiliò Dione nel giro di pochi mesi, e trattenne Platone a corte in qualcosa di vicino agli arresti domiciliari.
Platone andò una terza volta, intorno al 361, e fu peggio: fu trattenuto, corse un pericolo reale, e ne uscì grazie all’intervento del pitagorico Archita di Taranto. Dione più tardi prese Siracusa con la forza e fu assassinato da un altro dei sodali di Platone.
Il fallimento è più specifico di quanto il riassunto suggerisca. Dionisio I aveva governato Siracusa per trentotto anni e ne aveva fatto la più forte potenza dell’Occidente greco. Dione era suo cognato e zio del suo erede, e leggeva Platone da vent’anni. Archita di Taranto, che tirò fuori Platone nel 361, era un matematico di primissimo rango eletto stratego della sua città sette volte, ed è quanto di più vicino a un autentico governante filosofo il mondo antico abbia prodotto. L’uomo che Platone aveva per le mani non era il tiranno. Era l’amico del tiranno.
Dione prese Siracusa con la forza nel 357 con un piccolo esercito di mercenari, perse la fiducia della città entro tre anni governando nel modo in cui gli era stato insegnato, e fu ucciso nel 354 da Callippo, un ateniese venuto con lui dall’Accademia. La Settima Lettera, se è di Platone, fu scritta ai sostenitori di Dione dopo quell’omicidio, e si legge come l’autodifesa di un uomo a cui viene chiesto perché il suo insegnamento avesse prodotto un colpo di Stato.
Così il padre dell’idea del re filosofo la tentò, tre volte, e produsse una riduzione in schiavitù, un arresto domiciliare e un omicidio. Aveva settant’anni. Scrisse dopo di ciò le Leggi - una città di ripiego, retta da leggi codificate anziché da un governante saggio, disegnata per le persone come sono.
Se Platone fu venduto come schiavo, e se la Settima Lettera è sua
Due dei fatti più citati della vita di Platone poggiano su prove di cui gli specialisti non si fanno garanti, e in entrambi i casi l’incertezza è la cosa più interessante.
La schiavitù. Diogene Laerzio riferisce che, dopo un litigio con Dionisio I, Platone fu consegnato a un inviato spartano di nome Pollide, portato a Egina e venduto al mercato. Anniceride di Cirene si trovava per caso presente e lo riscattò per venti mine, benché altre fonti nello stesso paragrafo dicano trenta. Diogene aggiunge che gli amici di Platone cercarono di restituire il denaro, che Anniceride lo rifiutò, e che la somma servì invece a comprare il terreno nell’Accademia.
Ogni elemento di quella storia è tardo. Diogene scriveva circa sei secoli dopo. La cifra del riscatto è già contestata nella sua stessa fonte. Plutarco e Diodoro danno versioni che non concordano né con essa né fra loro. E il racconto svolge un’evidente funzione morale: il filosofo messo a prezzo in un mercato di schiavi, indifferente, ricomprato da uno sconosciuto che capisce quanto vale.
Nel 2024 la questione si è mossa, di poco, per la prima volta dopo molto tempo. Un progetto dell’Università di Pisa diretto da Graziano Ranocchia ha applicato immagini a infrarossi, ultravioletti e tomografiche a un rotolo carbonizzato di Ercolano contenente la Storia dell’Accademia di Filodemo di Gadara, e ha recuperato all’incirca mille parole nuove, circa un terzo del testo. Ne sono uscite due affermazioni. Platone fu sepolto in un giardino privato accanto al sacello delle Muse dentro il recinto dell’Accademia, il che è più specifico di qualunque cosa si sapesse prima. E fu venduto come schiavo non durante il viaggio siciliano, bensì dopo la presa di Egina da parte di Sparta, il che lo collocherebbe intorno al 404 o forse al 399.
Vale la cautela dovuta. Filodemo scriveva nel I secolo a.C. di eventi di trecento anni prima, e le letture recuperate da un rotolo bruciato restano provvisorie finché altri studiosi non ne abbiano visto le immagini. Ma è la prima prova genuinamente nuova sulla vita di Platone da secoli, e rende la versione tradizionale meno probabile anziché più.
La lettera. Tredici lettere furono trasmesse con il corpus platonico. Quasi tutte sono ormai giudicate false da quasi tutti. La Settima è l’eccezione, e conta oltre ogni proporzione, perché è l’unico racconto in prima persona della vita di Platone esistente. I Trenta, la morte di Socrate, il ritiro dalla politica, i tre viaggi siciliani, il ragionamento dietro il re filosofo: si tolga la Settima Lettera e ognuna di queste cose diventa un’inferenza.
L’argomento a favore dell’autenticità è la densità circostanziale. La lettera conosce la politica siracusana nel dettaglio, nomina le persone correttamente, e si legge come l’opera di qualcuno che difende delle decisioni anziché inventarle. L’argomento contrario fu esposto per esteso da Myles Burnyeat e Michael Frede in un seminario a Oxford nel 2001, pubblicato nel 2015 come The Pseudo-Platonic Seventh Letter. Frede argomentò a partire dalla pratica antica, del tutto ordinaria, di fabbricare lettere di uomini famosi defunti; Burnyeat sostenne che la digressione filosofica da 341b a 345c, sul perché le cose più profonde non possano essere scritte, non combacia con ciò che i dialoghi dicono davvero della conoscenza. La loro conclusione fu un falso del tardo II secolo a.C.
Le recensioni si divisero, e il campo non è giunto a convergere. Il che lascia la biografia standard di Platone appoggiata a una commedia ostile, a un compilatore del III secolo d.C., a un rotolo bruciato e a una lettera che potrebbe non essere sua.
L’Accademia
Intorno al 387 comprò un terreno in un bosco sacro all’eroe Academo, appena fuori dalle mura di Atene, e fondò quella che di solito viene chiamata la prima università dell’Occidente. Funzionò, in qualche forma, per tre secoli, finché Silla non ne devastò i terreni nell’86 a.C.
Non era una scuola di retorica. La matematica era centrale - la tradizione secondo cui sopra la porta era inciso non entri chi non conosce la geometria è tarda e probabilmente inventata, ma è accurata quanto al programma di studi. Vi si faceva ricerca in matematica, astronomia e biologia oltre che in teoria politica; parecchie città chiesero a membri dell’Accademia di redigere le loro costituzioni.
Il luogo era un ginnasio pubblico a circa un miglio a nord-ovest della porta del Dipylon, piantato a ulivi, già antico quando Platone comprò il terreno adiacente. Ciò che fondò non era un’istituzione dotata di statuto e di programma ma un’associazione che si riuniva sulla sua proprietà, e a differenza dei sofisti pare non facesse pagare nulla, che è una delle ragioni per cui i sofisti non lo amavano.
La matematica non era decorativa. Teeteto, che ha un dialogo intitolato a lui, lavorò sulle grandezze irrazionali e sui cinque solidi regolari. Eudosso di Cnido, che portò con sé i propri allievi, produsse la teoria delle proporzioni che sopravvive come libro V di Euclide, il metodo di esaustione che anticipa l’integrazione, e il primo modello geometrico del moto dei pianeti. L’affermazione che la matematica fosse il requisito d’ingresso è inverificabile, ma l’affermazione che l’Accademia fu il luogo dove accadde la matematica greca del quarto secolo non lo è.
Quanto all’iscrizione sopra la porta, la fonte più antica è un commentatore della tarda antichità, all’incirca novecento anni dopo l’apertura della scuola, e nessuno più vicino ai fatti la menziona.
La successione andò a Speusippo, nipote di Platone, nel 347, poi a Senocrate nel 339, poi a Polemone, poi a Cratete. Intorno al 266 la scuola cambiò carattere del tutto: sotto Arcesilao, e più tardi Carneade, l’Accademia divenne scettica, insegnando la sospensione del giudizio e argomentando i due lati di ogni questione. Per circa due secoli l’istituzione fondata dal filosofo delle Forme fu il quartier generale della tesi che nulla si può conoscere. Filone di Larissa fuggì a Roma nell’88 a.C. all’avvicinarsi della guerra mitridatica; Silla devastò il bosco nell’86; e il sito non fu mai ricostruito.
Il platonismo ad Atene rinacque intorno al 410 d.C. come scuola neoplatonica che rivendicava la stessa discendenza, con Plutarco di Atene, poi Siriano, poi Proclo, che la diresse al suo apice, e infine Damascio. Nel 529 Giustiniano la chiuse. Parecchi dei suoi filosofi andarono a oriente, alla corte di Cosroe I a Ctesifonte e, non trovandola di loro gusto, tornarono indietro.
Aristotele arrivò a diciassette anni e rimase venti, fino alla morte di Platone. Il disaccordo intellettuale più gravido di conseguenze della storia occidentale avvenne dentro una sola istituzione, nell’arco di due decenni, fra un maestro e un allievo che con ogni evidenza si rispettavano e non poterono conciliarsi.
I dialoghi
Platone non parla mai con la propria voce. Ogni opera è una conversazione, di solito con Socrate a porre le domande, e Platone non è mai un personaggio - è menzionato tre volte nell’intero corpus, una delle quali per annotare che era assente alla morte di Socrate perché malato.
È una forma deliberata e svolge un lavoro specifico. Un dialogo può contenere una posizione senza sottoscriverla. Può mostrare una persona a cui viene confutata una convinzione e che resta non convinta. Può finire in aporia - stallo - come molti dei primi dialoghi fanno: la domanda su che cosa sia il coraggio, o la pietà religiosa, o l’amicizia, viene esaminata per trenta pagine e non riceve risposta.
La divisione consueta è in tre periodi. I primi dialoghi sono brevi, finiscono in stallo, e riflettono probabilmente il Socrate storico: un uomo che chiede che cosa significhi una parola, dimostra che il suo interlocutore non sa dirlo, e nega ogni sapere per sé. I dialoghi di mezzo - Simposio, Repubblica, Fedone, Fedro - sono quelli in cui Socrate comincia ad avanzare dottrine positive, e quelle dottrine sono di Platone. I dialoghi tardi sono più asciutti, più tecnici, e spesso autocritici.
La divisione è una ricostruzione, e nulla nel corpus è datato. Nel 1867 Lewis Campbell prese le Leggi, che per consenso unanime erano state scritte per ultime, e raggruppò gli altri dialoghi in base a quanto lessico e quanta fraseologia condividevano con esse. Wincenty Lutosławski diede un nome al metodo nel 1897, stilometria, e lo spinse fino a cinquecento marcatori stilistici su circa cinquantottomila frammenti. La rassegna di Leonard Brandwood del 1990 resta il resoconto standard di ciò che un secolo di questo lavoro ha prodotto.
Ciò che ha prodotto è un risultato solido e una gran quantità di discussione. Il gruppo tardo è sicuro: Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi stanno insieme e vengono per ultimi. Il confine fra primo periodo e periodo di mezzo non è affatto sicuro, e il Timeo è stato tolto dal gruppo tardo e rimessovi per ragioni filosofiche più di una volta. C’è anche un limite che nessuna quantità di conteggi rimuove: la stilometria data la composizione della prosa, non l’arrivo delle idee, e uno scrittore può sostenere una tesi per anni prima di metterla per iscritto.
I dialoghi sono anche finzioni drammatiche con date drammatiche, e Platone le scelse con cura. La Repubblica è ambientata al Pireo in un anno in cui Atene stava ancora vincendo. Il Simposio è ambientato a una festa per una vittoria nel 416, con Alcibiade sul punto di partire per la spedizione che distrusse la città. Il lettore deve sapere che cosa accade dopo.
Come il testo di Platone è sopravvissuto, e perché lo si cita con numeri come 514a
Nulla sopravvive di mano di Platone, né, in forma completa, da entro un secolo dalla sua morte. Sono catalogati circa novantacinque frammenti di papiro, i quattro più antichi dell’inizio del III secolo a.C., abbastanza vicini alla sua morte da mostrare che il testo veniva copiato quasi subito.
L’ordinamento del corpus è un’eredità romana. Trasillo, astrologo di corte dell’imperatore Tiberio, raggruppò i trentacinque dialoghi e le tredici lettere in nove tetralogie, insiemi di quattro, e quell’ordine è ancora quello che i manoscritti seguono. Parecchie delle opere che contiene non sono certamente di Platone.
Il più antico testimone completo è un libro databile al mese. Il Bodleian MS E. D. Clarke 39, il Clarke Plato, fu copiato a Costantinopoli nel novembre dell’895 da uno scriba chiamato Giovanni il Calligrafo per Areta, poi vescovo di Cesarea, che lo annotò di propria mano. Reca le prime sei tetralogie. Edward Daniel Clarke lo comprò a Patmos nel 1801 e lo portò a Oxford. Il resto del corpus dipende dal Paris BnF gr. 1807, del 900 circa, e dal Marciano di Venezia del 950 circa. Il divario fra l’autore e la più antica copia completa della sua opera è di circa milleduecentoquarant’anni.
La stampa arrivò nell’ordine inverso delle lingue. La traduzione latina completa di Marsilio Ficino fu stampata a Firenze nel 1484; il testo greco attese la tipografia aldina a Venezia nel 1513.
Poi, nel 1578, Henri Estienne, il cui nome si latinizza in Stephanus, pubblicò a Ginevra un Platone greco e latino in tre volumi, con la traduzione di Jean de Serres a fronte, e contrassegnò lungo il margine di ogni pagina divisioni con le lettere da a ad e. Ogni edizione successiva riprodusse i numeri di pagina e le lettere. Questo è 514a: pagina 514 del secondo volume di Estienne, sezione a. È il motivo per cui un lettore inglese con Jowett, un lettore tedesco con Schleiermacher e un lettore greco con l’Oxford Classical Text possono essere indirizzati alla stessa frase, ed è la ragione per cui questo articolo lo cita così e non per capitoli.
Ciò che Socrate insegnò, e ciò che Platone gli mise in bocca
Socrate non scrisse nulla. Tutto ciò che se ne sa passa attraverso quattro persone, e ognuna di esse vuole qualcosa.
Aristofane lo mise nelle Nuvole nel 423, appeso in una cesta, a capo di una scuola dove gli studenti imparano a sostenere la causa ingiusta. Socrate aveva circa quarantacinque anni, e la commedia è il più antico ritratto sopravvissuto: un filosofo della natura e un maestro di trucchi. Senofonte, un soldato che lo conobbe, scrisse dei Memorabili, un’Apologia e un Simposio che presentano un Socrate convenzionalmente pio, utile, piuttosto noioso, che dà consigli sensati sull’amministrazione dei beni. Platone scrisse un uomo che chiude le conversazioni dimostrando che nessuno dei presenti sa dire di che cosa si stesse parlando. Aristotele non lo incontrò mai, essendo nato quindici anni dopo l’esecuzione, e riferisce ciò che l’Accademia credeva.
Il resoconto di Aristotele è il singolo pezzo più importante di evidenza esterna, perché è l’unico che discrimina. Nella Metafisica, a 987b, dice che Socrate si occupò di etica e fu il primo a cercare definizioni universali, e a 1078b che Socrate non rese separati gli universali né le definizioni, e che a separarli furono altri. Se Aristotele ha ragione, la teoria delle Forme non è Socrate. È Platone, ed è il punto esatto in cui i due si dividono.
Quella frase è il fondamento della ricostruzione moderna. Gregory Vlastos, in Socrates: Ironist and Moral Philosopher (1991), vi costruì sopra una lista di contrasti fra il Socrate dei brevi dialoghi giovanili e il Socrate della Repubblica e del Fedone. Il primo non ha metafisica, non ha teoria della conoscenza, nessun interesse per la matematica, nessuna dottrina di un’anima immortale portatrice di conoscenze prenatali, e nega di possedere sapienza. Il secondo ha tutto questo, argomenta a lungo, e non viene confutato da nessuno. Nella lettura di Vlastos, l’uomo storico è approssimativamente recuperabile da circa una dozzina di opere giovanili.
L’obiezione più forte è di Charles Kahn, in Plato and the Socratic Dialogue (1996). Kahn sostenne che i primi dialoghi non sono istantanee di una fase dello sviluppo di Platone ma composizioni letterarie di un autore che già possedeva le proprie vedute mature e le teneva in serbo, conducendo avanti il lettore. Se è così, non esiste un primo Platone da sottrarre, il racconto evolutivo crolla, e il Socrate storico è fuori portata per sempre.
La posizione onesta è che nessuno lo sa. Ciò che si può dire è più stretto e ancora sostanzioso: qualcosa accadde ad Atene nella seconda metà del quinto secolo, e riguardò un uomo che chiedeva alle persone di definire ciò che affermavano di sapere, e che fu ucciso per questo, e ogni resoconto su di lui fu scritto da qualcuno con una causa da difendere.
L’argomento
Le Forme
Il problema che Platone sta risolvendo è autentico ed è ancora con noi. La conoscenza, assume, deve essere di qualcosa di stabile, poiché nulla che rifiuti di stare fermo può essere conosciuto. Ma tutto ciò che percepiamo cambia, decade, ed è diverso da ogni angolazione. Dunque o non esiste conoscenza, o esiste qualcos’altro da conoscere.
La sua risposta: per ogni genere di cosa esiste una Forma - immutabile, non fisica, pienamente reale - e gli oggetti che incontriamo sono partecipanti imperfetti di essa. Le cose belle vanno e vengono; la Bellezza in sé no. Due mele diventano una quando vengono mangiate; il Due no.
Le Forme spiegano parecchie cose insieme. Perché possiamo chiamare belli molti oggetti diversi e intendere qualcosa nel farlo. Perché la matematica è vera indipendentemente da ciò che fa qualunque oggetto fisico. Perché riconosciamo che nessun cerchio disegnato è del tutto un cerchio - il che implica una qualche familiarità con quello reale. Quest’ultimo argomento conduce Platone all’anamnesi: apprendere è ricordare, l’anima conobbe le Forme prima della nascita, e insegnare è trarre fuori ciò che è già lì. Nel Menone fa condurre uno schiavo privo di istruzione attraverso una prova geometrica con le sole domande, per dimostrarlo.
E sopra tutte le Forme sta la Forma del Bene - che Socrate nella Repubblica rifiuta esplicitamente di definire, offrendo invece un’immagine: come il sole rende le cose visibili e le fa crescere, il Bene rende le cose conoscibili e le fa essere.
La caverna
Repubblica, libro VII, e l’immagine più famosa della filosofia.
Prigionieri sono incatenati fin dall’infanzia in una caverna, rivolti verso una parete, incapaci di girare la testa. Alle loro spalle brucia un fuoco, e fra il fuoco e i prigionieri corre un passaggio lungo il quale delle persone trasportano oggetti, proiettando ombre sulla parete. I prigionieri non hanno mai visto altro. Danno nomi alle ombre, gareggiano nel predire quale verrà dopo, e onorano chi vi riesce meglio.
Uno viene liberato e costretto a voltarsi. Il fuoco gli ferisce gli occhi e gli oggetti gli sembrano meno reali delle ombre che conosceva. Trascinato su per il sentiero ripido fino alla luce del sole, ne è accecato, e dapprima può guardare solo i riflessi nell’acqua, poi le cose, poi le stelle di notte, e infine il sole stesso.
Poi ridiscende. I suoi occhi, abituati alla luce, non distinguono più le ombre; è più scarso al gioco delle ombre degli uomini che non se ne sono mai andati. Questi concludono che salire rovina la vista, e che chiunque tenti di liberarli e condurli su andrebbe ucciso.
Tre affermazioni vi stanno dentro. L’educazione non è l’inserimento di conoscenza in un’anima vuota ma il rivolgimento dell’anima intera verso ciò che è reale: nelle parole di Jowett, lo strumento della conoscenza può essere rivolto dal mondo del divenire a quello dell’essere solo con il movimento dell’anima intera. L’ascesa è dolorosa e sgradita e nessuno la intraprende volontariamente. E chi l’ha compiuta è obbligato a ridiscendere, e ne sarà risentito.
L’ultima frase dell’allegoria è Socrate che dice che i prigionieri lo ucciderebbero. Platone sta scrivendo del suo maestro, morto da venticinque anni.
La città e l’anima
La Repubblica chiede se sia meglio essere giusti o soltanto sembrarlo - Glaucone affila la domanda con l’anello di Gige, che rende invisibile chi lo porta, e chiede perché chiunque, con quell’anello, resterebbe onesto.
Socrate risponde costruendo una città, con la motivazione che la giustizia sarà più facile da vedere scritta in grande. La città ha tre classi: produttori, ausiliari e custodi. E l’anima, sostiene, ha le stesse tre parti: appetito, animo e ragione. La giustizia, in entrambe, è che ogni parte faccia il proprio lavoro e non quello di un’altra.
Le proposte che seguono sono la ragione per cui la Repubblica è ancora oggetto di discussione. I governanti devono essere filosofi, o nulla cambia. La classe dei custodi non possiede proprietà privata né famiglia privata: i bambini sono allevati in comune e nessuno conosce i propri genitori. Le donne sono custodi alle stesse condizioni degli uomini, addestrate allo stesso modo e allo stesso modo esercitate - il che nell’Atene del quarto secolo è abbastanza sorprendente che alcuni lettori l’hanno preso per uno scherzo e i più oggi non lo fanno. I matrimoni sono decisi da una lotteria truccata per far riprodurre i migliori. E alla popolazione va raccontata una gennaion pseudos, una nobile menzogna: che gli dèi hanno mescolato oro, argento e bronzo in persone diverse alla nascita.
Poi i poeti vengono espulsi, per due ragioni: imitano le apparenze e stanno dunque a tre gradi dalla realtà, e mostrano eroi che piangono e dèi che si comportano male, il che addestra la parte sbagliata dell’anima.
Karl Popper, scrivendo nel 1945 con gli Stati totalitari davanti agli occhi, chiamò tutto questo il primo progetto di una società chiusa. L’accusa è eccessiva come storia e difficile da liquidare come lettura. Ciò che è certo è che Platone non sta descrivendo una democrazia e non ne vuole una: nel libro VIII la democrazia è classificata penultima, sopra la sola tirannide, e si dice che produce la tirannide per il proprio stesso eccesso di libertà.
L’autocritica
La cosa più notevole che Platone abbia mai fatto fu attaccare la propria teoria.
Nel Parmenide, un giovane Socrate presenta le Forme all’anziano Parmenide, che le smonta. Se i particolari partecipano di una Forma, ne ricevono il tutto o una parte? Entrambe le risposte falliscono. E se una cosa grande e la Grandezza in sé si somigliano, ciò non richiede un’ulteriore Forma che spieghi la somiglianza - e un’altra sopra quella, senza fine? Questo è l’argomento del terzo uomo, e Aristotele lo usò più tardi come obiezione propria.
Socrate non sa rispondere. Platone scrisse entrambe le parti. Non abbandonò la teoria, ma i dialoghi successivi sono notevolmente più cauti al riguardo, e che cosa pensasse di aver risolto non è chiaro.
E la scrittura
Alla fine del Fedro, Socrate racconta la storia del dio egizio Theuth che offre l’invenzione della scrittura al re Thamus come rimedio per la memoria. Thamus ne rifiuta la descrizione: produrrà dimenticanza, perché le persone si affideranno a segni esterni invece che al proprio ricordo, e darà agli studenti l’apparenza della sapienza senza la realtà.
questa tua scoperta creerà dimenticanza nelle anime di chi impara, perché non useranno la memoria; si affideranno ai caratteri scritti esterni e non ricorderanno da sé. Fedro 275a, trad. Benjamin Jowett
La scrittura, dice Socrate, è come la pittura: le sue figure sembrano vive, ma a porre loro una domanda mantengono un silenzio solenne. Un testo scritto non sa distinguere chi dovrebbe leggerlo, non sa difendersi quando viene attaccato, e ha sempre bisogno dell’aiuto del suo genitore.
la scrittura è purtroppo simile alla pittura; perché le creazioni del pittore hanno l’atteggiamento della vita, eppure, se si pone loro una domanda, serbano un silenzio solenne. Fedro 275d, trad. Benjamin Jowett
Platone lo mise per iscritto. È lo scherzo più profondo del corpus e forse non è affatto uno scherzo. La Settima Lettera dice apertamente che non esiste alcuno scritto suo sulle cose più alte e mai esisterà - e la forma stessa del dialogo, che mette in scena una conversazione viva e rifiuta di enunciare direttamente una dottrina, somiglia molto a un tentativo di scrivere in un modo che non commetta l’offesa.
Che cosa afferma la teoria delle Forme di Platone, e gli argomenti a suo favore
Le parole greche sono eidos e idea, che ordinariamente significano entrambe l’aspetto o la figura di una cosa. L’uso di Platone è un’estensione tecnica del parlare quotidiano, ed entrambe le rese correnti fuorviano. Forma suggerisce una sagoma, che una Forma non ha. Idea suggerisce qualcosa che sta in una mente, che una Forma decisamente non è: il punto è proprio che la Bellezza sarebbe esattamente ciò che è anche se nessuno l’avesse mai pensata.
Quattro argomenti distinti attraversano i dialoghi, e di solito vengono compressi in uno.
L’uno sui molti. Molte cose separate sono dette belle, e la parola non viene usata in quattrocento modi diversi. Nella Repubblica, a 596a, la mossa è enunciata come regola di lavoro: ovunque un gruppo di cose condivida un nome, si postula una singola Forma per il gruppo.
La compresenza degli opposti. È il più forte di tutti. Lo stesso dito è grande accanto a un dito e piccolo accanto a un altro. La stessa azione, restituire un’arma avuta in prestito, è giusta e ingiusta a seconda di chi la richiede indietro. A Fedone 74a-c e Repubblica 479a-b se ne trae la conclusione: le cose sensibili sono insieme F e non-F, quindi ciò che è F senza qualificazione non è fra di esse.
L’argomento dell’imperfezione. Fedone 74d-75b. Due bastoni sono detti uguali, e possiamo vedere che mancano di essere esattamente uguali. Giudicare qualcosa carente richiede di possedere già il criterio, e il criterio non è nessuno dei bastoni.
L’argomento dalla conoscenza. Repubblica 476e-480a. La conoscenza è di ciò che è; l’ignoranza di ciò che non è; e l’opinione, che sta fra le due, ha per oggetto le cose che insieme sono e non sono. Se la conoscenza di qualcosa è possibile, esistono oggetti che semplicemente sono.
Il Fedone dà poi alla teoria il suo compito causale. A 100c-d Socrate offre quella che chiama una risposta sicura e semplice, che ammette suonare ingenua: una cosa bella è bella per la presenza della Bellezza. La conserva perché non cade, e diffida delle risposte più ingegnose perché cadono.
La domanda scomoda, che Platone si pone da sé, è fino a che punto scendano le Forme. Nel Parmenide, a 130b-e, il giovane Socrate è sicuro che esistano Forme di Somiglianza, Uno, Molti, Giustizia, Bellezza e Bene; esitante su Uomo, Fuoco e Acqua; e rifiuta recisamente di ammettere Forme di capelli, fango e sporcizia, dicendo di temere di cadere in un pozzo senza fondo di assurdità. Parmenide gli dice che questo accade perché è giovane e gli importa ancora di ciò che la gente pensa, e che la filosofia lo afferrerà e non disprezzerà più nessuna di quelle cose. Platone scrisse quel rimprovero contro la propria posizione e non vi rispose mai.
Dove Platone attacca la propria teoria: il Parmenide e il terzo uomo
Il Parmenide mette in scena un incontro che probabilmente non poté avvenire: un Socrate di circa vent’anni, un Parmenide eleate di circa sessantacinque, e Zenone fra i due. Platone aveva bisogno che fosse la più antica autorità della filosofia greca a smontare la teoria, e sistemò le date per averlo.
La demolizione occupa da 130a a 135c e procede per stadi.
L’estensione delle Forme, 130b-e, descritta sopra: Socrate non sa dire quali cose le abbiano.
Il dilemma della partecipazione, 131a-e. Se una cosa partecipa di una Forma, ne riceve il tutto o una parte? Se il tutto, allora una sola Forma è interamente presente in molti luoghi separati nello stesso tempo. Se una parte, allora la Forma è divisibile, e una cosa grande è grande per il possesso di una porzione di Grandezza più piccola della Grandezza stessa. Parmenide lo conduce attraverso l’assurdità anche con l’uguaglianza e la piccolezza.
Il terzo uomo, 132a-b. È quello famoso.
Allora un’altra idea di grandezza appare ora, oltre la grandezza assoluta e gli individui che ne partecipano; e poi un’altra ancora, sopra tutte queste, in virtù della quale saranno tutte grandi, e così ciascuna idea, invece di essere una, sarà infinitamente moltiplicata. Parmenide 132a-b, trad. Benjamin Jowett
Socrate tenta due vie d’uscita e le perde entrambe. Che le Forme possano essere soltanto pensieri, respinta a 132b-c, perché un pensiero deve essere pensiero di qualcosa. Che le cose possano somigliare alle Forme come le copie somigliano a un originale, respinta a 132c-133a, perché la somiglianza corre nei due sensi e fa ripartire il regresso.
La difficoltà più grande, 133b-134e, è peggiore del regresso ed è molto meno citata. Se le Forme sono ciò che sono in relazione le une alle altre, e le cose di questo mondo sono ciò che sono in relazione le une alle altre, allora i due ordini non si toccano. Noi non possiamo conoscere le Forme. E un dio che possiede la conoscenza perfetta delle Forme non possiede alcuna conoscenza di noi.
Poi Parmenide cambia rotta. A 135b-c dice a Socrate che chiunque rifiuti di ammettere le Forme distruggerà la possibilità stessa di dire alcunché, e che il vero guaio è che ha provato a definire le cose prima di essersi addestrato. La teoria sopravvive alla propria demolizione perché l’alternativa è il silenzio.
Aristotele prese il regresso, gli diede il nome, e lo usò contro l’Accademia nella Metafisica a 990b e 1039a. Nel 1954 Gregory Vlastos isolò ciò che lo fa funzionare: l’argomento richiede sia che una Forma sia essa stessa un’istanza di ciò che rappresenta, cosicché la Grandezza è grande, sia che nulla sia identico alla Forma di cui partecipa. Ciascuna premessa è plausibile da sola e insieme generano il regresso, e Platone non le enuncia mai fianco a fianco. Vlastos lesse il Parmenide come il documento di una perplessità autentica più che come un enigma la cui risposta veniva tenuta in serbo.
Ciò che Platone fece dopo è indicativo più che conclusivo. I dialoghi tardi cambiano vocabolario. Il Sofista, a 251a-259d, parla di generi che si combinano fra loro invece che di particolari che imitano originali, e mostra che il Non-Essere può essere inteso come differenza. Se questo risponda a Parmenide o cambi argomento è ancora materia di discussione.
Il mito della caverna, a Repubblica 514a-520a
La caverna è la terza di tre immagini collegate, e quasi ogni fraintendimento nasce dal prenderla da sola. Socrate la costruisce su altre due nelle pagine precedenti, ed è pensata per completarle.
Il sole, 506d-509c. Glaucone chiede che cosa sia il Bene, e Socrate rifiuta di dirlo, offrendone invece la progenie. Il sole non è la vista e non è l’occhio, ma la cosa che rende possibile il vedere e fa anche crescere ciò che è visto. Il Bene è ciò che rende gli oggetti conoscibili e dà loro anche il loro essere. Poi la frase su cui il platonismo successivo costruì una religione: il Bene non è essenza, ma supera di gran lunga l’essenza in dignità e potenza, a 509b. Glaucone ride dell’enormità e Socrate risponde che se l’è voluta.
La linea divisa, 509d-511e. Una linea tagliata in due parti disuguali, e ciascuna parte tagliata di nuovo nella stessa proporzione, a dare quattro stati della mente: eikasia, prendere immagini e riflessi per le cose stesse; pistis, la fiducia negli oggetti visibili; dianoia, il ragionamento del matematico, che argomenta con rigore ma a partire da ipotesi che non esamina e con diagrammi di cui non può fare a meno; e noesis, l’intendere che risale fino a un principio primo che non è un’ipotesi. Il vero bersaglio della linea è il terzo segmento. Platone sta dicendo che la matematica, la cosa più esatta che chiunque possedesse, non è ancora il vertice.
La caverna, 514a-517a, è la linea trasformata in un’immagine, con l’aggiunta di un’educazione e di una politica.
La scena: prigionieri incatenati fin dall’infanzia di fronte a una parete, un fuoco alle loro spalle, e fra il fuoco e i prigionieri un muretto simile allo schermo di un teatro di burattini, sopra il quale delle persone trasportano statue e figure di animali. Alcuni dei portatori parlano. I prigionieri sentono l’eco e la attribuiscono alle ombre.
A 516c-d Socrate aggiunge il dettaglio che rende l’immagine politica. Nella caverna ci sono onori e premi per chi è più bravo a identificare le ombre e a predire quale verrà dopo. I prigionieri non sono stupidi. Sono esperti, e la loro perizia è reale dentro l’unica cornice che possiedono.
La liberazione, 515c-516b, è fisicamente sgradevole a ogni passo: il collo duole, il fuoco abbaglia, gli oggetti reali sembrano meno convincenti delle ombre, e la salita è ripida. Fuori riesce a reggere prima le ombre, poi i riflessi nell’acqua, poi gli oggetti, poi il cielo notturno, e solo alla fine il sole.
Il ritorno, 516e-517a, è la parte a cui Platone tiene. L’uomo ridiscende, non vede al buio, è più scarso al gioco delle ombre degli uomini che non se ne sono mai andati, e viene preso a prova che salire rovina gli occhi. L’ultima cosa che si dice di loro è che, se potessero mettere le mani su chi tentasse di scioglierli e condurli su, lo ucciderebbero.
Socrate poi la interpreta da sé a 517b, cosa insolita per lui: la prigione è il mondo visibile, il fuoco è il sole, la salita è l’ascesa dell’anima all’intelligibile. E a 518b-d trae la conclusione sull’insegnare, contro gli educatori di professione che dicono di poter mettere la conoscenza in un’anima come la vista in occhi ciechi:
lo strumento della conoscenza può essere rivolto dal mondo del divenire a quello dell’essere solo con il movimento dell’anima intera, e imparare per gradi a sostenere la vista dell’essere, e del più luminoso e migliore dell’essere, cioè del bene. Repubblica 518c, trad. Benjamin Jowett
Due cose di solito si perdono. La prima è che a 519d-520c il ritorno è obbligatorio. I fondatori obbligheranno i filosofi a ridiscendere e governare, con la motivazione che la città non è stata costruita per la felicità di una classe sola, e che lo Stato meglio governato è quello i cui governanti sono i più riluttanti a governare. La seconda è che la caverna non è una metafora generale dell’illusione o dei media o dell’ideologia. È un argomento per dire che esiste un genere di conoscenza che i più non hanno, che acquisirla è doloroso e impopolare, e che chi la possiede dovrebbe comandare. Se questo segua davvero è l’intera disputa dei duemila anni successivi.
La reminiscenza, e lo schiavo nel Menone di Platone
Il Menone si apre con una pretesa e non approda a nulla per dieci pagine. Menone vuole sapere se la virtù possa essere insegnata; Socrate dice di non poter rispondere senza sapere che cosa la virtù sia; Menone produce definizioni e ciascuna crolla. A 79e-80b Menone si lamenta che Socrate è come la torpedine piatta, che intorpidisce ciò che tocca, e che lui stesso prima parlava fluentemente della virtù e ora non sa dire una parola.
Poi pone la domanda che rese famoso il dialogo.
E come cercherai, Socrate, ciò che non conosci? Che cosa porrai come oggetto della ricerca? E se trovi ciò che cerchi, come saprai mai che è la cosa che non conoscevi? Menone 80d, trad. Benjamin Jowett
Socrate la riformula come un dilemma pulito, ed è in questa forma che di solito viene citato: un uomo non può indagare ciò che sa, poiché non ne ha bisogno; né ciò che non sa, poiché non saprebbe che cosa cercare.
La sua risposta, a 81a-d, non è un argomento ma il resoconto di ciò che ha udito da sacerdoti, sacerdotesse e poeti ispirati. L’anima è immortale, è nata molte volte, e ha visto tutto ciò che esiste. Nulla dunque viene appreso; viene recuperato.
poiché ogni ricerca e ogni apprendimento non sono che reminiscenza. Menone 81d, trad. Benjamin Jowett
La dimostrazione segue a 82b-85b. Socrate si fa prestare uno degli schiavi domestici di Menone, accerta che il ragazzo parla greco e non ha mai studiato geometria, e disegna un quadrato di due piedi di lato, area quattro. Quanto è lungo il lato di un quadrato di area doppia? Il ragazzo dice quattro piedi. Socrate lo disegna: sedici, quattro volte troppo grande. Il ragazzo dice tre. Nove, ancora sbagliato. Ora il ragazzo è bloccato, e Socrate si ferma per fare il punto per cui l’intero passo esiste:
Ma credi che avrebbe mai indagato o appreso ciò che si figurava di sapere, pur essendone davvero ignorante, prima di essere caduto nella perplessità per l’idea di non sapere, e di aver desiderato sapere? Menone 84c, trad. Benjamin Jowett
Poi disegna la diagonale, e il ragazzo vede che il quadrato costruito su di essa ha l’area giusta.
Che cosa la dimostrazione stabilisca è controverso, e Socrate stesso è cauto. A 86b dice che non insisterebbe sui dettagli della storia; ciò per cui si batterà è che credere possibile la ricerca rende le persone migliori e più coraggiose che crederla impossibile. La prova della reminiscenza non è il punto. Il rifiuto dell’ignavia lo è.
Due obiezioni sono permanenti. Socrate non si limita a chiedere; disegna, e la diagonale che disegna è la risposta. E una capacità nativa di ragionare è una spiegazione molto più economica di un’anima prenatale che un tempo ispezionò le Forme.
Entrambe sono giuste, e nessuna delle due liquida la domanda di fondo, che è sopravvissuta alla metafisica che vi era attaccata: come una mente arrivi a una verità che nessuno le ha consegnato. Agostino la riprese come illuminazione divina, Leibniz come idee innate, e Chomsky come argomento dalla povertà dello stimolo. Il Menone è il luogo dove la domanda viene posta per la prima volta.
Un dettaglio viene menzionato di rado e andrebbe menzionato. Il ragazzo è uno schiavo, e l’argomento ha bisogno che lo sia. Deve essere privo di istruzione perché la dimostrazione funzioni, e la casa di un ricco tessalo fornisce un adulto privo di istruzione che si può convocare. Platone usa l’istituzione nel corso della prova che la ragione appartiene a tutti, e pare non accorgersene.
L’anima tripartita, e il carro nel Fedro di Platone
L’affermazione che una persona possa essere genuinamente divisa contro se stessa è così familiare ormai che è difficile vederla come una scoperta. Platone la argomenta, e l’argomento sta in Repubblica 435c-441c.
Parte da un principio: la stessa cosa non può fare o subire opposti sotto lo stesso rispetto nello stesso tempo. Un uomo assetato che rifiuta di bere è tirato in due direzioni insieme, quindi qualcosa in lui non è l’appetito. Questo dà due parti, ragione e appetito. Una terza è più difficile, e Socrate produce una storia per essa.
Leonzio, figlio di Aglaione, risalendo dal Pireo, vede dei cadaveri presso il luogo delle esecuzioni. Vuole guardare ed è disgustato da se stesso per volerlo. Lotta, si copre gli occhi, poi cede, corre avanti e grida ai propri occhi di saziarsi del bello spettacolo. La sua collera è contro il suo desiderio, il che significa che non è il suo desiderio, e non è neppure la ragione, perché la ragione non grida. Questo è il thymos, l’animo: orgoglio, indignazione, vergogna, il senso del proprio rango. In una persona bene allevata prende automaticamente le parti della ragione, prima che la ragione abbia finito di argomentare.
Dunque: logistikon, thymoeides, epithymetikon. La giustizia, a 441d-e, è che ogni parte faccia il proprio lavoro e non quello di un’altra, nell’anima esattamente come nella città.
Il Fedro dà le stesse tre parti come immagine e come mito. A 246a l’anima è un auriga con una coppia di cavalli alati; gli dèi hanno due cavalli buoni, tutti gli altri ne hanno uno nobile e uno no, e la guida dà una gran quantità di pena. A 246d-248c le anime salgono in processione fino all’orlo del cielo per vedere ciò che sta fuori, le Forme; il cavallo cattivo tira in basso, la maggior parte delle anime coglie solo barlumi, e l’ala si spezza ed esse cadono nei corpi, ordinate secondo quanto sono riuscite a vedere. A 253d-254e i due cavalli sono descritti nel dettaglio e la lotta avviene alla vista di una persona bella, con il cavallo buono trattenuto dal pudore e quello cattivo che si imbizzarrisce finché l’auriga non lo strattona indietro con il sangue alla bocca.
I due resoconti non combaciano del tutto. Le parti della Repubblica sono funzioni di un’anima vivente; quelle del Fedro sono figure di un mito su ciò che accadde prima della nascita. Il Timeo, a 69c-72d, aggiunge l’anatomia: la ragione nella testa, l’animo nel petto sopra il diaframma, l’appetito sotto di esso, con il fegato incaricato di ricevere dalla ragione messaggi che l’appetito altrimenti non udrebbe.
Ciò che l’argomento ha fruttato è più grande dell’immagine. Prima di Platone, l’essere in due animi è descritto nella letteratura greca e mai spiegato. Dopo di lui ha una struttura, e ogni successiva partizione del sé, compresa quella costruita a Vienna, lavora nella stanza che lui ha aperto.
Che cosa significa amore platonico, contro ciò che dice il Simposio di Platone
Il Simposio è ambientato a un banchetto nel 416 a.C., la sera dopo che Agatone aveva vinto il primo premio alle Lenee con la sua prima tragedia. Arriva al lettore attraverso vari passaggi: Apollodoro racconta a qualcuno ciò che Aristodemo raccontò a lui, anni dopo, di una notte di cui nessuno dei due può pienamente farsi garante.
La compagnia decide di fare discorsi in lode di Eros invece di bere sodo, dato che i più sono ancora malconci dalla sera prima. Seguono sei discorsi, e non sono intercambiabili. Fedro loda l’amore come sprone all’onore. Pausania, a 180c-185c, divide Eros in due, il volgare e il celeste, e costruisce un’elaborata difesa di un particolare costume ateniese fra uomini maturi e giovani. Erissimaco il medico fa dell’amore un principio cosmico di equilibrio. Aristofane, a 189d-193d, racconta la storia che tutti ricordano: gli esseri umani originari erano rotondi, con quattro braccia e quattro gambe e due volti, in tre sessi; Zeus li tagliò in due per la loro insolenza; e ogni persona da allora cerca la propria metà. Agatone fa un discorso di parata. Poi Socrate.
Socrate dice che dirà invece la verità, e riferisce ciò che gli insegnò Diotima, una sacerdotessa di Mantinea. L’amore non è un dio e non è bello, perché non si desidera ciò che già si possiede; l’amore è un demone fra il mortale e il divino, figlio di Espediente e Povertà, e ciò che vuole è generare nella bellezza, che è quanto di più vicino alla permanenza sia concesso ai mortali.
Poi l’ascesa, a 210a-211c. Ha gradini, e sono in ordine.
cominciare dalle bellezze della terra e salire verso quell’altra bellezza, servendosi di queste solo come di gradini, e da una passare a due, e da due a tutte le belle forme, e dalle belle forme alle belle condotte, e dalle belle condotte alle belle nozioni, finché dalle belle nozioni non si giunga alla nozione della bellezza assoluta Simposio 211c, trad. Benjamin Jowett
E ciò che sta in cima:
una natura che in primo luogo è eterna, che non nasce e non perisce, non cresce e non declina; in secondo luogo, non bella da un punto di vista e brutta da un altro Simposio 211a, trad. Benjamin Jowett
Nulla in questo è un’amicizia. Il primo gradino è l’amore per un corpo bello, e l’energia che porta una persona su per la scala è la stessa energia che è partita da lì. L’ascesa di Diotima è desiderio reindirizzato, non desiderio rinnegato, e la ragione per reindirizzarlo è che un corpo decade e la Bellezza no.
Il dialogo fa poi qualcosa a cui nessun riassunto sopravvive. Alcibiade arriva ubriaco, inghirlandato, a 212c, insiste per lodare Socrate invece dell’amore, lo paragona a una di quelle statuette di Sileno vendute nelle botteghe che si aprono rivelando dèi all’interno, e descrive per esteso come fece in modo di restare solo con Socrate, se lo portò sotto un mantello, e fu respinto. Il libro che ha dato alle lingue moderne la parola per l’amore senza sesso finisce con un bell’uomo che si lamenta perché il filosofo non volle andarci a letto.
La formula non è di Platone, e non è greca. Marsilio Ficino coniò amor platonicus nella cerchia di Cosimo de’ Medici, nel suo commento al Simposio scritto nel 1469 e in una lettera del 1476, e lesse la Bellezza finale di Diotima come Dio. Arrivò in inglese negli anni Trenta del Seicento, in una moda di corte sotto Carlo I ed Enrichetta Maria; il primo uso registrato a stampa è la commedia di William Davenant The Platonick Lovers, autorizzata nel novembre 1635 e stampata nel 1636, che mette in burla la moda e finisce restituendo i suoi casti amanti all’appetito ordinario. Nel Settecento la formula si era assestata nel significato attuale, che è la scala di Ficino con la scala tolta via.
Se la Repubblica di Platone sia un progetto di totalitarismo
Karl Popper scrisse La società aperta e i suoi nemici in Nuova Zelanda fra il 1938 e il 1943 e lo chiamò il suo contributo di guerra. Il primo volume riguarda Platone. È l’attacco più influente a un filosofo scritto nel ventesimo secolo, la maggior parte dei classicisti pensa che sia sbagliato nei dettagli, e nessuno di loro ha fatto sparire il disagio.
L’accusa. Il Platone di Popper è un reazionario di genio. Eredita da Eraclito e dalla propria teoria delle Forme un’immagine della storia come decadenza da una perfezione originaria, e la sua politica è un tentativo di fermare la decadenza fermando il cambiamento stesso. Contro la società aperta, che Popper colloca nell’Atene democratica e definisce come quella in cui le credenze ereditate possono essere criticate, Platone propone il ritorno alla società tribale chiusa: classi fisse, nessuna mobilità, nessuna critica, e un’élite proprietaria della verità. La giustizia nella Repubblica, dice Popper nel capitolo che intitola La giustizia totalitaria, non riguarda affatto il trattamento degli individui, ma il mantenimento della struttura di classe. Platone riconosce un solo criterio, l’interesse dello Stato.
Nonostante simili argomenti, io credo che il programma politico di Platone, lungi dall’essere moralmente superiore al totalitarismo, sia con esso fondamentalmente identico. Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, vol. 1, capitolo 6, p. 87 nella quinta edizione del 1966
Avanza anche un argomento positivo che è sopravvissuto al caso storico. Platone chiese chi debba governare, e la domanda è la trappola, perché invita alla risposta “i migliori” e non costruisce alcuna difesa contro l’eventualità che la risposta sia sbagliata. Popper la sostituisce: come si possono organizzare le istituzioni politiche perché governanti cattivi o incompetenti possano essere rimossi senza violenza e impediti dal fare troppi danni? La democrazia allora non è il governo dei saggi ma l’unico sistema che permette a un popolo di sbarazzarsi di un governo senza uccidere nessuno.
Ciò che il testo gli fornisce. Popper non è a corto di materiale, e questa è la parte davanti a cui gli ammiratori della Repubblica tendono ad affrettare il passo.
La nobile menzogna sta nel libro, a 414b-415d, ed è un mito di Stato su un metallo ereditario nel sangue, da raccontare prima ai governanti, poi ai soldati, poi a tutti:
Alcuni di voi hanno il potere del comando, e nella loro composizione egli ha mescolato oro, per cui hanno anche l’onore più grande; altri li ha fatti d’argento, perché siano ausiliari; altri ancora, destinati a essere agricoltori e artigiani, li ha composti di bronzo e di ferro Repubblica 415a, trad. Benjamin Jowett
La censura di storie, musica e ritmo dalla prima infanzia in su corre da 376e a 403c. I matrimoni fra i custodi sono decisi da una lotteria truccata perché i migliori si riproducano più spesso e nessuno lo scopra, a 458c-461e, con i neonati difettosi eliminati a 460c. La famiglia è abolita per la classe dei custodi. E a 540e-541a, quando a Socrate si chiede come la città ideale possa davvero essere fondata, la risposta non è graduale:
Cominceranno con il mandare in campagna tutti gli abitanti della città che abbiano più di dieci anni, e prenderanno in custodia i loro figli, che saranno al riparo dalle abitudini dei genitori Repubblica 540e-541a, trad. Benjamin Jowett
E le Leggi, spesso presentate come l’opera tarda addolcita, contengono questo, che Popper citò e che non è estrapolato dal contesto:
nessuno dei due sessi dovrebbe restare senza un comandante; né la mente di alcuno dovrebbe abituarsi a fare alcunché, per gioco o sul serio, di propria iniziativa, ma in guerra e in pace ognuno dovrebbe guardare al proprio capo e seguirlo, restando sotto la sua guida anche nelle cose più piccole Leggi 942a-b, trad. Benjamin Jowett
Le repliche. Sono quattro, e di forza disuguale.
La categoria è anacronistica. Il totalitarismo come concetto fu assemblato negli anni Trenta a partire da partiti di massa, alfabetizzazione di massa, polizia segreta, radio e burocrazia industriale. Una città del quarto secolo a.C. di poche migliaia di cittadini non avrebbe potuto essere totalitaria in quel senso neppure se Platone l’avesse voluto, e descriverlo con quella parola importa macchinari che non immaginò mai. La controreplica è che l’affermazione di Popper riguardava l’intenzione e la struttura, non la capacità.
L’erudizione è tendenziosa. In Defense of Plato di Ronald Levinson (Harvard, 1953) sono seicentosettantaquattro pagine che ripercorrono le citazioni di Popper una alla volta, e vi trovarono traduzioni piegate verso la conclusione e citazioni staccate dalle loro riserve. L’accusa che i classicisti ripetono da allora è che Popper lesse i dialoghi senza la loro storia e senza la loro ironia. Popper rispose nelle edizioni successive e concesse pochissimo. La raccolta di Renford Bambrough Plato, Popper and Politics (1967) riunì l’intera disputa fra due copertine.
I governanti sono quelli che ci perdono. È la replica testuale più forte. I custodi non possiedono nulla, non hanno famiglie, vivono in caserma, e sono costretti a governare contro la loro inclinazione. A 519d-520c i fondatori scavalcano esplicitamente la preferenza dei filosofi per la vita contemplativa, e Socrate dice che la città meglio governata è quella i cui governanti sono i più riluttanti a governare. Una tirannide in cui i tiranni sono le uniche persone senza proprietà e senza vita privata è quantomeno una tirannide singolare.
Potrebbe non essere una proposta. A 592b, quando Glaucone dice che la città non esiste in alcun luogo della terra, Socrate non discute:
In cielo, risposi, ne è riposto un modello, credo, che chi lo desidera può contemplare, e contemplandolo ordinare la propria casa. Ma che una tale città esista, o sia mai per esistere di fatto, non importa Repubblica 592b, trad. Benjamin Jowett
In questa lettura, e Julia Annas la preme con forza nella sua introduzione del 1981, la città è un diagramma dell’anima, introdotto a 368c-369a esattamente a quello scopo, e trattarla come un manifesto è un errore di categoria. Leo Strauss andò oltre in The City and Man (1964): la Repubblica mostra quanto costerebbe davvero la giustizia perfetta, affinché il lettore decida contro di essa, il che fa del libro la prima e più grande critica dell’idealismo politico anziché la sua carta costitutiva.
La replica che ha cambiato il campo è quella di Gregory Vlastos, in “The Theory of Social Justice in the Polis in Plato’s Republic” (1977), e va dritta alla mossa più forte di Popper. Popper legge la felicità dell’intera città come la felicità dello Stato considerato come qualcosa al di sopra e al di là delle persone che lo compongono, che è ciò che rende il programma totalitario anziché semplicemente autoritario. Vlastos sostiene che Platone intende la felicità di tutti i cittadini, distribuita in modo disuguale perché le loro nature differiscono, e che una dottrina su chi fiorisce e come non è la stessa dottrina di una in cui le persone esistono per lo Stato. L’argomento è stato largamente accettato, ed è la ragione per cui la controversia si è quietata invece di essere vinta.
Perché non si chiude. Perché Socrate continua a dire che la città potrebbe esistere. A 473c-e, 499b-d e 540d-e insiste che la cosa è difficile ma non impossibile, e la lettura ironica deve spiegare via tutti e tre i passi. Perché la storia delle idee di Popper è in larga parte respinta e la sua preoccupazione centrale non lo è. E perché la descrizione più piana di ciò che sta nel testo resta vera qualunque cosa Platone intendesse: governo non responsabile di una classe certificata come esperta, un mito fondativo che chi lo racconta sa essere falso, censura giustificata con il bene dei censurati, e la sottrazione dei figli ai genitori.
I lettori che amano la Repubblica devono reggere questo. I lettori che usano Popper per liquidarla dovrebbero notare che Levinson, Bambrough, Annas e Strauss non difendevano il totalitarismo. Dicevano che un libro può contenere una proposta mostruosa ed essere ancora la cosa più penetrante mai scritta sul perché una persona dovrebbe essere giusta quando nessuno guarda.
Se Platone fosse contro la democrazia, e che cosa dice il libro VIII della Repubblica
Lo era, e lo dice in un libro che dà alla democrazia un capitolo tutto suo e un ritratto a corredo.
I libri VIII e IX, da 543a a 576b, descrivono un declino attraverso cinque costituzioni, ciascuna con un tipo umano corrispondente: l’aristocrazia, poi la timocrazia dove l’onore sostituisce la sapienza, poi l’oligarchia dove lo fa il denaro, poi la democrazia, poi la tirannide. Ciascuna degenera esagerando la cosa che la faceva funzionare.
La democrazia è descritta a 555b-562a con qualcosa di vicino all’affetto, che è ciò che la rende dannosa. Arriva quando i poveri vincono, uccidono o espellono parte dei ricchi, e distribuiscono le cariche a sorte. È la più variegata delle costituzioni e, a 558c nella resa di Jowett, una forma di governo piena di fascino, piena di varietà e di disordine, che dispensa una sorta di uguaglianza a uguali e disuguali indifferentemente. Ciascuno può fare ciò che gli pare; nessuno è obbligato a combattere se c’è una guerra o a stare in pace se c’è la pace; i condannati vanno in giro come se nessuno se ne fosse accorto. L’uomo democratico tratta tutti i propri appetiti da uguali e chiama questo libertà.
Poi la svolta, a 562b-564a. La malattia dell’oligarchia era la ricchezza; la malattia della democrazia è la materia stessa di cui è fatta.
L’eccesso di libertà, negli Stati come negli individui, sembra soltanto trapassare in eccesso di schiavitù. Repubblica 564a, trad. Benjamin Jowett
Un popolo addestrato a tollerare tutto non può tollerare l’autorità, non si lascia governare affatto, e si consegna a un protettore che diventa tiranno. La tirannide non è l’opposto della democrazia. È il suo prodotto.
Il caso contro il governo dei molti è esposto prima, a 488a-489a, nell’immagine della nave. L’armatore è grande e forte e un poco sordo; i marinai litigano per il timone, senza che nessuno di loro abbia imparato la navigazione e senza che nessuno creda che si possa imparare; drogano l’armatore e prendono la nave. Chiunque dica che governare il timone richiede attenzione alle stagioni e al cielo e alle stelle viene chiamato osservatore di stelle e buono a nulla. Socrate non si dà pena di spiegare la figura.
Due cose vanno dette contro il prendere tutto questo per semplice reazione. La prima è che cosa fosse la democrazia ateniese: governo diretto di un’assemblea di qualunque cittadino si presentasse, la maggior parte delle cariche assegnate a sorte, giurie di centinaia di persone senza giudice, e nessuna amministrazione professionale. Platone l’aveva vista perdere una guerra di ventisette anni, condannare sei generali in un solo voto collettivo illegale dopo la battaglia delle Arginuse nel 406, e uccidere Socrate. La seconda è che la democrazia è classificata quarta su cinque, non quinta. Riteneva la tirannide peggiore, e la Repubblica argomenta a lungo che il tiranno è l’uomo più infelice che esista.
E nelle Leggi, trent’anni dopo, costruisce una costituzione con magistrati eletti, un consiglio, un’assemblea e un controllo sui funzionari, perché ormai aveva smesso di aspettarsi l’arrivo del filosofo.
Perché Platone espelle i poeti dalla città ideale
Lo fa due volte, per ragioni diverse, e i due argomenti vengono di solito confusi in uno.
La prima espulsione, libri II e III, 376e-403c, riguarda il contenuto e i bambini. Omero ed Esiodo raccontano storie in cui gli dèi ingannano, litigano, mutano forma e si vendicano, e in cui gli eroi piangono, temono la morte e si lasciano comprare. Un bambino non sa distinguere l’allegoria dal resoconto, e a 378d Socrate dice che ciò che viene assorbito da giovani diventa fisso. Dunque le storie vengono emendate. Così i modi musicali, e i ritmi, con la motivazione che addestrano il corpo e il temperamento prima che la mente possa obiettare. I custodi saranno allevati con racconti in cui il divino è buono e non fa alcun male.
La seconda espulsione, libro X, 595a-608b, è metafisica e assai più strana. Ci sono tre letti: la Forma del letto, il letto del falegname, e il quadro che il pittore fa del letto del falegname, ottenuto copiando un’apparenza da un’angolazione. Il pittore può non sapere nulla di falegnameria. A 597e se ne trae la conclusione: l’imitatore è terzo rispetto alla verità. E il poeta fa lo stesso con il coraggio, la giustizia e tutto il resto, producendo immagini convincenti della virtù senza alcuna conoscenza di essa, davanti a pubblici che non sanno cogliere la differenza.
Poi, a 605c-606d, arriva l’argomento davvero persuasivo, ed è psicologico anziché metafisico. Nei nostri dolori ci teniamo insieme. A teatro ci lasciamo andare, perché il dolore appartiene a un altro e non c’è vergogna a farlo, e lodiamo il poeta che ci fa piangere più forte. Ciò che viene esercitato si rafforza.
in tutti questi casi la poesia nutre e innaffia le passioni invece di seccarle; le lascia comandare, mentre dovrebbero essere governate Repubblica 606d, trad. Benjamin Jowett
Lo stesso vale, dice, per la commedia: lo scherzo di cui una persona si vergognerebbe viene gustato a teatro, e poi fatto in casa.
A 607a-b Socrate ammette che cosa gli costa. Riconosce che Omero è il più grande dei poeti e il primo dei tragici, che i suoi elogiatori, i quali lo chiamano l’educatore dell’Ellade, sono persone eccellenti, e che lui stesso ne subisce il fascino. Solo gli inni agli dèi e le lodi degli uomini buoni possono restare. E nomina la disputa che sta continuando, non iniziando: vi è un’antica contesa fra la filosofia e la poesia. A 607c-e la porta resta socchiusa. Se la poesia, o chi parla per lei, saprà dare un argomento per cui merita un posto in una città bene ordinata, potrà tornare.
Preface to Plato di Eric Havelock (1963) spiega perché la posta fosse così alta. In una cultura senza scrittura a buon mercato, i poemi erano l’archivio. Metro, formula, ripetizione e immagini concrete sono tecnologia della memoria, e il corpus omerico conservava la legge, le genealogie, l’arte nautica e la morale di un intero popolo. L’educazione greca, in pratica, significava mandare a memoria Omero. Platone non sta obiettando all’intrattenimento. Sta cercando di soppiantare il medium in carica di una civiltà con uno nuovo, la prosa astratta, e i poeti non sono artisti che gli intralciano il cammino ma i detentori dell’archivio che intende sostituire.
L’autoaccusa è evidente e non la affronta mai. Platone è il più fine stilista di prosa in greco. Argomenta per miti di continuo, incluso nello stesso libro, che si chiude con la visione di Er. E la tradizione biografica dice che scrisse tragedie prima di incontrare Socrate. Il libro X è un uomo che argomenta contro la cosa che gli riesce meglio.
Che cosa dice Platone sulle donne nel libro V della Repubblica
La proposta del libro V è più radicale di qualunque altra cosa nella letteratura greca sopravvissuta, e l’argomento che vi arriva è costruito su una premessa che la maggior parte dei lettori moderni fatica a tenere nella stessa mano.
Arriva a 451c come la prima delle tre ondate di ridicolo che Socrate dice di dover attraversare a nuoto. Il ragionamento è per analogia con i cani: le femmine dei cani da guardia condividono il lavoro, quindi la domanda è se la differenza fra maschi e femmine umani sia pertinente al fare la guardia. Socrate sostiene di no. La differenza di natura conta solo dove tocca il compito, e partorire non squalifica una donna dal governare più di quanto la calvizie squalifichi un uomo dal fare il ciabattino. Dunque le donne custodi ricevono la stessa educazione, lo stesso addestramento militare, lo stesso esercizio ginnico, svestite, nella stessa palestra, e ricoprono le stesse cariche. A 540c possono diventare governanti filosofe.
A 452a-b Socrate anticipa le risate, in particolare alla vista di donne anziane che si esercitano, e risponde che l’unica cosa genuinamente ridicola è ciò che è male, e che lo scherno cesserà quando si vedrà che la pratica funziona. È un argomento vero e non è comune nel quarto secolo a.C.
Poi la riserva, a 455d, che viene citata meno spesso e non può essere staccata:
i doni della natura sono ugualmente diffusi in entrambi; tutte le occupazioni degli uomini sono anche occupazioni delle donne, ma in tutte la donna è inferiore all’uomo. Repubblica 455e, trad. Benjamin Jowett
Dunque l’argomento è che le donne dovrebbero fare tutto ciò che fanno gli uomini, e che lo faranno tutto un poco peggio, e che questa è una ragione per selezionare in base alla capacità e non al sesso, poiché una donna dotata supererà un uomo ordinario.
Il resto del corpus non sostiene neppure questo. Il Timeo, a 42b-c e 90e-91a, fa rinascere donne gli uomini vissuti male, come primo passo di una discesa che prosegue negli animali. Le Leggi danno alle donne pasti comuni e addestramento militare ma nessuna uguaglianza politica, e a 781a-b spiegano la loro supposta segretezza con la loro debolezza.
La discussione fra gli studiosi su questo punto è insolitamente pulita. Julia Annas, in Plato’s Republic and Feminism (1976), sostiene che le proposte non sono affatto femministe: ogni ragione offerta riguarda l’efficienza dello Stato, nessuna riguarda l’equità verso le donne o ciò che le donne potrebbero volere, e non viene mostrato alcun interesse per le donne che non sono custodi, che restano nelle case della classe dei produttori. Gregory Vlastos, in Was Plato a Feminist? (1989), argomentò nell’altro senso: qualunque fosse il movente, le disposizioni per la classe dei custodi equivalgono a una richiesta di pari opportunità che nessun altro nell’antichità avanzò.
Entrambi hanno ragione su ciò che descrivono, ed è per questo che la domanda continua a essere posta.
Atlantide, inventata nel Timeo e nel Crizia di Platone
Tutto ciò che chiunque abbia mai creduto su Atlantide discende da circa venticinque pagine scritte intorno al 360 a.C., e da nient’altro.
Compare nel Timeo a 20d-26e e nell’incompiuto Crizia a 108e-121c. La cornice è una catena di sentito dire costruita per sembrare imponente: Crizia riferisce ciò che gli raccontò il nonno, che lo ebbe da Solone, che lo ebbe dai sacerdoti di Sais in Egitto. Il sacerdote egizio apre con la battuta che dà al passo la sua autorità:
O Solone, Solone, voi Elleni non siete mai altro che bambini, e non c’è fra voi un vecchio. Timeo 22b, trad. Benjamin Jowett
I Greci, spiega, continuano a perdere i propri archivi per diluvi e incendi, e così ricominciano sempre daccapo; l’Egitto conserva i suoi. E fra questi c’è una guerra che Atene combatté novemila anni prima di Solone, contro una potenza venuta dall’Atlantico: un’isola oltre le Colonne d’Eracle più grande della Libia e dell’Asia insieme, che dominava fino all’Egitto da un lato e alla Tirrenia dall’altro. Un’Atene primordiale, rimasta sola dopo la defezione degli alleati, la sconfisse. Poi:
Ma in seguito vi furono terremoti violenti e diluvi; e in un solo giorno e in una sola notte di sventura tutti i vostri uomini di guerra in massa sprofondarono nella terra, e l’isola di Atlantide allo stesso modo scomparve negli abissi del mare. Timeo 25c-d, trad. Benjamin Jowett
Il Crizia torna a riempire il quadro e produce i dettagli che i lettori posteriori hanno setacciato in cerca di indizi: anelli concentrici di terra e d’acqua, il tempio di Poseidone rivestito d’argento e di oricalco, dieci re che si riuniscono ogni quinto e sesto anno, il toro cacciato con bastoni e lacci e sacrificato sopra una colonna iscritta. E una morale: l’elemento divino negli Atlantidei si diluì per ripetuta mescolanza con stirpe mortale finché la natura umana non prese il sopravvento, ed essi divennero avidi. Zeus raduna gli dèi per decidere che farne, comincia a parlare, e il dialogo si ferma a metà frase. Non fu mai terminato.
La sua funzione nel testo non è misteriosa, e Platone la dichiara. A Timeo 19b-c Socrate dice di aver descritto la città migliore in quiete e di volerla ora vedere in movimento, in guerra, intenta a qualcosa di degno di lei. Atlantide è il nemico inventato perché la città della Repubblica possa essere mostrata in combattimento, e l’intero apparato degli archivi egizi esiste per contrabbandare un’Atene ideale nel passato profondo. Socrate stesso, a 26e, osserva con soddisfazione che il racconto ha il grandissimo vantaggio di essere un fatto e non una finzione, che è lo scherzo detto ad alta voce.
La prova che si tratta di un’invenzione è negativa e totale. Jowett lo disse chiaramente nella propria introduzione: non esiste una simile leggenda in alcuno scrittore prima di Platone, nulla in Omero, nulla in Esiodo o Pindaro, nulla in Erodoto, e nessuno scrittore posteriore che ne citi uno anteriore. Nessuna fonte egizia è mai stata trovata. Strabone, a 2.3.6 e 13.1.36, conserva un’osservazione di solito attribuita ad Aristotele, che l’uomo che inventò l’isola fu anche quello che la fece sprofondare; nessun testo superstite di Aristotele menziona Atlantide, e Thorwald Franke ha sostenuto che l’attribuzione nasce dalla fusione di due passi distinti di Strabone, cosicché neppure lo scetticismo antico è documentato con sicurezza.
L’industria moderna comincia con Atlantis: The Antediluvian World di Ignatius Donnelly nel 1882, che fornì quasi tutto ciò che oggi si crede popolarmente. Il massimo che si possa dire responsabilmente nell’altra direzione è che un greco del quarto secolo a.C. aveva sentito parlare dell’eruzione dell’età del bronzo a Thera e della scomparsa della potenza marittima minoica, e può aver arredato la sua isola con quei ricordi. È un’affermazione su dove Platone prese gli oggetti di scena. Non è un’affermazione su Atlantide.
Che cosa propongono le Leggi di Platone, e la città che disegnò per seconda
Le Leggi sono la cosa più lunga che scrisse, dodici libri, incompiuti alla sua morte nel 347, e con distacco la meno letta. Diogene Laerzio tramanda la tradizione secondo cui Filippo di Opunte le trascrisse dalle tavolette di cera su cui erano rimaste.
Socrate non c’è. Tre vecchi camminano da Cnosso verso l’antro di Zeus in una giornata calda, riposando sotto i cipressi: un ateniese senza nome che conduce il discorso, Megillo di Sparta, e Clinia di Creta, che è stato incaricato di contribuire a fondare una colonia. Alla fine del primo giorno la conversazione è diventata la costituzione di quella colonia, e la città ha un nome, Magnesia.
Il disegno è specifico fino all’eccentricità. Le famiglie dovranno essere 5.040, una cifra scelta perché il numero è divisibile per ogni intero da uno a dodici tranne l’undici, il che lo rende comodo per la tassazione, le leve militari, i distretti di voto e la divisione della terra. Ogni famiglia detiene un lotto inalienabile che non può essere né venduto né suddiviso. La ricchezza ha un tetto di quattro volte il valore del lotto di base, e ciò che lo supera è confiscato. Oro e argento sono di fatto banditi; esiste una moneta simbolica per l’uso interno.
La costituzione è mista e somiglia assai più a una città greca reale di qualunque cosa nella Repubblica: magistrati eletti, un consiglio di trecentosessanta membri tratti in parti uguali da quattro classi censitarie, un’assemblea, tribunali, e un controllo sui funzionari alla fine del mandato. Non c’è un re filosofo. I magistrati sono subordinati alla legge, e l’ateniese dà loro un titolo per rimarcare il punto, chiamandoli i servitori o ministri della legge e dicendo di non intenderlo come una novità:
Poiché quello Stato in cui la legge è soggetta e non ha autorità, lo vedo sulla via della rovina; ma vedo che lo Stato in cui la legge sta sopra i governanti, e i governanti sono gli inferiori della legge, ha salvezza, e ogni benedizione che gli dèi possono concedere. Leggi 715d, trad. Benjamin Jowett
È la più antica enunciazione chiara, nella letteratura occidentale, dell’idea che un governo possa essere vincolato dalle proprie regole.
La cosa più originale che contengono è una questione di tecnica legislativa. A 722d-723b l’ateniese sostiene che ogni legge dovrebbe portare un preludio, un passo di persuasione che ne spieghi le ragioni, perché una persona libera va convinta e non semplicemente comandata. Una legge che si limita a ordinare tratta il cittadino come uno schiavo che riceve istruzioni da un medico frettoloso. Nulla nella legislazione antica somiglia a questo.
E poi il libro X. L’ateniese si propone di dimostrare che gli dèi esistono, che si curano degli esseri umani, e che non possono essere comprati, e avendolo dimostrato a propria soddisfazione, legifera. La miscredenza è trattata come un errore curabile quando si accompagna a un carattere onesto: cinque anni minimo in una Casa di Correzione, nessuna visita tranne i membri del Consiglio Notturno, che vengono a discutere con il prigioniero della salute della sua anima. Se alla fine non è convinto, la morte. Chi unisce la miscredenza alla fabbricazione di culti privati e alla vendita di incantesimi ha l’ergastolo in una prigione in una zona desolata del paese e viene gettato fuori insepolto. I santuari privati sono vietati del tutto; ogni culto passa per i templi pubblici.
Il passo sull’irreggimentazione a 942a-c, citato sopra, sta nella sezione sull’addestramento militare e la oltrepassa: stare in piedi, muoversi, lavarsi, mangiare e alzarsi di notte devono avvenire tutti agli ordini, e l’anima non deve abituarsi ad agire da sola. Il Consiglio Notturno stesso, a 951d-969d, è un organo di alti funzionari e giovani scelti che si riunisce prima dell’alba per custodire i principi dietro le leggi, e il dialogo termina senza dire che cosa accada se decide che le leggi sono sbagliate.
Così le Leggi sono due cose insieme, e i lettori che le vogliono una sola restano delusi. Sono la concessione di Platone che il re filosofo non arriverà e che una città di ripiego deve essere retta da regole scritte vincolanti per tutti, governanti compresi. Sono anche il libro in cui prescrive l’esecuzione per il culto a un altare privato.
Dopo
Morì nel 347 a.C., sugli ottant’anni passati, e fu sepolto nell’Accademia. Aristotele lasciò Atene poco dopo.
La successione non andò ad Aristotele. Andò a Speusippo, nipote di Platone, e Aristotele andò a oriente, ad Asso, poi a Lesbo, poi in Macedonia a istruire un ragazzo chiamato Alessandro, e non tornò ad Atene per dodici anni. La spiegazione consueta combina la successione con l’umore antimacedone della città, ed entrambe le cose sono probabilmente vere.
L’influenza non è davvero misurabile. Il neoplatonismo lo portò nella tarda antichità; Agostino si convertì con il platonismo già in mano e lo costruì dentro la teologia cristiana; i filosofi islamici al-Farabi e Avicenna lavorarono a partire da lui; l’Accademia fiorentina del Rinascimento, finanziata da Cosimo de’ Medici, fece tradurre a Ficino l’intero corpus in latino - che è il modo in cui la Firenze di Leonardo lo acquisì. La battuta di Whitehead, che la tradizione filosofica europea consiste in una serie di note a piè di pagina a Platone, è uno slogan, e non è molto lontana dal vero.
Per la maggior parte degli ultimi duemila anni quasi nessuno lesse i libri di cui parla questo articolo. Plotino, nel terzo secolo, trasse dal Parmenide e dal Timeo un sistema di emanazione da un Uno ineffabile, e fu quel sistema, non i dialoghi, che il mondo antico chiamò platonismo. Proclo lo sistematizzò ulteriormente nel quinto secolo.
Nell’Occidente latino la situazione era peggiore dell’oscurità. Intorno al 321 Calcidio tradusse in latino il Timeo fino a 53c e vi scrisse un commento, e per circa ottocento anni quel frammento fu il solo Platone sostanziale disponibile nell’Europa occidentale. Uno studioso medievale che conosceva Platone conosceva metà di un dialogo cosmologico. Tutto il resto arrivava di seconda mano, attraverso Agostino, attraverso Cicerone, attraverso Boezio, e attraverso i resoconti di Aristotele su un uomo con cui era in disaccordo.
Il greco sopravvisse a Bisanzio e venne in Occidente con gli studiosi bizantini. Gemisto Pletone tenne lezioni su Platone a Firenze durante il concilio della chiesa del 1438 e 1439, e il racconto dello stesso Ficino attribuisce a quelle lezioni l’idea di un’accademia platonica nella testa di Cosimo de’ Medici. Ficino terminò la traduzione latina delle opere complete intorno al 1469 e fu stampata nel 1484, che è il momento in cui l’intero Platone rientra nella lettura dell’Europa occidentale.
Poi la reazione, che è anch’essa influenza. Nietzsche fece dell’invenzione di un mondo più vero dietro questo l’errore fondativo dell’Occidente e ne nominò Platone come autore. Popper ne fece il primo nemico della società aperta. La filosofia analitica del ventesimo secolo prese sul serio il Teeteto e il Sofista come logica e lasciò stare la metafisica. L’osservazione di Whitehead sulle note a piè di pagina viene di solito citata come elogio ed era intesa con più cura di così: accreditava non un sistema ma una ricchezza di idee generali sparse per gli scritti, che è un complimento alle domande più che alle risposte.
Perché siede a questo tavolo
Posto nove, nell’ala destra, fra Buddha e Darwin. È la collocazione più silenziosamente ostile della sala.
La sua funzione è insistere che le apparenze non sono l’ultima parola. Quando il tavolo si adagia nel descrivere ciò che accade - e lo fa, perché Machiavelli e Darwin sono entrambi molto bravi a farlo - Platone è quello che chiede a che cosa tutto ciò serva, e se la cosa descritta sia la cosa stessa o la sua ombra su una parete.
È la fonte di quasi ogni mossa che gli altri posti fanno contro di lui. L’intero progetto di Nietzsche è un attacco all’idea di un mondo più vero dietro questo, e ne nomina Platone come origine: il cristianesimo è platonismo per il popolo. Darwin, immediatamente alla sua destra, ha silenziosamente abolito le specie fisse che le Forme richiedono, e lo ha fatto non con argomenti ma con prove. Diogene, all’estremità dell’altra ala, produsse un pollo spennato. Leonardo, che non riusciva a smettere di guardare il mondo reale, vorrebbe sapere che cosa una Forma abbia mai spiegato di come si muove l’acqua.
E dall’altro lato siede il posto con cui condivide di più ed è d’accordo di meno. Anche Buddha sostiene che la percezione ordinaria è illusa e che serve una dura disciplina per vedere oltre. Ma la conclusione di Buddha è che nulla ha un’essenza fissa - che la ricerca di un sé permanente o di una forma permanente è l’illusione, non il rimedio. Due uomini d’accordo sul fatto che la caverna è reale, e in totale disaccordo su che cosa ci sia fuori.
La domanda che gli viene posta qui è quella che il Parmenide già pose e a cui non rispose mai: se il mondo perfetto che indicava sia mai esistito, o se lo abbia costruito perché il suo maestro era stato ucciso da questo.
Le opere
primo periodo, c. 399-390 a.C.
Apologia di Socrate · Critone · Eutifrone
Il processo e la morte di Socrate. L’Apologia è quanto di più vicino esista a un documento storico di ciò che Socrate disse in tribunale, ed è il meno platonico dei dialoghi - Socrate non avanza alcuna dottrina, solo l’affermazione di sapere di non sapere nulla.
c. 385 a.C.
MenoneΜένων
Se la virtù possa essere insegnata. Il dialogo ruota attorno a un paradosso su come si possa cercare ciò che non si conosce, e vi risponde con la tesi che apprendere è ricordare, dimostrata su uno schiavo domestico privo di istruzione condotto attraverso una prova geometrica.
c. 385-370 a.C.
SimposioΣυμπόσιον
Sette discorsi sull’amore a un banchetto, chiusi da Socrate che riferisce l’insegnamento della sacerdotessa Diotima e poi da Alcibiade che irrompe ubriaco per accusarlo di seduzione per mezzo della filosofia. La fonte dell’"amore platonico", che il dialogo non intende come la formula viene intesa oggi.
c. 375 a.C.
La RepubblicaΠολιτεία
Dieci libri che cominciano chiedendo che cosa sia la giustizia e finiscono con una teoria completa della conoscenza, dell’educazione, dell’arte, della politica e dell’anima. Contiene la caverna, la linea divisa, i re filosofi, l’abolizione della famiglia per la classe dei custodi e l’espulsione dei poeti.
c. 375 a.C.
FedoneΦαίδων
L’ultimo giorno di Socrate, che argomenta l’immortalità dell’anima con la cicuta in attesa. L’esposizione più piena delle Forme, e il dialogo che ha plasmato per un millennio le idee cristiane e islamiche sull’anima.
c. 370 a.C.
FedroΦαῖδρος
Sull’amore, la retorica e l’anima come auriga con due cavalli - e, alla fine, l’argomento che la scrittura è un farmaco che produce l’apparenza della sapienza senza la sostanza.
tardo periodo, c. 369-360 a.C.
Parmenide · Teeteto · Sofista
I dialoghi autocritici. Nel Parmenide il giovane Socrate si vede smontare la propria teoria delle Forme da un vecchio filosofo e non sa difenderla - una demolizione che Platone scrisse di propria mano e non riparò mai del tutto.
c. 360 a.C.
Timeo · Crizia
Una cosmologia, e l’unica fonte al mondo su Atlantide. Il Crizia si interrompe a metà frase con Zeus sul punto di parlare, e non fu mai terminato. Calcidio tradusse in latino la prima metà del Timeo intorno al 321 d.C., e per circa ottocento anni quel frammento fu l’unico Platone sostanziale che l’Occidente latino possedesse.
incompiute alla morte, 347 a.C.
Le LeggiΝόμοι
La sua opera più lunga e meno letta. Una città di ripiego, disegnata per esseri umani reali anziché ideali - con leggi, dato che il re filosofo si era rivelato indisponibile.
c. 353 a.C. se autentica
La Settima LetteraἘπιστολὴ Ζ
L’unico resoconto in prima persona della vita di Platone: i Trenta, la morte di Socrate, i tre viaggi in Sicilia, e una digressione che nega che le sue convinzioni più profonde siano mai state messe per iscritto. L’autenticità è dibattuta fin dall’antichità e il dibattito non è chiuso.
Dove le risposte si separano
La stessa domanda, letta in altro modo dai posti vicini.
Charles Darwin
Se le specie siano reali
L’intero sistema di Platone richiede che una specie sia una realtà fissa di cui gli individui sono copie imperfette. La scoperta centrale di Darwin è che una specie è una popolazione di individui varianti priva di qualunque essenza, e che la variazione è la realtà mentre il tipo è l’astrazione. Non è un disaccordo sulla biologia; è un disaccordo sul fatto che il mondo abbia o non abbia giunture.
Diogene di Sinope
Se le Forme sfamino qualcuno
Diogene frequentava l’Accademia per fare il disturbatore. Sentito che Platone aveva definito l’uomo un bipede implume, si presentò con un pollo spennato. Alla domanda su che cosa vedesse, disse di vedere una tazza e un tavolo ma non la tazzità e la tavolità; Platone replicò che aveva gli occhi per vedere la tazza ma non l’intelletto per vedere la Forma. Lo scambio è probabilmente inventato ed è esattamente giusto: una disputa fra un uomo che pensa che la realtà sia altrove e un uomo che pensa che quell’idea sia ciò che i benestanti si raccontano.
Friedrich Nietzsche
Se esista un mondo più vero dietro questo
Nietzsche indicò in Platone l’origine dell’errore che passò la vita ad attaccare: l’invenzione di un secondo mondo, migliore e permanente, rispetto al quale questo viene misurato e trovato mancante. Nella prefazione di Al di là del bene e del male chiama il cristianesimo platonismo per il popolo, intendendo che il sacerdote non fece che divulgare ciò che il filosofo aveva costruito. La replica di Platone sta già nella Repubblica: chi nega che vi sia qualcosa sopra le ombre non ha confutato il sole, semplicemente non è mai uscito dalla caverna.
Indice
Che cos’è la teoria delle Forme?
Che le cose che percepiamo sono copie imperfette e mutevoli di realtà immutabili - un oggetto bello partecipa della Bellezza in sé, un atto giusto della Giustizia in sé. Le Forme sono ciò che rende possibile la conoscenza: di ciò che muta di continuo non si dà conoscenza, solo opinione, quindi se la conoscenza esiste deve esserci qualcosa di stabile da conoscere. Platone sostenne la teoria per decenni e poi, nel Parmenide, scrisse lui stesso le obiezioni più forti contro di essa.
Di che cosa parla il mito della caverna?
Prigionieri incatenati di fronte a una parete, intenti a guardare le ombre proiettate da oggetti trasportati alle loro spalle, scambiano le ombre per la realtà. Uno viene liberato, soffre per la luce, risale, vede il sole - e poi ridiscende a dirlo agli altri, che non gli credono e lo ucciderebbero se potessero. È una tesi sull’educazione (un rivolgimento dell’anima intera, non un travaso di nozioni), e una descrizione di ciò che accadde a Socrate.
Platone era antidemocratico?
Sì, esplicitamente. Aveva visto la democrazia ateniese perdere una guerra, giustiziare i propri generali e mettere a morte il suo maestro, e La Repubblica classifica la democrazia come la penultima costituzione, un gradino sopra la tirannide - e sostiene che produce la tirannide per la sua stessa logica. La sua alternativa, il governo di filosofi addestrati, è una proposta che la maggior parte dei lettori moderni trova peggiore del male.
Quanto del Socrate dei dialoghi è davvero Socrate?
Non si sa, e la questione ha un nome - il problema socratico. Il consenso di massima è che i primi dialoghi siano più vicini all’uomo storico, che poneva domande e non affermava nulla, e che dalla Repubblica in poi "Socrate" sia un personaggio che espone le dottrine di Platone. Il Socrate storico non scrisse nulla; tutto viene da Platone, da Senofonte e da una commedia ostile di Aristofane.
Che cos’è davvero l’amore platonico?
Nel Simposio Diotima descrive un’ascesa: dall’amore per un corpo bello all’amore per i corpi in generale, poi per le anime belle, per le leggi e per la conoscenza, e infine per la Bellezza in sé. Non è un’amicizia casta. È desiderio erotico rivolto verso l’alto - la stessa energia, puntata su qualcosa che non decade.
La Repubblica di Platone è un progetto totalitario?
Karl Popper sostenne nel 1945 che lo è, e che il programma di Platone è identico al totalitarismo anziché superiore a esso. Il testo gli fornisce la nobile menzogna, la censura, le lotterie riproduttive e il piano di espellere dalla città chiunque abbia più di dieci anni. Le repliche: la categoria è anacronistica, Popper tradusse in modo tendenzioso, i governanti non possiedono nulla e sono costretti a governare, e la città potrebbe essere un’immagine dell’anima più che una proposta.
Platone fu davvero venduto come schiavo?
La storia è antica e le fonti sono tarde. Diogene Laerzio, che scrive circa sei secoli dopo, dice che Platone fu venduto a Egina e riscattato per venti mine da Anniceride di Cirene. Nuove letture di un papiro carbonizzato di Ercolano, annunciate nel 2024, collocano la schiavitù prima, dopo la presa di Egina da parte di Sparta. Nessuna fonte contemporanea la registra, e l’aneddoto ha la forma di un racconto morale.
Atlantide è un’invenzione di Platone?
Ogni traccia di Atlantide comincia con due suoi dialoghi, il Timeo e il Crizia, scritti intorno al 360 a.C. Non c’è menzione dell’isola in Omero, Esiodo, Pindaro o Erodoto, nessuno scrittore anteriore citato da uno posteriore, e nulla nei documenti egizi. La sua funzione nel testo è letteraria: Socrate aveva chiesto di vedere la città ideale combattere una guerra, e Atlantide è il nemico inventato a quello scopo.
Perché Platone si cita con numeri come 514a?
Sono riferimenti alle pagine di un solo libro a stampa. Nel 1578 Henri Estienne, latinizzato in Stephanus, pubblicò a Ginevra un Platone greco e latino in tre volumi e contrassegnò lungo ogni pagina sezioni con le lettere da a ad e. Poiché ogni edizione successiva riproduce quei numeri, un riferimento funziona attraverso traduzioni e lingue, ed è per questo che un lettore inglese e uno greco possono trovare la stessa frase.
Che cos’è l’argomento del terzo uomo?
Un’obiezione che Platone scrisse contro se stesso nel Parmenide, a 132a-b. Se molte cose grandi condividono la Forma della Grandezza, e la Grandezza è essa stessa grande, allora la Grandezza e le cose grandi formano un nuovo gruppo che richiede un’ulteriore Forma che lo spieghi, e così via senza fine. Aristotele usò poi l’argomento come proprio. Socrate, nel dialogo, non sa rispondere.
Perché Platone voleva espellere i poeti?
Due argomenti distinti. Nei libri II e III della Repubblica, le storie raccontate ai bambini travisano gli dèi e insegnano la viltà, quindi il loro contenuto viene censurato. Nel libro X l’obiezione è più profonda: il poeta imita le apparenze e sta a tre gradi dalla verità, e la tragedia nutre la parte dell’anima che vuole soffrire. La porta per una difesa resta aperta.
Fonti e letture
- Complete WorksA cura di John M. Cooper (Hackett, 1997) - l’edizione inglese standard in volume unico.
- The Dialogues of Plato1871, rev. 1892Trad. Benjamin Jowett. Di pubblico dominio, e fonte di ogni citazione di questo articolo salvo dove indicato. Jowett è libero per gli standard moderni e a tratti più caldo del greco; dove una traduzione moderna diverge su un passo che conta, questo articolo lo dice.
- The Seventh LetterCitata nella traduzione di J. Harward (Cambridge, 1932), liberamente accessibile.
- Lives of the Eminent Philosophers, Book IIIc. III secolo d.C.La principale biografia antica, scritta circa seicento anni dopo la morte di Platone e compilata da fonti ellenistiche di qualità disuguale. L’origine della storia di Aristocle, delle tragedie bruciate e della vendita in schiavitù.
- The Cambridge Companion to Plato1992
- Socrates: Ironist and Moral Philosopher1991Il più influente tentativo moderno di separare il Socrate storico dal personaggio di Platone.
- The Third Man Argument in the Parmenides1954Isolò le due premesse necessarie al regresso, l’autopredicazione e la non identità, e sostenne che Platone non le enunciò mai insieme.
- Was Plato a Feminist?1989
- Plato and the Socratic Dialogue1996Sostiene che i primi dialoghi sono costruzioni letterarie di un autore che già possedeva le proprie vedute mature, il che renderebbe il problema socratico insolubile anziché soltanto difficile.
- The Chronology of Plato’s Dialogues1990La rassegna standard di un secolo e mezzo di stilometria, onesta su quanto poco essa risolva.
- An Introduction to Plato’s Republic1981
- Plato’s Republic and Feminism1976Sostiene che le donne custodi del libro V non sono una prova di femminismo, perché la causa è argomentata interamente dall’interesse dello Stato e mai dall’interesse delle donne.
- The Open Society and Its Enemies, vol. 1: The Spell of Plato1945L’attacco più famoso: che la Repubblica sia un progetto totalitario. Considerato in larga parte ingiusto nell’erudizione e indispensabile nella sfida che pone.
- In Defense of Plato1953Seicentosettantaquattro pagine che ripercorrono le citazioni di Popper una alla volta. La replica più completa mai scritta, e non chiuse la discussione.
- Plato, Popper and Politics: Some Contributions to a Modern Controversy1967
- The City and Man1964Legge la Repubblica come la dimostrazione di quanto costerebbe una città perfettamente giusta, scritta perché il lettore concluda che non va costruita.
- The People of Plato: A Prosopography of Plato and Other Socratics2002
- Preface to Plato1963Sul passaggio dalla cultura orale a quella alfabetica, e sul perché Platone espulse i poeti.
- The Pseudo-Platonic Seventh Letter2015A cura di Dominic Scott. Due dei maggiori filosofi dell’antichistica della loro generazione sostengono che la lettera è un falso del tardo II secolo a.C. Le recensioni si divisero, ed è questo lo stato attuale della questione.
- De amore (Commentary on Plato’s Symposium)1469Da dove proviene la formula latina amor platonicus, letta entro una cornice cristiana in cui la Bellezza finale dell’ascesa di Diotima è Dio.
- Process and Reality1929Fonte dell’osservazione sulle note a piè di pagina, citata di solito senza la precisazione che la segue.
- GreekSchools: new readings of Philodemus, History of the Academy2024Circa mille parole recuperate da un rotolo carbonizzato di Ercolano, che collocano la tomba di Platone in un giardino privato accanto al Museion dell’Accademia e datano la sua schiavitù al periodo successivo alla presa di Egina da parte di Sparta.
- Plato’s Ethics and Politics in The RepublicPassa in rassegna l’accusa di totalitarismo e le repliche senza dirimerle, ed elenca i passi in cui la città ideale è detta realizzabile.
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