The Invisible Council
Marco Aurelio - L’imperatore che scriveva note a se stesso a lume di candela mentre moriva su una gelida frontiera militare.

Posto 4

Marco Aurelio

Governò l’impero più grande della terra per diciannove anni, quasi tutti in guerra o in peste, e lasciò un taccuino privato che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. È l’unico documento superstite di un uomo che pratica la filosofia su di sé mentre detiene un potere assoluto.

Visse
121 – 180
Tradizione
Philosophy · Stoicism · Statecraft
Sul tavolo
Tavoletta di cera
Lettura
53 min

L’opera di filosofia stoica più letta che esista non fu scritta per essere letta.

Non c’è dedica, non c’è argomentazione sviluppata attraverso capitoli, non c’è pubblico a cui rivolgersi. Ci sono dodici libri di note, ripetitive, a volte contraddittorie, occasionalmente di malumore, scritte in greco da un uomo che al lavoro parlava latino, in gran parte in tende sulla frontiera del Danubio, durante una guerra che non gli piaceva. Il titolo inglese Meditations, da cui l’italiano Pensieri, appartiene a un traduttore del 1634. L’intestazione del manoscritto più antico è Ta eis heauton - a se stesso.

Questo è il primo fatto sul libro e governa tutto il resto. Stiamo leggendo i tentativi privati di un uomo di tenersi insieme, e lo facciamo contro la sua intenzione.

Che cosa sono davvero i Pensieri di Marco Aurelio

Non sono un trattato, non un libro di memorie, non una lettera, e non un’opera di alcun genere antico riconosciuto. La descrizione più vicina è uno zibaldone tenuto come disciplina: annotazioni di una riga o di venti, numerate da editori posteriori, senza un ordine che qualcuno abbia mai ricostruito in modo convincente.

Da questo seguono diversi tratti, e ognuno cambia il modo in cui le frasi vanno prese.

Nessuno doveva vederli. Non c’è dedica né destinatario. Nulla nel testo anticipa un’obiezione o spiega un termine, che è ciò che uno scrittore fa per un lettore. Non c’è prova che circolassero mentre era in vita, che la sua casa ne sapesse, o che Commodo ne ereditasse una copia.

Sono scritti in greco. Marco governava e legiferava in latino, e la sua corrispondenza con Frontone è in schiacciante maggioranza in latino, con una manciata di lettere greche per cui Frontone lo rimproverò. Nel secondo secolo la filosofia si faceva in greco, e lui scrisse la sua filosofia nella lingua della disciplina, non nella lingua della carica. La scelta è di per sé una prova di ciò che pensava di stare facendo.

La grammatica è alla seconda persona, rivolta a se stesso. La frase caratteristica è un ordine, e la persona che lo riceve è chi scrive. Non parlare più di quale debba essere l’uomo buono, ma sii tale è X.16, e ha il tono dell’intero libro: qualcuno che ha perso la pazienza col proprio stesso commento.

La ripetizione è il metodo, non un difetto. Forse una dozzina di idee ricorrono lungo i dodici libri, decine di volte ciascuna. Un trattato enuncia una proposizione una volta sola. Una pratica vi ritorna perché chi la esercita continua a perderla.

La divisione in dodici libri potrebbe non essere sua. La prima fonte a descrivere l’opera come dodici libri è la Suda, il lessico bizantino del tardo decimo secolo. Quale fosse la disposizione prima di allora non si sa.

Il primo libro è diverso dagli altri undici. È un unico elenco continuo di debiti verso persone nominate, in un registro che non compare in nessun altro punto, e viene di solito discusso a parte.

Contro l’intimità che tutto questo suggerisce, Mary Beard ha posto la cautela necessaria. Recensendo la biografia di Frank McLynn nel 2009, fece notare che non abbiamo alcuna informazione esterna sull’origine o sullo scopo dell’opera, che molto del suo materiale attinge a un repertorio standard di filosofia di scuola, e che i lettori che vi trovano un’interiorità confessionale potrebbero avercela portata loro. Il libro è intimo nella forma. Se sia intimo nel contenuto è una questione distinta, e non è risolta.

La formazione di un imperatore

Nacque Marco Annio Vero il 26 aprile del 121 d.C., in una ricca famiglia senatoria di origine spagnola, ben introdotta a Roma. Il padre morì quando lui aveva circa tre anni. Fu cresciuto in gran parte dal nonno e dalla madre Domizia Lucilla, e vale la pena registrare che l’intero primo libro dei Pensieri è un elenco di persone e di ciò che imparò da ciascuna - un inventario di debiti, scritto da un uomo che aveva il potere assoluto ed evidentemente non pensava di essersi fatto da sé.

L’imperatore Adriano lo notò presto e lo chiamò Verissimus, il più veritiero - un gioco di parole sul nome di famiglia. Quando il successore designato di Adriano morì, questi dispose la successione a catena: adottò Antonino Pio, a condizione che Antonino adottasse sia Marco, allora sedicenne, sia Lucio Vero.

Marco sapeva dunque dai sedici anni che sarebbe stato imperatore. Poi attese ventitré anni, che è un apprendistato inconsueto e probabilmente spiega molte cose.

La Historia Augusta riferisce che si diede alla filosofia da giovane e in modo teatrale: a dodici anni adottò il ruvido mantello greco, studiava per terra e lì dormiva, finché la madre non lo negoziò su un giaciglio coperto di pelli. L’elenco dei maestri è lungo e in prevalenza stoico, e comprende Apollonio di Calcedonia, Sesto di Cheronea e Giunio Rustico.

L’educazione retorica fu intensa. Frontone, il primo oratore del tempo, gli fece da maestro per anni, e le loro lettere sopravvivono.

Poi, verso i venticinque anni, incontrò la filosofia sul serio, e Frontone lo perse. Giunio Rustico gli diede le Diatribe di Epitteto - un ex schiavo che aveva costruito la versione più dura e meno consolatoria dello stoicismo disponibile. Marco registra il debito in una sola frase, a I.7: Sono debitore a lui d’aver conosciuto i discorsi di Epitteto, che mi comunicò dalla propria raccolta. Ringrazia Rustico nella stessa annotazione anche, e più eloquentemente, per avergli mostrato che aveva comunque bisogno di correzione.

L’altra presenza formativa fu Antonino Pio, il cui ritratto riempie l’annotazione più lunga del primo libro e ritorna a VI.30 come istruzione permanente: Fa’ ogni cosa come discepolo di Antonino. Ciò che segue è un elenco di abitudini di un governante al lavoro più che di virtù. Esaminava ogni cosa con cura prima di lasciarla passare. Non faceva nulla in fretta. Sopportava i biasimi ingiusti senza restituirli. Si accontentava di pochissimo quanto ad alloggio e cibo. Ventitré anni passati a guardare quell’uomo fare il mestiere sono la cosa più vicina a un’educazione politica che Marco abbia avuto, e i Pensieri non smettono di misurarlo su di essa.

Che cosa mostrano le lettere a Frontone che i Pensieri non mostrano

La corrispondenza con Marco Cornelio Frontone è la seconda fonte primaria per questa vita, e produce una persona che il taccuino non produce.

Per poco non andò perduta del tutto. Nel 1815 Angelo Mai, lavorando alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, notò che un manoscritto degli atti del Concilio di Calcedonia era stato scritto su pergamena riutilizzata, e che lo strato inferiore cancellato era Frontone. Altri fogli spuntarono in Vaticano negli anni seguenti. Da un libro raschiato e riscritto emersero circa duecento lettere fra un maestro di retorica e l’erede dell’impero, lungo quasi trent’anni. C. R. Haines le curò e le tradusse per la Loeb Classical Library nel 1919 e nel 1920, nel testo qui citato.

Parlano, per lo più, di niente. È questo il loro valore.

Una lettera, scritta poco dopo i vent’anni, restituisce un’intera giornata. Dormì fino a tardi per un raffreddore. Lesse l’Agricoltura di Catone dalle cinque alle nove, poi si curò la gola, e tiene a spiegare che non fece gargarismi, benché la parola ricorra in Novio. Assistette il padre a un sacrificio. A pranzo mangiò un tozzo di pane mentre gli altri davano fondo a fave, cipolle e aringhe piene di uova.

Poi ci mettemmo di lena a vendemmiare, sudammo bene e fummo allegri Marco a Frontone, Ad M. Caesarem IV.6, trad. di C. R. Haines

Poi tornò a casa, parlò con la madre seduta sul letto, e i due discussero su chi dei due amasse di più l’amico lontano. Dopo cena nel frantoio, ascoltò i lavoranti della fattoria che si prendevano in giro a vicenda, e si divertì. Poi scrisse la lettera, e si congedò: Addio, Frontone mio, ovunque tu sia, dolcissimo più del miele, amore mio, gioia mia. Come va fra te e me? Ti amo, e tu non ci sei.

Un’altra lettera riferisce di una caccia in cui nessun cinghiale fu visto, solo sentito nominare, e fu scalata una collina. In un’altra, Marco finisce a cavallo in mezzo a un gregge, il pastore gli scaglia contro il bastone e colpisce invece il suo scudiero, e lui racconta la storia con evidente piacere.

Questo è il registro da cima a fondo: affettuoso, autoironico, fisicamente dettagliato e del tutto privo di filosofia. L’uomo che più tardi ricorda a se stesso, a IV.19, che la fama postuma è un rumore fatto da gente che presto sarà morta chiede qui se il maestro abbia già cominciato la vendemmia, e si lamenta che l’uva di Signia è troppo aspra.

Poi una lettera cambia tono. Leggendo Aristone, lo stoico di Chio, scrive che quei libri lo trattano bene e insieme lo fanno stare male, perché gli mostrano quanto lontano ne resti.

a venticinque anni, l’anima mia non ha ancora bevuto un sorso di nobili dottrine e di principi più puri. Perciò faccio penitenza, mi adiro con me stesso, sono triste, mi confronto con gli altri, mi privo del cibo. Marco a Frontone, Ad M. Caesarem IV.13, trad. di C. R. Haines

Quella frase è il cardine fra i due archivi. Tutto ciò che viene prima appartiene alle lettere; tutto ciò che viene dopo appartiene al taccuino.

Due cose vanno dette su come le lettere si leggono oggi. La prima è che il linguaggio amoroso che contengono è stravagante persino per gli standard romani, e la traduzione di Amy Richlin del 2006, Marcus Aurelius in Love, sostiene che la corrispondenza registri una relazione erotica anziché una convenzione retorica. La tesi contraria, sostenuta fra gli altri da Christian Laes, è che l’amicizia epistolare latina parlava abitualmente così e che nulla nelle lettere dimostra una relazione sessuale. La disputa è aperta, e le lettere sono non datate o mal datate abbastanza spesso perché nessuna cronologia possa chiuderla.

La seconda è ciò che il primo libro fa di Frontone. Dopo trent’anni di quella corrispondenza, l’annotazione recita per intero: Da Frontone imparai a osservare che cosa siano l’invidia, la doppiezza e l’ipocrisia in un tiranno, e che in genere quelli che fra noi si chiamano patrizi sono piuttosto carenti d’affetto paterno. Una riga, e parla di tirannide. Rustico, che gli passò un libro, ha un paragrafo.

Il primo libro dei Pensieri, e i debiti che elenca

Diciassette annotazioni, ognuna delle quali comincia con un nome e una preposizione. Dal nonno Vero, i buoni costumi e il governo dell’ira. Dalla reputazione del padre, che conobbe appena, la modestia e un carattere virile. Dalla madre, la pietà, la vita semplice e l’astensione da tutto ciò che somiglia alle abitudini dei ricchi.

Poi i maestri, in ordine, con la cosa specifica che a ciascuno viene accreditata: Diogneto, non credere agli operatori di miracoli; Rustico, la percezione che il suo carattere avesse comunque bisogno di lavoro; Apollonio, la fermezza nel dolore e dopo la perdita di un figlio; Sesto, una casa governata come una famiglia e l’idea di vivere secondo natura; Alessandro il grammatico, non correggere il parlato altrui in pubblico ma infilare la parola giusta nella risposta.

Nulla nell’elenco è una virtù in astratto. Ogni voce è un pezzo di comportamento osservato in una persona particolare e copiato.

L’ultima e più lunga annotazione prima degli dèi è Antonino Pio, e l’ultima di tutte, I.17, è rivolta verso l’alto. Ringrazia gli dèi per i buoni nonni, i buoni genitori, i buoni maestri, e per una serie di cose che non fece: non essere stato allevato più a lungo con la concubina del nonno, non aver guastato la propria giovinezza, il fatto che le circostanze non gli abbiano mai davvero offerto l’occasione di cadere. Li ringrazia per il fratello, per figli che non furono né stupidi né deformi, e per una moglie tanto obbediente, tanto affettuosa e tanto semplice. Li ringrazia anche per i rimedi mostratigli in sogno, il che ricorda che l’uomo più razionale dell’impero prendeva i suoi consigli medici in parte dal sonno.

Ciò a cui l’intero libro ammonta è una contabilità più che un libro di memorie. L’imperatore di Roma apre il suo taccuino privato scrivendo di non essersi fatto da sé, e poi elenca le persone che lo fecero, voce per voce, con le ricevute. È, fra i documenti prodotti da uomini con tanto potere, il più lontano dall’idea dell’uomo che si fa da solo, e spiega buona parte di ciò che segue.

Diciannove anni

Antonino Pio morì nel 161. Marco, trentanovenne, fece immediatamente qualcosa che nessun imperatore aveva fatto: insistette perché il Senato confermasse Lucio Vero come coimperatore al suo fianco, dividendo volontariamente il potere supremo.

Ciò che seguì fu, quasi sotto ogni misura, una spaventosa sequenza di sventure.

Guerra a oriente. La Partia invase l’Armenia quasi subito. Vero partì per Antiochia come comandante nominale mentre a combattere erano i professionisti, fra cui Stazio Prisco e un generale siriano di nome Avidio Cassio, che nel 165 saccheggiò Seleucia e Ctesifonte. La campagna era vinta nel 166, e l’esercito di ritorno portò con sé qualcosa di peggio di ciò che aveva sconfitto.

La peste antonina. Probabilmente vaiolo. Arrivò nel 165–166 e tornò a ondate per una generazione. Le stime moderne della mortalità variano molto, ma l’estremo basso è attorno ai due milioni di morti e le stime più alte arrivano a un decimo della popolazione dell’impero. Svuotò l’esercito, sconvolse l’approvvigionamento del grano e la base fiscale, e molto probabilmente uccise Lucio Vero nel 169, benché la Historia Augusta parli di apoplessia.

Le guerre del nord. Marcomanni, Quadi e Iazigi attraversarono in forze il Danubio dal 166 in poi, e nel 170 erano penetrati fino ad Aquileia, nell’Italia settentrionale, la prima invasione dell’Italia in duecentosettant’anni. Marco, che non aveva mai voluto fare il soldato, passò in sostanza il resto della vita su quella frontiera. Fece fondere il vasellame imperiale e mise all’asta i tesori del palazzo nel Foro di Traiano piuttosto che alzare le tasse a una popolazione colpita dalla peste. Arruolò nelle legioni gladiatori e, a quanto si riferisce, banditi.

La rivolta. Nel 175 ad Avidio Cassio, il suo più alto generale in oriente, fu detto che Marco stava morendo, e si fece proclamare imperatore. Cassio fu ucciso dai suoi stessi ufficiali entro tre mesi. La risposta di Marco è la cosa più attraente dell’intero registro storico: si fece un punto di non festeggiare, disse pubblicamente che il suo unico rammarico era aver perso l’occasione di perdonare quell’uomo, rifiutò di giustiziare la famiglia, e bruciò la corrispondenza senza leggerla per non sapere chi altri fosse coinvolto. Cassio Dione conserva ciò che scrisse al Senato, chiedendo che nessuno dei congiurati fosse messo a morte: Possa non accadere mai che uno di voi sia ucciso durante il mio regno, né per mio voto né per il vostro. I figli di Cassio conservarono più di metà del patrimonio paterno e furono lasciati liberi di vivere dove volessero.

Il lutto. Faustina, sua moglie da trent’anni, morì nell’inverno del 175 in un villaggio della Cappadocia mentre viaggiava con lui verso oriente dopo la rivolta. Lui fece ribattezzare il luogo col suo nome.

Morì il 17 marzo del 180, a Vindobona o a Sirmio, a cinquantotto anni - probabilmente di peste, in accampamento, nel diciannovesimo anno di un’emergenza quasi ininterrotta.

La peste antonina, e che cosa fece al regno di Marco Aurelio

La malattia arrivò con l’esercito di ritorno dalla Mesopotamia nel 165 o nel 166 e non se ne andò mai del tutto. Galeno, il migliore medico dell’epoca e per breve tempo medico dell’imperatore, la vide a Roma e di nuovo fra le truppe svernanti ad Aquileia nel 168 e nel 169, e lasciò l’unica descrizione clinica: febbre, diarrea, infiammazione della gola e un’eruzione cutanea che compariva attorno al nono giorno, a volte secca e a volte pustolosa. Quel quadro è il motivo per cui la maggior parte degli storici l’ha chiamata vaiolo. È stato proposto il morbillo. Non esiste conferma genetica, e l’identificazione resta un’inferenza dagli appunti di un solo medico.

La mortalità è genuinamente ignota, e la forbice presente in letteratura è la risposta onesta, non un fallimento degli studi. R. J. e M. L. Littman, nel 1973, stimarono una mortalità del sette-dieci per cento sull’intero episodio, più alta nelle città e nell’esercito, e un totale di sette-dieci milioni di morti in eccesso nei suoi ventitré anni. The Fate of Rome di Kyle Harper la tratta come uno shock demografico abbastanza grave da segnare una svolta nella storia romana. Una corrente revisionista sostiene che le prove, che sono papiri, iscrizioni, ripostigli monetali e registri edilizi anziché un qualunque registro dei morti, non possono reggere conclusioni così grandi. Cassio Dione, descrivendo una recrudescenza posteriore nel 189, dice che nel momento peggiore a Roma morivano duemila persone al giorno, e quella cifra almeno viene da un senatore che c’era.

Che cosa la peste fece al regno è più facile da dire di che cosa fece alla popolazione.

Svuotò le legioni nel momento in cui la frontiera del Danubio cedeva. La Historia Augusta elenca le improvvisazioni: schiavi arruolati e chiamati Volontari, sul precedente dell’emergenza dopo Canne; gladiatori armati e chiamati gli Ossequenti; i banditi della Dalmazia e della Dardania trasformati in soldati; Germani assoldati come ausiliari per combattere Germani; due nuove legioni levate.

Svuotò il tesoro, e Marco rifiutò il rimedio ovvio. Piuttosto che imporre un tributo straordinario alle province, vendette il contenuto del palazzo.

tenne una vendita pubblica nel Foro del divino Traiano degli arredi imperiali, e vendette coppe d’oro, di cristallo e di murra, perfino fiasche fatte per dei re, le vesti di seta ricamate d’oro della moglie e, in verità, persino certi gioielli che aveva trovato in gran numero in uno scrigno particolarmente sacro di Adriano Historia Augusta, Marcus Antoninus 17.4, trad. di David Magie

La vendita durò due mesi. Cassio Dione aggiunge il seguito: quando la guerra fu vinta e il denaro recuperato molte volte, Marco annunciò che qualunque acquirente volesse restituire un oggetto ne avrebbe riavuto il prezzo. Alcuni lo fecero. I più declinarono, e lui non costrinse nessuno.

La peste uccise il suo coimperatore nel 169, e molto probabilmente uccise lui nel 180.

Ed è nel libro, una volta, trasposta. A IX.2, scritto mentre l’impero si svuotava, ricorda a se stesso che la distruzione dell’intelletto è una pestilenza, molto più, in verità, di qualunque simile corruzione e alterazione di quest’aria che ci circonda. Perché questa corruzione è una pestilenza degli animali in quanto animali; ma l’altra è una pestilenza degli uomini in quanto uomini. Un uomo circondato da un’epidemia, che la usa come figura della decadenza morale. È la frase più disciplinata del libro o la più isolata dal mondo, e i Pensieri non offrono un modo di decidere quale delle due.

Le guerre marcomanniche, e dove Marco Aurelio scrisse i Pensieri

La guerra del nord è lo scenario di quasi tutto il taccuino, e conviene conoscerla per sommi capi, perché i Pensieri furono scritti dentro di essa e non ne dicono quasi nulla.

La pressione sul Danubio cominciò a crescere nei primi anni 160 e ruppe gli argini nel 166 e nel 167, quando i Longobardi e i loro alleati passarono in Pannonia. Una tregua resse per poco. Nel 168 Marco e Vero andarono a nord, ad Aquileia, riorganizzarono le difese dell’Italia e dell’Illirico e levarono due nuove legioni. Vero morì sulla via del ritorno nel gennaio del 169.

Nel 170 la guerra divenne una catastrofe. Una coalizione guidata dal re marcomanno Ballomar distrusse una forza romana di circa ventimila uomini presso Carnuntum, valicò le Alpi, devastò Opitergium nell’Italia settentrionale e assediò Aquileia. Nessun esercito nemico entrava in Italia dai Cimbri del 101 a.C. Nello stesso periodo i Costoboci scesero attraverso la Tracia fino in Grecia e distrussero il santuario di Eleusi, uno dei luoghi più antichi e protetti del mondo greco.

La ripresa richiese cinque anni. Tiberio Claudio Pompeiano, genero di Marco, tenne il comando con il futuro imperatore Pertinace ai suoi ordini. Aquileia fu liberata, gli invasori furono respinti oltre il Danubio entro la fine del 171, e nel 172 i Romani passarono in territorio marcomanno. Marco prese il titolo di Germanico.

In un momento fra il 172 e il 173 avvenne l’episodio che tutti in seguito rivendicarono. Una forza romana, tagliata fuori e allo stremo per la sete, fu salvata da un temporale improvviso che la dissetò e colpì i suoi nemici coi fulmini. Cassio Dione ne dà il merito a un mago egizio di nome Arnufi e a una preghiera a Hermes dell’aria. Gli scrittori cristiani, da Tertulliano in poi, lo attribuirono alle preghiere dei soldati cristiani della Dodicesima legione, ed Eusebio vi dedica un capitolo. La pioggia è scolpita sulla Colonna di Marco Aurelio come un dio barbuto con l’acqua che gli scorre dalle braccia distese. Tre religioni presentarono domanda sullo stesso temporale.

Nel 175 gli Iazigi si arresero. Il loro re Zantico restituì centomila prigionieri romani, un’indicazione di quanto fosse costato il decennio precedente, e fornì ottomila cavalieri, di cui cinquemilacinquecento furono mandati in Britannia. Cassio Dione dice che Marco intendeva annettere due nuove province, la Marcomannia e la Sarmazia, e che la rivolta di Avidio Cassio interruppe il piano. La guerra riprese nel 177 ed era ancora in corso quando morì. Commodo fece pace nel giro di mesi e le province non furono mai create.

Due dei dodici libri portano una nota di luogo. Uno registra d’essere stato scritto fra i Quadi sul fiume Granua, nell’attuale Slovacchia centrale; l’altro a Carnuntum, in Pannonia, trenta miglia a est dell’odierna Vienna, dove Orosio ed Eutropio dicono che Marco passò tre anni. Le edizioni divergono sul fatto che queste note chiudano i libri primo e secondo o aprano il secondo e il terzo, e l’ambiguità è antica.

Ciò che colpisce è il silenzio. Dodici libri scritti sul campo lungo un decennio di campagne continue non contengono strategia, né battaglie, né un barbaro nominato, né un dispaccio, né una lamentela sui rifornimenti. L’unico punto in cui la guerra entra direttamente nel testo è X.10, e vi entra come accusa:

Un ragno è fiero quando ha catturato una mosca, e un altro quando ha preso una povera lepre, e un altro quando ha preso un pesciolino nella rete, e un altro quando ha preso cinghiali, e un altro quando ha preso orsi, e un altro quando ha preso Sarmati. Non sono costoro briganti, se esamini le loro opinioni? Pensieri X.10, trad. di George Long

Lui aveva preso Sarmati. Nei termini stessi della frase, era nell’elenco.

Che cosa sostiene lo stoicismo, e che cosa Marco Aurelio prese da Epitteto

Lo stoicismo fu fondato ad Atene attorno al 300 a.C. da Zenone di Cizio, che insegnava sotto un portico dipinto, la stoà poikile, da cui la scuola prese il nome. Ai tempi di Marco aveva quattro secoli e mezzo, possedeva un vocabolario tecnico, ed era diviso in tre parti: logica, fisica ed etica. Le tre non erano moduli facoltativi. L’etica dipende dalla fisica, e perdere quel legame è la cosa principale che accade allo stoicismo nell’uso moderno.

Il sistema poggia su un piccolo numero di tesi.

Il cosmo è un unico essere vivente razionale. Tutto è materia, ma la materia è organizzata e pervasa da un principio attivo, il pneuma, che gli stoici chiamano anche logos, ragione, natura, Zeus e fato, trattandoli come nomi della stessa cosa. Gli eventi non sono accidenti dentro questo tutto; sono il tutto, che si svolge.

La virtù è l’unico bene. Non il bene più alto fra altri: l’unico. Salute, ricchezza, reputazione e durata della vita sono indifferenti. Alcuni sono preferibili e altri no, e uno stoico prenderà ragionevolmente i preferibili quando sono disponibili, ma nessuno di essi rende buona una vita, e la loro perdita non le toglie nulla.

Le emozioni sono giudizi. L’angoscia non è un evento che capita a una persona; è un assenso dato a una proposizione, di solito la proposizione che sia accaduto qualcosa di male. Poiché è un giudizio, può essere esaminata, e trattenuta.

L’essere umano è un animale sociale, quindi vivere secondo natura significa giustizia. Questa metà viene spesso lasciata fuori, ed è la metà che Marco ripete di più. Ciò che non giova allo sciame non giova neppure all’ape, scrive a VI.54. Gli esseri razionali esistono gli uni per gli altri, ed è per questo che i suoi esercizi finiscono sempre col riportarlo in una stanza piena di persone.

La trasmissione a Marco passa per un solo uomo. Epitteto nacque schiavo attorno al 50 d.C. a Ierapoli di Frigia, fu proprietà di un liberto di Nerone, rimase zoppo, fu affrancato, e insegnò a Nicopoli, in Epiro, dopo che Domiziano ebbe espulso i filosofi dall’Italia. Non scrisse nulla; il suo allievo Arriano mise per iscritto le Diatribe e le condensò nel Manuale. Marco non lo incontrò mai. Lesse gli appunti, prestati da Rustico, una quarantina d’anni dopo che Arriano li aveva presi.

Il Manuale si apre con la mossa che organizza tutto ciò che Marco scriverà in seguito:

Delle cose, alcune sono in nostro potere, altre non lo sono. In nostro potere sono l’opinione, l’impulso verso una cosa, il desiderio, l’avversione e, in una parola, tutti gli atti che sono nostri; non in nostro potere sono il corpo, la proprietà, la reputazione, le cariche e, in una parola, tutto ciò che non è atto nostro. E le cose in nostro potere sono per natura libere, non soggette a impedimento né a ostacolo; ma quelle non in nostro potere sono deboli, servili, soggette a impedimento, in potere altrui. Epitteto, Manuale I, trad. di George Long

Il secondo elenco è quello da soppesare. Proprietà, reputazione e cariche sono precisamente le tre cose di cui Marco aveva più di ogni altro essere umano vivente, e la tesi che adottò a venticinque anni è che nessuna delle tre fosse sua.

La ricostruzione di Hadot organizza i Pensieri attorno a tre discipline tratte da Epitteto, corrispondenti alle tre parti del sistema: la disciplina dell’assenso, che governa il giudizio; la disciplina del desiderio, che governa ciò che si vuole e si teme; e la disciplina dell’azione, che governa la condotta verso gli altri. Quasi ogni annotazione del libro ricade in una delle tre, e leggerlo con quella griglia è la differenza fra trovarlo ripetitivo e trovarlo metodico.

Ciò che Marco non fa è argomentare. Non difende mai la fisica; la assume, e dove non può offre invece una disgiunzione. O provvidenza o atomi, scrive a IV.3, e ripete l’alternativa una mezza dozzina di volte nel corso del libro. Di solito la si legge come apertura mentale. Si legge altrettanto bene come un uomo che verifica, ancora una volta, se la consolazione sopravviva alla peggiore delle due opzioni.

Che cosa fa il libro

La cittadella interiore di Pierre Hadot ha cambiato il modo in cui i Pensieri si leggono, e il cambiamento è semplice. Queste non sono note verso una filosofia. Sono esercizi - la forma scritta di una pratica, ripetuta perché la pratica è ripetizione.

Una volta capito questo, i tratti che sembrano difetti diventano il metodo. La stessa manciata di idee ricorre decine di volte perché lui continua a non riuscire a tenerle. Il tono è imperativo perché sta istruendo se stesso. Non c’è argomentazione perché non sta persuadendo nessuno; è già d’accordo e non riesce a costringersi ad agire di conseguenza.

Il sistema stoico a cui attinge ha quattro parti che strutturano quasi ogni annotazione.

La dicotomia del controllo. Da Epitteto, ed è il muro portante dell’intero edificio: alcune cose dipendono da noi - giudizio, impulso, desiderio, avversione, in una parola le nostre scelte - e alcune no - corpo, reputazione, cariche, tutto il resto. L’angoscia viene dal trattare la seconda categoria come se fosse la prima. Marco la applica mentre detiene più potere esterno di quasi ogni essere umano mai vissuto, il che le dà una forza peculiare: è l’uomo meglio piazzato per mettere alla prova la tesi che il potere esterno non sia dove sta il bene. L’enunciato più chiaro del meccanismo è VIII.47: Se sei addolorato per una qualche cosa esterna, non è questa a turbarti, ma il tuo giudizio su di essa. E cancellare questo giudizio è in tuo potere, ora.

Vivere secondo natura. L’universo è un tutto razionale e ordinato - logos - e un essere umano vive bene agendo secondo la propria natura, che è razionale e sociale. Ciò che non giova allo sciame non giova all’ape. La sua riga più citata sul dovere è un atto di prepotenza contro se stesso all’alba. Nella resa di Long di V.1 dice a se stesso, svegliandosi controvoglia, mi alzo per il lavoro di un essere umano, e poi passa il resto dell’annotazione a litigare con la parte di sé che preferirebbe restare al caldo, perdendo la discussione, e schierando contro se stesso le piante, gli uccelli, le formiche, i ragni e le api, lavoratori che non hanno bisogno d’essere persuasi.

Lo sguardo dall’alto. Un esercizio ricorrente in cui si allontana finché Roma non è un punto, il presente un istante, e la sua reputazione un insieme di rumori fatti da gente che presto sarà morta. L’Asia, l’Europa sono angoli dell’universo; tutto il mare una goccia nell’universo; l’Athos una piccola zolla dell’universo: tutto il tempo presente è un punto nell’eternità (VI.36). A IX.30 fa la stessa cosa alle popolazioni: guardare dall’alto le innumerevoli greggi di uomini, le loro innumerevoli cerimonie, le navigazioni nella tempesta e nella bonaccia, chi nasce e chi muore. Lo fa a se stesso costantemente, e non è disperazione; è una tecnica per ridurre un problema alle sue proporzioni reali.

Memento mori. La morte è dappertutto nel libro ed è trattata senza drammi. Potresti lasciare la vita in questo istante. Che sia questo a determinare ciò che fai, dici e pensi, nella resa di Gregory Hays di II.11. E, in modo caratteristico, il promemoria a VI.24 che Alessandro il Macedone e il suo stalliere furono condotti dalla morte allo stesso stato.

A questi quattro va aggiunta una quinta abitudine, che è la più strana e la più utile. Prende un oggetto di desiderio o di terrore e lo descrive nelle sue componenti materiali finché il valore non ne è defluito. La carne arrosto è il cadavere di un animale. Il vino pregiato è succo d’uva. La porpora dell’imperatore è lana di pecora tinta col sangue di una conchiglia (VI.13). L’esercizio si chiama descrizione oggettiva, e il suo bersaglio non è il piacere ma le parole che lo esaltano, e dietro di esse l’apparenza esteriore, che lui chiama una straordinaria pervertitrice della ragione.

Poi ci sono i passi che sono inconfondibilmente un uomo specifico in una settimana specifica. L’apertura del secondo libro, scritta a se stesso prima di una giornata di lavoro:

Comincia il mattino col dire a te stesso: incontrerò il ficcanaso, l’ingrato, l’arrogante, l’ingannatore, l’invidioso, l’insocievole. Tutte queste cose accadono loro per ignoranza di ciò che è bene e di ciò che è male. Ma io, che ho visto la natura del bene, che è bello, e del male, che è brutto, e la natura di chi sbaglia, che mi è parente - non [solo] dello stesso sangue o seme, ma partecipe della [stessa] intelligenza e della [stessa] porzione di divinità - io non posso ricevere danno da nessuno di loro, perché nessuno può impormi ciò che è brutto; né posso adirarmi col mio parente, né odiarlo. Perché siamo fatti per cooperare, come i piedi, come le mani, come le palpebre, come le file dei denti di sopra e di sotto. Pensieri II.1, trad. di George Long

Questo è un uomo sul punto di entrare in una stanza piena di persone che lo sfiancano, e che, parlando, si convince a deporre il disprezzo. È lo stesso paragrafo di cui chiunque potrebbe avere bisogno un lunedì, scritto dal padrone del mondo.

Le parti più difficili

Tre cose siedono male accanto alla reputazione, e un resoconto completo deve tenerle tutte.

I cristiani di Lione. Nel 177, sotto il suo regno, dei cristiani a Lugdunum furono torturati e uccisi nell’anfiteatro; il resoconto superstite è uno dei documenti più strazianti della chiesa antica. Non c’è prova che Marco sia intervenuto, e il racconto conservato da Eusebio mostra il governatore che rimette i casi all’imperatore e riceve una risposta che confermò le sentenze. I Pensieri menzionano i cristiani una volta, a XI.3, e liquidano la loro prontezza a morire come mera ostinazione, non la prontezza ponderata che uno stoico rispetterebbe. Se Marco abbia davvero scritto quell’inciso è una questione testuale aperta, ripresa più sotto. In ogni caso è l’illustrazione più netta disponibile della distanza fra l’uomo che scrive nella tenda e la carica che stava amministrando.

Le guerre. La colonna eretta dopo la sua morte raffigura le campagne germaniche, e i suoi rilievi sono nettamente più brutali di quelli di Traiano, una vita d’uomo prima: villaggi bruciati, prigionieri giustiziati, donne trascinate via. Se fossero guerre difensive o guerre di conquista è genuinamente disputato fra gli storici - Cassio Dione dice che intendeva annettere due nuove province. Ciò che non è disputato è che il filosofo della parentela universale passò un decennio a condurle.

Commodo. Per ottant’anni - Nerva, Traiano, Adriano, Antonino, Marco - l’impero era passato per adozione, con ogni imperatore che sceglieva l’uomo più capace disponibile. Marco vi pose fine. Fece del figlio un coimperatore nel 177 e gli lasciò l’impero nel 180, e Commodo si rivelò vanitoso, imprevedibile e infine convinto d’essere Ercole; fu strangolato nel suo bagno nel 192, e la guerra civile che seguì pose fine alla pace antonina.

La difesa è reale: Marco aveva un figlio adulto vivo, e a Roma scavalcare un figlio significava di solito la morte di quel figlio o una guerra civile alle condizioni di qualcun altro. Ma non c’è modo di aggirare il fatto che il più riflessivo governante prodotto da Roma prese l’unica decisione che disfece il sistema, e che il suo taccuino - che esamina tutto il resto - non la esamina.

La persecuzione di Lione del 177, e fino a che punto Marco Aurelio la diresse

Il resoconto viene da una lettera scritta dai cristiani superstiti di Vienne e di Lione alle chiese dell’Asia e della Frigia, citata per esteso da Eusebio nel quinto libro della Storia ecclesiastica. È un documento di parte, scritto dalla parte perdente a memoria viva degli eventi, ed è anche l’unica narrazione sostanziale che esista di una persecuzione provinciale romana.

La sequenza che descrive è questa. I cristiani furono dapprima esclusi dai luoghi pubblici, poi aggrediti dalla folla, poi arrestati. Gli schiavi domestici, interrogati sotto tortura, produssero le accuse standard di banchetti cannibali e di incesto. Il governatore esaminò i prigionieri, e chi confessava veniva trattenuto. Alcuni morirono in carcere. Potino, il vescovo, ultranovantenne e a stento capace di respirare, fu trascinato davanti al tribunale, picchiato dalla folla, e morì due giorni dopo. Sanctus, diacono di Vienne, e Maturo, convertito di fresco, furono torturati e poi mandati nell’anfiteatro con Blandina, una schiava, e Attalo, uomo di rango di Pergamo. Blandina sopravvisse alle belve, fu riportata in carcere e uccisa per ultima, dopo il ragazzo Pontico. I corpi furono lasciati all’aperto per sei giorni, poi bruciati, e le ceneri gettate nel Rodano perché non restasse nulla da seppellire. Eusebio fa dieci nomi; un martirologio posteriore ne dà quarantotto.

Il passo che conta per la questione della responsabilità imperiale è breve e specifico. Attalo, cittadino romano, era già stato fatto sfilare per l’arena con un cartello quando il governatore apprese il suo stato:

Ma quando il governatore seppe che era romano, ordinò che fosse ricondotto insieme agli altri che erano in carcere, riguardo ai quali aveva scritto a Cesare, e di cui attendeva la risposta. Eusebio, Storia ecclesiastica 5.1.44, trad. di A. C. McGiffert

La risposta arrivò:

Cesare infatti ordinò che fossero messi a morte, ma che chiunque rinnegasse fosse lasciato libero. Eusebio, Storia ecclesiastica 5.1.47, trad. di A. C. McGiffert

Questa è la prova, e vale la pena essere esatti su ciò che stabilisce e su ciò che non stabilisce.

Stabilisce che i casi furono rimessi in alto e che scese una risposta che confermava le esecuzioni e offriva la liberazione a chiunque abiurasse. Non stabilisce un’iniziativa imperiale. La formula della risposta non è una politica nuova: ribadisce il quadro che Traiano aveva fissato per Plinio settant’anni prima, che i cristiani non andavano ricercati, che le denunce anonime erano inammissibili, ma che chiunque fosse accusato, condannato e non disposto ad abiurare andava punito. Un governatore che scriveva per chiedere che cosa fare di cittadini accusati di un reato capitale eseguiva una routine dell’amministrazione provinciale, e gli imperatori rispondevano a centinaia di quesiti simili all’anno, spesso tramite la segreteria ab epistulis. Se Marco lesse il fascicolo, stese le parole o siglò la minuta di un funzionario è ignoto e inconoscibile.

Due ulteriori complicazioni appartengono al quadro. La prima è che Attalo, un cittadino il cui stato avrebbe dovuto limitare la pena alla decapitazione, fu mandato comunque alle belve su insistenza della folla, il che è un fatto che riguarda il governatore e la piazza più che l’imperatore. La seconda è un decreto senatorio dello stesso anno, il 177, proposto da Marco e Commodo, che calmierava i prezzi dei gladiatori. Una sua clausola consente ai sacerdoti provinciali in Gallia di comprare a poco prezzo condannati per i giochi. Alcuni studiosi, seguendo un argomento avanzato per la prima volta da Oliver e Palmer nel 1955, hanno collegato quella clausola alla fornitura di vittime a Lugdunum. Il collegamento è un’ipotesi e non è mai stato stabilito, e viene messo agli atti qui come tale, non come un accertamento.

Il resto del regno punta nella stessa direzione. Giustino Martire e sei compagni furono processati e decapitati a Roma attorno al 165, sotto il prefetto urbano Quinto Giunio Rustico, che è lo stesso Rustico che mise le Diatribe di Epitteto nelle mani di Marco e che Marco ringrazia nel primo libro. Il martirio di Policarpo a Smirne cade nel 155 o nel 167, a seconda della cronologia seguita, e solo la data più tarda lo colloca in questo regno. Melitone di Sardi indirizzò a Marco una petizione, citata da Eusebio a 4.26, lamentando che i pii venissero vessati da un nuovo genere di editti ovunque in Asia e che i delatori sfruttassero la situazione per impadronirsi dei beni altrui. Atenagora indirizzò una difesa a Marco e Commodo attorno al 176. Nessuno dei due apologeti argomenta contro un editto generale di persecuzione, perché non ce n’era alcuno; entrambi argomentano contro il lasciar correre i procedimenti locali. Tertulliano, scrivendo una generazione dopo e citato da Eusebio a 5.5, muove la stessa lagnanza in forma di domanda, chiedendo che genere di leggi siano queste che solo gli empi e i crudeli applicano, leggi che Vespasiano ignorò e Traiano in parte annullò e che né Adriano né Pio avallarono.

Poi il taccuino. A XI.3, discutendo la prontezza a morire, Marco loda un’anima pronta a separarsi dal corpo, purché la prontezza venga da un giudizio personale,

non da mera ostinazione, come nei cristiani, ma con ponderatezza e con dignità e in modo da persuadere un altro, senza apparato tragico. Pensieri XI.3, trad. di George Long

Perfino questo è disputato. C. R. Haines, curando il testo della Loeb, osservò che l’inciso che nomina i cristiani sta fuori dalla grammatica della frase e ha tutta l’apparenza di una glossa marginale che un copista ha assorbito nel testo. Alcuni editori hanno concordato, benché i testi correnti stampino l’inciso, e Haines stesso ammise che Marco poteva avere in mente i cristiani anche senza di esso. Se hanno ragione, i Pensieri non menzionano mai i cristiani, e l’unico luogo in cui il filosofo si fa sentire sull’argomento è la nota di un lettore in un margine.

Ciò che si può dire con fiducia è poco, ed è peggiore per la reputazione di quanto sarebbe un verdetto netto. Marco non avviò una persecuzione generale. Nemmeno fermò questa, e la macchina che uccise i dieci confessori che Eusebio nomina a Lione fece salire un quesito fino alla sua scrivania e ne ricevette una risposta che le permise di continuare. Il divario fra l’uomo che scrisse che chi sbaglia è un parente partecipe dello stesso frammento del divino, e la carica che diede il benestare all’anfiteatro, non è un rompicapo da risolvere. È l’argomento.

Marco Aurelio e la schiavitù

Lo stoicismo aveva le premesse per un’obiezione alla schiavitù e non la mosse mai.

La scuola insegnava che tutti gli esseri umani partecipano della ragione, che il saggio è libero ovunque si trovi e lo stolto è schiavo ovunque si trovi, e che il cosmo è un’unica città di cui tutti gli esseri razionali sono cittadini. Epitteto, la fonte che Marco venerava di più, era stato proprietà di qualcuno. La quarantasettesima lettera di Seneca argomenta a lungo che gli schiavi sono esseri umani, compagni di schiavitù sotto la fortuna, e che con loro si dovrebbe mangiare anziché farsi servire. Crisippo, terzo scolarca della scuola e suo sistematore, definì lo schiavo un salariato a vita, il che è negare che qualcuno sia schiavo per natura; Seneca conserva la definizione in Sui benefici 3.22.

Nessuno di loro ne concluse che l’istituzione andasse abolita, e nemmeno Marco lo fece. Nei Pensieri il vocabolario della schiavitù compare di continuo come metafora, per una mente schiava delle impressioni o delle opinioni altrui, e mai una volta come descrizione delle diverse centinaia di migliaia di persone che erano legalmente proprietà dentro il territorio che governava. Il primo libro ringrazia gli dèi, a I.17, per il fatto di non essere stato allevato più a lungo con la concubina del nonno, una frase che presuppone una casa in cui le persone erano possedute e non si accorge del presupposto.

Ciò che invece fece fu legiferare, e la legislazione è la cosa più forte che si possa dire dall’altro lato. I suoi rescritti, conservati in frammenti attraverso il Digesto, tornano ripetutamente sulle stesse aree: la manomissione degli schiavi, decisa in favore della libertà dove la legge era ambigua; la nomina di tutori per orfani e minori; la vigilanza sulle finanze municipali. La Historia Augusta gli attribuisce la prima nomina di un pretore con responsabilità esclusiva sui pupilli, perché la cura dei minori non fosse un ripensamento nel calendario dei consoli, e l’aumento dei giorni d’udienza dell’anno a duecentotrenta per smaltire l’arretrato delle cause. Estese la fondazione caritatevole del predecessore per le fanciulle povere e intitolò la nuova dotazione alla moglie.

Questi sono gli atti di un amministratore coscienzioso che lavora dentro un sistema, e non sono poca cosa: una regola che risolve verso la libertà i casi dubbi di manomissione cambia esiti reali per persone reali. Sono anche, precisamente, riforme del meccanismo più che una domanda su di esso.

Il punto non è che un romano del secondo secolo abbia fallito un esame del ventunesimo. È più stretto e più duro. Le sue stesse premesse indicavano una direzione, e il taccuino che esamina la sua collera, la sua vanità, la sua insofferenza per le riunioni e la sua paura della morte non va in quella direzione, né registra d’essersi accorto della direzione.

Perché Marco Aurelio lasciò l’impero a Commodo

La versione corrente dell’accusa è che Marco ruppe un sistema funzionante. Il sistema era meno sistema di quanto l’accusa presuma.

Nerva, Traiano, Adriano e Antonino Pio vengono citati come quattro imperatori che scelsero i successori per merito. Tutti e quattro morirono senza un figlio maschio superstite. Ciò che gli scrittori posteriori descrissero come il principio adottivo fu, in pratica, quattro incidenti biologici consecutivi, rivestiti a posteriori da idea costituzionale. Quando un imperatore romano aveva un figlio, il figlio succedeva, e così era da Vespasiano in poi.

Marco e Faustina ebbero almeno tredici figli e forse quattordici in circa trent’anni. Sei gli sopravvissero: cinque figlie e Commodo. Commodo stesso era un gemello, nato il 31 agosto del 161, il cui fratello Tito Aurelio Fulvo Antonino morì a quattro anni. Un altro figlio, Marco Annio Vero, morì a sette anni nel 169. A metà degli anni 170 Commodo era l’unico figlio maschio rimasto in vita, e non era un candidato fra tanti. Era il candidato.

L’elevazione fu graduale e pubblica. Fu fatto Cesare nell’ottobre del 166, prese la toga virile nel 175 durante l’emergenza di Avidio Cassio, quando Marco lo convocò d’urgenza da Roma, tenne un consolato nel gennaio del 177 a quindici anni, e nello stesso anno fu fatto co-Augusto. Dal 177 vi furono due imperatori, come ce n’erano stati dal 161 al 169, e l’assetto era familiare più che inedito.

Quanto sarebbe costata l’alternativa è la parte che di solito si salta. Scavalcare un figlio adulto a Roma non gli procurava un quieto ritiro. Produceva o la sua esecuzione o un pretendente permanente attorno a cui il prossimo comandante d’armata poteva organizzarsi, e Avidio Cassio aveva appena dimostrato, sulla base della sola voce della morte dell’imperatore, quanto in fretta ciò avvenisse. Marco aveva visto un generale d’oriente montare una rivolta in tre mesi. Un figlio diseredato del divino Marco sarebbe stato la figura di riferimento più attraente dell’impero.

Contro tutto questo sta l’esito, e fu brutto quanto dicono le fonti. Commodo abbandonò la guerra del nord a pochi mesi dalla morte del padre, negoziò un accordo e non tornò mai più alla frontiera. Combatté nell’arena, e la Historia Augusta conta le sue corone gladiatorie a mille mentre Dione conta 735 apparizioni, e si fece raffigurare come Ercole. Sua sorella Lucilla congiurò contro di lui nel 182 e fu esiliata e uccisa. L’ultima notte del 192, dopo che il veleno aveva fallito, un lottatore di nome Narcisso lo strangolò nel suo bagno, e l’anno seguente produsse cinque imperatori e una guerra civile.

Cassio Dione, che la visse, scrisse l’epitaffio dell’intera transizione. Marco, dice, fu deluso dal figlio che aveva cresciuto ed educato con tutta la cura di cui era capace, e con quella delusione la nostra storia ora discende da un regno d’oro a uno di ferro e di ruggine.

La Historia Augusta afferma che Marco lo vide arrivare e desiderò la morte del figlio piuttosto che lasciarlo diventare un altro Nerone o Domiziano. È la meno affidabile delle fonti nel suo momento più romanzesco, ed è anche la storia che tutti ricordano.

Il taccuino tace. Esamina la sua irritazione, la sua vanità, la sua riluttanza ad alzarsi dal letto, l’inconsistenza della fama e la certezza della morte. Sull’unica decisione che avrebbe determinato a che cosa fossero serviti i suoi diciannove anni, non c’è nulla. E a VII.3 aveva scritto il metro con cui l’omissione si giudica: ognuno vale esattamente quanto valgono le cose di cui si dà pensiero.

Faustina, e le accuse che le fonti le muovono

Annia Galeria Faustina, figlia di Antonino Pio, fu promessa dapprima a Lucio Vero e sposò Marco nel 145. Partorì almeno tredici figli in tre decenni, lo accompagnò in campagna militare, ricevette nel 174 il titolo di Mater Castrorum, madre dell’accampamento, e morì nell’inverno del 175 a Halala, in Cappadocia, mentre viaggiava verso oriente con lui dopo la rivolta di Avidio Cassio. Lui chiese al Senato di divinizzarla, ribattezzò il villaggio Faustinopoli, vi costruì un tempio e fondò a suo nome un’opera di beneficenza per le fanciulle povere.

Le fonti letterarie, intanto, le assegnano una delle peggiori reputazioni della storia romana.

La Historia Augusta riferisce che concepì una passione per un gladiatore, che gli astrologi caldei consigliarono all’imperatore di farla bagnare nel sangue di quell’uomo, e che Commodo fu il risultato. Riferisce che a Caieta sceglieva amanti fra i marinai e i gladiatori. Riferisce che quando a Marco fu consigliato di divorziare da lei o di ucciderla rispose che, se avesse mandato via la moglie, avrebbe dovuto restituirle la dote, e la dote era l’impero. Elenca anche quattro suoi presunti amanti che lui avrebbe promosso.

Cassio Dione aggiunge l’accusa politica. Credendo il marito in punto di morte e il figlio troppo giovane e troppo sempliciotto per tenere il trono, Faustina, nel suo racconto, incoraggiò in segreto Avidio Cassio a prepararsi, così che potesse avere insieme l’impero e lei.

Quasi nulla di tutto questo regge a un esame. La Historia Augusta è una compilazione del quarto secolo di un solo scrittore che si finge sei, con falsificazioni documentate e un gusto per lo scabroso, e la storia del gladiatore è trasparentemente costruita a ritroso da ciò che Commodo divenne in seguito. L’accusa di Dione richiede che Faustina abbia organizzato una congiura contro un marito che comunque si aspettava di veder morire, e che l’abbia fatto in modo da non lasciare traccia nell’ampio registro del dopo, in cui Marco perdonò chiunque riuscì a trovare. Lo studio di Barbara Levick sulle due Faustine separa gli atti registrati, che sono onori, dotazioni e trent’anni di viaggi con l’esercito, dalla tradizione su di lei, che è pettegolezzo conservato da scrittori ostili.

Ciò che si può dire è poco e leggermente strano. Marco scrisse di lei una volta, mentre era viva, nell’elenco delle cose che doveva agli dèi, e l’annotazione è calda e breve: una moglie tanto obbediente, tanto affettuosa e tanto semplice. È la frase di un uomo che era contento. Non è la frase di un uomo a cui fosse stata fatta una domanda su di lei.

Come morì Marco Aurelio

Morì il 17 marzo del 180. Cassio Dione, preciso dove le altre fonti sono vaghe, dà la durata del regno in diciannove anni e undici giorni e l’età alla morte in cinquantotto anni, dieci mesi e ventidue giorni. Il luogo è disputato: Aurelio Vittore lo pone a Vindobona, l’odierna Vienna; Tertulliano a Sirmio, nell’attuale Serbia. Entrambi erano quartieri generali della guerra del nord.

La causa è probabilmente la malattia che lo seguiva da anni, e forse la peste, ancora attiva negli accampamenti. La scena del letto di morte nella Historia Augusta lo mostra smettere di mangiare e di bere per affrettare la fine, mandare via il figlio nel caso il morbo fosse contagioso, e rivolgere una domanda agli amici intorno.

Perché piangete per me, invece di pensare alla pestilenza e alla morte, che è la sorte comune di noi tutti? Historia Augusta, Marcus Antoninus 28.4, trad. di David Magie

Alla domanda a chi affidasse il figlio, si dice che rispose: a voi, se ne sarà degno, e agli dèi immortali.

Poi c’è l’osservazione di Dione, che è l’unico accenno antico a qualcos’altro.

morì il diciassette di marzo, non per la malattia di cui ancora soffriva, ma per opera dei suoi medici, come mi è stato detto senza mezzi termini, i quali vollero fare un favore a Commodo. Cassio Dione, Storia romana 72.33, trad. di Earnest Cary

L’accusa è contro i medici, non contro il figlio, e nessun’altra fonte la ripete. Vale la pena registrare che Dione era un senatore con buoni accessi e una pessima opinione di Commodo, e che le due cose tagliano in direzioni diverse.

Un’ulteriore nota medica si è attaccata al regno. Dione registra che Marco, che durante il giorno non mangiava quasi nulla, prendeva un poco del farmaco composto chiamato teriaca, e aggiunge che lo faceva non tanto perché temesse qualcosa, quanto perché aveva lo stomaco e il petto in cattive condizioni. La teriaca conteneva oppio. Nel 1961 Thomas Africa costruì su quella frase un argomento a favore della dipendenza dell’imperatore dall’oppio, e l’argomento circolò molto. Da allora è stato generalmente respinto, perché le dosi in gioco sono molto al di sotto del livello a cui la dipendenza insorge e perché il lungo deterioramento che una simile abitudine produce non è visibile in nessun punto del registro.

Fu divinizzato. Secondo la Historia Augusta, il Senato e il popolo sedettero insieme, cosa che in nessun’altra occasione facevano, e lo acclamarono dio benigno; e generazioni più tardi la sua immagine stava ancora fra i lari delle case comuni. Il verdetto di Cassio Dione è quello invecchiato meglio:

non incontrò la buona sorte che meritava, perché non era forte di corpo e fu immerso in una moltitudine di travagli per quasi tutto il regno. Ma io, per parte mia, lo ammiro ancora di più proprio per questa ragione: perché fra difficoltà inconsuete e straordinarie seppe salvare se stesso e preservare l’impero. Cassio Dione, Storia romana 72.36, trad. di Earnest Cary

La strana storia del libro stesso

Non sarebbe dovuto sopravvivere. Non c’è prova che circolasse mentre lui era in vita, e nessuna che qualcuno lo abbia letto per quasi due secoli.

La prima traccia plausibile è un discorso tenuto dall’oratore Temistio attorno al 364, che parla di precetti o ammonizioni di Marco senza dare un titolo, e che alcuni studiosi ritengono troppo vago per contare. Il primo riferimento certo è molto più tardo: Areta, vescovo di Cesarea, se ne fece fare una copia prima del 907 e menziona l’opera col nome che i manoscritti portano, ta eis heauton. La Suda, compilata alla fine del decimo secolo, la descrive come una condotta della propria vita di Marco imperatore, in dodici libri, che è la prima attestazione della divisione che usiamo.

Il testo raggiunge poi il mondo moderno attraverso un canale molto stretto. Sopravvive un solo manoscritto completo, il Codex Vaticanus Graecus 1950, del quattordicesimo secolo, ed è danneggiato, con righe perdute per errori di copia. Un secondo manoscritto, il Codex Palatinus, fornito da Heidelberg tramite Michael Toxites e descritto da Xylander come mutilo, servì per la prima edizione a stampa ed è poi scomparso del tutto. Tutto il resto è frammenti: estratti dei primi nove libri in un manoscritto di Darmstadt, poche pagine a Monaco, un singolo foglio a Treviri, e citazioni del dotto bizantino del quindicesimo secolo Briennio, che evidentemente aveva ancora una copia completa. Due testimoni, uno dei quali perduto, sono il fondamento di ogni edizione stampata da allora.

L’editio princeps uscì a Zurigo nel 1559, stampata da Andreas Gesner, con il testo greco curato da Wilhelm Xylander e accanto una traduzione latina dello stesso. Xylander non lo chiamò Meditations. Il suo titolo era De seipso seu vita sua, su se stesso, ovvero sulla propria vita, e le edizioni successive del sedicesimo e del diciassettesimo secolo usarono formule simili. Il nome inglese arrivò nel 1634, quando Meric Casaubon pubblicò a Londra la prima traduzione inglese come Marcus Aurelius Antoninus the Roman Emperor, His Meditations Concerning Himselfe. Il titolo che tutti ora usano - da cui discendono le Meditazioni e i Pensieri delle edizioni moderne, dove altre preferiscono A se stesso - è la scelta di un traduttore, fatta quattordici secoli dopo che le note furono scritte, e da allora ha plasmato in silenzio la lettura, suggerendo contemplazione dove il greco dice soltanto che lo scritto era per sé.

L’edizione di Cambridge di Thomas Gataker, del 1652, stabilì il testo e la numerazione delle sezioni con cui la filologia ancora discute, e la traduzione di George Long del 1862 lo mise in ampia circolazione in inglese.

Da allora è stato letto da quasi chiunque abbia dovuto sopportare qualcosa: da soldati, da prigionieri, da morenti. James Stockdale, abbattuto sul Vietnam, attribuì a Epitteto e a questa tradizione l’essere riuscito ad attraversare sette anni in una prigione di Hanoi. Negli ultimi due decenni è stato anche saccheggiato per slogan di produttività, un destino che i passi sulla fama anticipano quasi esattamente.

Quale traduzione dei Pensieri leggere

La scelta qui conta più che per la maggior parte dei testi antichi, perché il greco è una stenografia privata compressa e il traduttore deve decidere quanto dispiegarla. La stessa sezione può arrivare come tre frasi diverse.

George Long (1862), pubblicata come The Thoughts of the Emperor M. Aurelius Antoninus. Di dominio pubblico, liberamente disponibile, e la versione citata in tutto questo articolo. Long segue da vicino la forma del greco e segna fra parentesi le proprie integrazioni, il che ne fa il testo più facile su cui verificare un’affermazione. Il prezzo è la dizione vittoriana e il thou.

A. S. L. Farquharson (Oxford, 1944). L’edizione erudita, con un commento completo. Ancora il riferimento per chiunque discuta che cosa dica un passo.

Maxwell Staniforth (Penguin, 1964). La versione leggibile standard per una generazione, ormai in gran parte soppiantata.

Gregory Hays (Modern Library, 2002). La traduzione responsabile del revival moderno, e quella dietro quasi ogni citazione che circola senza attribuzione. Righe brevi, lingua d’oggi, nessun arcaismo, e una libertà considerevole con la struttura del greco. Si legge come il diario privato che è. È anche la meno letterale delle opzioni correnti, e chi la cita spesso sta citando Hays quanto Marco.

Robin Hard (Oxford World’s Classics, 2011). Accurata, annotata, con introduzione e note di Christopher Gill, e con estratti delle lettere di Frontone stampati a fianco. Il miglior volume unico per un lettore che voglia insieme l’accessibilità e un testo di cui fidarsi.

Robin Waterfield (2021). Un’edizione annotata attenta al vocabolario tecnico stoico, e la più scrupolosa nello spiegare che cosa un termine stia facendo.

Christopher Gill, Meditations Books 1–6 (Oxford, 2013). Non un’edizione da lettura. Un commento, e il posto dove andare per l’argomento sotto un passo.

La differenza si vede più facilmente all’apertura del secondo libro. Long ha, nell’originale inglese: Begin the morning by saying to thyself, I shall meet with the busybody, the ungrateful, arrogant, deceitful, envious, unsocial. Hard ha: Say to yourself at the start of the day, I shall meet with meddling, ungrateful, violent, treacherous, envious, and unsociable people. Il greco è lo stesso. Il registro, il ritmo e l’elenco dei vizi no, e qualunque argomento costruito sugli aggettivi esatti è un argomento su un traduttore.

Frasi attribuite a Marco Aurelio che non scrisse mai

I Pensieri sono brevi e numerati, il che significa che qualunque cosa vi si trovi davvero può essere localizzata. Una riga che non si riesce a localizzare di solito non si localizza perché non c’è. Parecchie fra le più diffuse sono riconducibili ad altre persone.

“Tutto ciò che sentiamo è un’opinione, non un fatto. Tutto ciò che vediamo è una prospettiva, non la verità.” Non è nel testo, ed è incompatibile con esso. L’epistemologia stoica sostiene che alcune impressioni sono vere, che possono essere riconosciute come vere, e che dar loro correttamente l’assenso è l’intera faccenda della disciplina dell’assenso. Il passo più vicino è II.15, dove Marco annota il detto del cinico Monimo, che tutto è opinione, e aggiunge che è utile solo in quanto è vero, che è precisamente la qualificazione opposta.

“Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Renditi conto di questo, e troverai la forza.” Nessuna traduzione la contiene. È una compressione moderna di un’idea reale. Il testo che comprime è VIII.47, citato sopra, che dice qualcosa di più stretto e di più esigente: l’angoscia è un giudizio, e il giudizio è ciò che può essere rimosso.

“Lo scopo della vita non è stare dalla parte della maggioranza, ma evitare di trovarsi nei ranghi dei folli.” Scritta da Lev Tolstoj, in Bethink Yourselves! del 1904, che la attribuì lui stesso a Marco. L’attribuzione errata ha più di un secolo ed ebbe origine da un romanziere.

“Quando ti alzi al mattino, pensa a che prezioso privilegio sia essere vivi.” Elbert Hubbard, che scriveva sotto il nome “The Fra”, in un numero del 1913 della sua stessa rivista.

“Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità” e “La morte ci sorride a tutti; tutto ciò che un uomo può fare è sorriderle di rimando.” Entrambe furono scritte per il film Il gladiatore del 2000, ed entrambe vi sono pronunciate da Massimo, un personaggio che non è esistito.

Altre due sono genuine ma vengono di solito citate in una resa più che in una traduzione. “Non perdere altro tempo a discutere su come debba essere un uomo buono. Siilo” è la versione di Hays di X.16, che Long rende come Non parlare più di quale debba essere l’uomo buono, ma sii tale. E “La felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri” è una compressione libera ma difendibile di V.16, dove Long ha: Quali sono i tuoi pensieri abituali, tale sarà anche il carattere della tua mente; perché l’anima si tinge dei pensieri.

Quella sulla vendetta è reale ed è raramente citata con esattezza. A VI.6 Marco scrive che il modo migliore di vendicarsi è non diventare simili a chi ha fatto il torto. È l’annotazione più breve sull’argomento e la più difficile da seguire.

Che cosa il film Il gladiatore inventò su Marco Aurelio

Più persone hanno incontrato questo imperatore attraverso il film di Ridley Scott del 2000 che attraverso qualunque libro, e la versione della sua morte data dal film è ormai quella popolare. Quasi nulla di essa accadde.

La crisi di successione è inventata. Nel film, Marco intende scavalcare il figlio e consegnare il potere a un generale, Massimo, come reggente, in vista di restaurare la Repubblica. Nei fatti Commodo era co-Augusto dal 177, e regnava accanto al padre da tre anni prima della morte. Non c’era alcun posto vacante da riempire e nessuna decisione lasciata al capezzale.

L’ambizione repubblicana è inventata, e rovesciata. Nessuna fonte suggerisce che Marco volesse restaurare la Repubblica. La Historia Augusta dice che il detto che aveva costantemente sulle labbra era quello di Platone: prosperano gli Stati dove i filosofi sono re o i re filosofi, che è un argomento a favore della carica che deteneva, non contro di essa.

L’assassinio è inventato. Marco morì di malattia il 17 marzo del 180 a Vindobona o a Sirmio, dopo un declino che la sua casa aveva osservato per giorni. L’unico accenno antico a un delitto è l’osservazione di Dione sui medici, e accusa i dottori di aver affrettato la fine, non il figlio di averlo soffocato.

Massimo è inventato, benché in lui siano confluiti pezzi di uomini reali. Tiberio Claudio Pompeiano, genero di Marco, tenne davvero il comando del nord. Marco Valerio Massimiano vinse davvero la campagna contro i Quadi nel 179. Narcisso, il lottatore che uccise Commodo, fornì il finale.

Lucilla è reale, e il film la comprime. Era figlia di Marco e vedova di Lucio Vero, e congiurò davvero contro il fratello, nel 182, due anni dopo la cronologia del film. Il complotto fallì, lei fu esiliata a Capri e poi uccisa.

Commodo nell’arena è reale. Vi combatté ripetutamente: la Historia Augusta conta le sue corone a mille, Dione le sue apparizioni a 735, e si fece raffigurare come Ercole. Non morì lì. Fu strangolato nel suo bagno il 31 dicembre del 192 da Narcisso, dopo che un tentativo di avvelenarlo era fallito.

Il film è un buon film e non ha mai sostenuto altro. Il suo costo è specifico: la successione, che è la domanda genuinamente difficile su questo regno, è ora ricordata dai più come un assassinio commesso contro Marco anziché come una decisione presa da lui. L’invenzione lo assolve dall’unica accusa che regge.

Che cosa l’industria dello stoicismo moderno prende da Marco Aurelio, e che cosa lascia indietro

I Pensieri vendono oggi più che in qualunque momento della loro storia, e la ragione è un revival cominciato attorno al 2012. La Stoic Week, condotta da Exeter dal gruppo Modern Stoicism, ha guidato decine di migliaia di partecipanti attraverso esercizi strutturati. I libri di Ryan Holiday, a partire da The Obstacle Is the Way del 2014 e The Daily Stoic del 2016, hanno venduto svariati milioni di copie, e la newsletter e i profili social collegati raggiungono un pubblico di milioni di persone.

Buona parte di ciò che quel revival dice è corretta, e dirlo per primo è solo onesto.

I Pensieri sono davvero un libro pratico. La lettura di Hadot, secondo cui questi sono esercizi e non dottrina, è filologia e non marketing, ed è la lettura che le versioni popolari hanno adottato. La dicotomia del controllo è davvero l’idea portante, ed Epitteto la insegnava davvero come un’esercitazione da ripetere finché non diventasse automatica. Un lettore che arriva attraverso un’email quotidiana e riparte con l’abitudine di chiedersi se una cosa dipenda da lui ha preso qualcosa che la tradizione contiene davvero, e l’ha preso dal posto giusto.

Ciò che resta indietro merita d’essere nominato con precisione, perché le lacune sono strutturali, non accidentali.

La fisica. Lo stoicismo classico è una cosmologia prima d’essere un’etica. La ragione per cui è accettabile che una cosa sia accaduta è che l’universo è un unico tutto vivente razionale e la cosa è parte del suo ordine. Tolto questo, la consolazione non ha più fondamento, solo una tecnica. Marco sapeva quale peso portasse la premessa, ed è per questo che continua a tornare alla disgiunzione: provvidenza, o atomi. Uno stoicismo che lascia cadere in silenzio la cosmologia deve trovare qualche altra ragione per cui ciò che accade sia sopportabile, e per lo più non va a cercarla.

L’indifferenza, nel senso forte. La dottrina non è che gli esterni vadano maneggiati con calma. È che non sono beni. Salute, denaro, posizione e durata della vita sono indifferenti, preferibili quando disponibili e privi di valore in sé. L’uso moderno tende a rovesciare tutto questo: la pratica viene raccomandata perché migliora le prestazioni, la resilienza e i risultati, il che rende la calma strumentale precisamente agli esterni che la dottrina nega. Non è un aggiustamento da poco. Inverte la direzione dell’argomento.

La giustizia. La conclusione che Marco ripete di più è sociale. Gli esseri razionali esistono gli uni per gli altri. Ciò che non giova allo sciame non giova all’ape. Gli esercizi non servono alla compostezza privata; il passo mattutino di II.1 esiste per farlo passare da una porta ed entrare in una stanza piena di persone che preferirebbe evitare, e finisce con la tesi che non può odiarle. Una versione dello stoicismo organizzata attorno alla prestazione individuale tiene la compostezza e lascia cadere la stanza.

Il fallimento. Il taccuino è ripetitivo perché lui continua a perdere il filo. È il resoconto di un non arrivare, scritto da un uomo che leggeva la stessa dottrina da trent’anni e aveva ancora bisogno di riscriverla prima di colazione. Un metodo presentato come metodo implica un esito. La testimonianza effettiva del libro è che l’esito non arrivò, e che lui continuò comunque, che è una cosa più dura e più utile da sentire.

Sotto tutte e quattro sta l’osservazione semplice su cui la sezione poggia. Questo è il taccuino privato di un uomo con il potere assoluto, che ricorda a se stesso, ancora e ancora, che il potere non vale nulla. È un oggetto diverso da un sistema di produttività, e la differenza non è di accento. Il taccuino sostiene che le cose di cui una cultura della prestazione vuole di più non sono dove si trova una vita buona. Letto come un metodo per ottenerne di più, viene letto contro se stesso.

Niente di tutto questo è un argomento contro i lettori che arrivano per quella via, e non esiste versione di questa osservazione che migliori se fatta con disprezzo. La maggior parte delle persone incontra il libro attraverso la confezione moderna, e un libro che dice a una persona che la sua reputazione e la sua posizione non sono dove sta il suo bene è un buon libro da incontrare per qualunque via. Marco incontrò Epitteto allo stesso modo, attraverso una copia prestata da un amico, senza un maestro, circa un decennio dopo la morte di quell’uomo, e passò i tre decenni successivi a non esserne all’altezza. Studiosi che lavorano dentro il revival, fra cui Massimo Pigliucci, hanno messo in dubbio quanto fedelmente le versioni popolari rendano la filosofia, non se qualcuno debba leggerla. La distorsione è di selezione più che di errore. Le righe che circolano sono quelle sulla resilienza. Le righe che non circolano sono quelle sulla morte, sulla giustizia, e su quanto poco tutto questo conterà fra breve.

Perché siede a questo tavolo

Posto quattro, all’estremità dell’ala sinistra, accanto alla sedia vuota. È il consigliere che detenne il potere e concluse che era irrilevante per l’unica domanda che contasse.

Questo gli dà una funzione specifica in una discussione. Quando il tavolo dibatte che cosa una persona dovrebbe fare delle circostanze, Marco è quello che ritorna, con pazienza e senza troppo interesse a vincere, alla distinzione fra ciò che sta accadendo e ciò che se ne sta facendo. Non sostiene che la sofferenza sia irreale. Sostiene che il giudizio aggiunto alla sofferenza è la parte che può essere esaminata - e che questa è l’unica parte che si sia mai potuta esaminare.

È anche il realista del tavolo sulla morte, in un modo che i posti religiosi non sono e a cui i posti vitalisti resistono. Nei Pensieri non c’è aldilà. C’è questo: che finisce, che finisce presto, che chiunque venga in mente se n’è già andato, e che nulla di tutto ciò cambia quello che una giornata richiede.

Due posti più in là, Nietzsche chiama l’intera faccenda un magnifico pezzo di autoinganno - la volontà di potenza rivolta all’interno, la debolezza battezzata virtù, un uomo che si persuade di non volere ciò che non può avere. La risposta di Marco sarebbe che lui aveva tutto, e che questo è precisamente l’esperimento che Nietzsche non poté mai condurre.

Dall’altra parte della sedia vuota, Gesù offre una consolazione che Marco non può usare: che l’ordine non è soltanto razionale ma personale, e che ama chiunque vi stia dentro. Diogene, all’estremità opposta, raggiunse la stessa indifferenza alla fortuna trecento anni prima senza possedere nulla, e vorrebbe sapere quanta parte della serenità dell’imperatore fosse garantita dal fatto che poteva smettere di essere imperatore in qualunque momento e non lo fece mai.

E accanto a lui, al posto tre, siede l’unica obiezione a cui non ha risposta. I Pensieri poggiano interamente sul fatto che l’universo sia razionalmente ordinato - sul tutto che ha senso anche dove la parte non lo ha. Dostoevskij oppone a quella premessa l’aritmetica di Ivan Karamazov: un solo bambino torturato, e il conto non torna. Marco non può replicare senza chiedere a Ivan di concedere proprio la cosa che Ivan sta restituendo.

La domanda che gli ritorna, episodio dopo episodio, è quella che il libro non si pone mai. Scrisse, più di una volta, che il valore di un uomo si misura dal valore delle cose di cui si cura. Lui si curava dell’impero, e lo lasciò al figlio.

Le opere

  1. c. 170–180 d.C.

    PensieriΤὰ εἰς ἑαυτόν - Ta eis heauton, "To Himself"

    Dodici libri di note private, scritti in greco, negli accampamenti militari sul Danubio. Non rivolti a un lettore, non intitolati da lui e molto probabilmente non destinati a sopravvivere. Il titolo inglese, Meditations, glielo diede un traduttore quattordici secoli più tardi.

  2. c. 139–166 d.C.

    La corrispondenza con FrontoneEpistulae

    Lettere fra Marco e il suo maestro di retorica, recuperate da un palinsesto da Angelo Mai a partire dal 1815. Affettuose, quotidiane, piene di raffreddori e di vendemmie, e la migliore testimonianza che abbiamo dell’uomo prima che la filosofia s’indurisse.

  3. 161–180 d.C.

    I rescritti e le decisioni giuridicheRescripta, orationes, constitutiones

    Sparsi nel Digesto e nel patrimonio epigrafico: decisioni sulla manomissione, sulla tutela dei minori, sul governo municipale. L’unico corpo di scritti in cui la filosofia e la carica sono visibilmente opera della stessa persona.

  4. 176–192 d.C.

    Colonna di Marco Aurelio

    Non un testo, ma un documento. I rilievi delle guerre germaniche sono nettamente più brutali di quelli di Traiano: massacri, incendi, prigionieri giustiziati sotto gli occhi delle famiglie. Il resoconto dello Stato stesso su ciò che comportò il regno dell’imperatore filosofo.

Dove le risposte si separano

La stessa domanda, letta in altro modo dai posti vicini.

  • Fëdor Dostoevskij

    Se l’ordine ci sia davvero

    L’intera consolazione stoica poggia sul fatto che l’universo sia razionalmente ordinato, così che ciò che accade a una persona sia una parte, a lei invisibile, di un tutto che ha senso. Dostoevskij oppone a questo la domanda di Ivan Karamazov: un solo bambino torturato, e l’aritmetica fallisce. Marco non ha risposta che non richieda di concedere prima la premessa, e Ivan si rifiuta di concederla.

  • Diogene di Sinope

    Se un imperatore possa rinunciare a qualcosa

    Entrambi sostengono che la fortuna non è dove risiede il bene, e Diogene ci arrivò per primo, tre secoli prima, possedendo un mantello e una tazza. La differenza è che Diogene pagò la posizione con tutto ciò che aveva, e Marco la mise per iscritto in una tenda sorvegliata dai pretoriani, con l’approvvigionamento di grano di un impero sotto la sua firma. Diogene chiederebbe se l’indifferenza al potere sia una scoperta quando dichiararla non costa nulla, e Marco non ha modo di provare che a lui costò qualcosa.

Indice

Che cosa sono esattamente i Pensieri?

Un taccuino privato di autoistruzione filosofica, scritto in greco - la lingua della filosofia, non quella della sua corte - in gran parte durante le campagne militari degli anni 170. Non c’è argomentazione, né pubblico, né struttura: è un uomo che ricorda a se stesso cose in cui già crede e che continua a non riuscire a mettere in pratica. La ripetizione, di solito trattata come un difetto, è il senso dell’esercizio.

Marco Aurelio fu un buon imperatore?

Per gli standard romani, insolitamente coscienzioso: ascoltava le cause di persona, ampliò le provvidenze per i poveri e per gli orfani, rifiutò di alzare le tasse durante la peste e mise invece all’asta i beni imperiali, e divise volontariamente il potere con un coimperatore. Perseguitò anche i cristiani a Lione nel 177, condusse costose guerre di conquista oltre il Danubio, e nominò successore il figlio. La parola "buono" porta molto peso nella domanda.

Marco Aurelio perseguitò i cristiani?

Dei cristiani morirono a Lione nel 177 sotto il suo regno, ed Eusebio conserva il dettaglio che il governatore rimise i casi all’imperatore e che la risposta ordinò di uccidere i confessori e di liberare chi abiurava. Non c’è prova di un editto su scala imperiale né prova che Marco sia intervenuto. Se rispondere alla domanda di un governatore equivalga a dirigere una persecuzione è il punto su cui gli studi si dividono.

Che cos’è lo stoicismo in un paragrafo?

Che l’universo è razionalmente ordinato; che l’unica cosa genuinamente in nostro controllo è il nostro giudizio e la nostra volontà; che tutto il resto - la salute, la reputazione, la ricchezza, quanto a lungo si vive - ne sta fuori e quindi non è dove risiede il nostro bene; e che vivere secondo natura significa vivere secondo ragione, il che per un animale sociale significa giustizia verso gli altri. Tutto nei Pensieri è un’applicazione di queste quattro tesi.

Perché Commodo è il problema?

Perché per ottant’anni la carica imperiale era passata per adozione all’uomo più capace disponibile, e Marco vi pose fine lasciandola al figlio - che fu, secondo ogni resoconto superstite, un disastro. Se avesse una scelta reale è discusso: aveva un figlio maschio adulto e vivo, e scavalcarlo a Roma di solito significava ucciderlo. Ma è l’unica decisione che rende difficile leggere i Pensieri con innocenza.

Dove furono scritti i Pensieri?

Sulla frontiera del Danubio, durante le guerre marcomanniche degli anni 170. Due dei dodici libri portano una nota di luogo: uno registra d’essere stato scritto fra i Quadi sul fiume Granua, nell’attuale Slovacchia, l’altro a Carnuntum, in Pannonia, dove Orosio ed Eutropio dicono che Marco passò tre anni. Le edizioni divergono sul fatto che quelle note chiudano un libro o aprano il successivo.

Quale traduzione dei Pensieri è la migliore?

Dipende dall’uso. George Long (1862) è gratuita, di dominio pubblico e fedele alla forma del greco, in inglese vittoriano. Gregory Hays (2002) è la versione dietro il revival moderno: diretta, citabile, e la più libera col testo. Robin Hard (2011) e Robin Waterfield (2021) sono le letture moderne accurate, entrambe annotate. Le citazioni che circolano senza nome di traduttore sono di solito di Hays.

Marco Aurelio scrisse "hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni"?

No. Quella frase non compare in nessuna traduzione dei Pensieri e non corrisponde ad alcun passo. È una compressione moderna di un’idea che lui sostiene davvero. Il testo reale più vicino è VIII.47, dove scrive che una persona addolorata da una cosa esterna non è turbata dalla cosa ma dal proprio giudizio su di essa, e che quel giudizio può essere cancellato adesso.

Commodo uccise Marco Aurelio?

No. Quella è la trama del film Il gladiatore. Marco morì il 17 marzo del 180, a Vindobona o a Sirmio, dopo una malattia, nel diciannovesimo anno di regno. Cassio Dione riporta sì la voce che i suoi medici ne affrettarono la fine per compiacere Commodo, il che accusa i dottori e non il figlio, e nessun’altra fonte la conferma.

Che cos’è la dicotomia del controllo?

La mossa d’apertura del Manuale di Epitteto, e il muro portante dei Pensieri: alcune cose dipendono da noi, cioè i nostri giudizi, impulsi, desideri e avversioni, e alcune no, cioè il corpo, la proprietà, la reputazione e le cariche. L’angoscia viene dal trattare la seconda categoria come se appartenesse alla prima. Marco la applica mentre detiene più cariche di chiunque sia vivo.

Fonti e letture

  • Marcus AureliusMeditationsCitati qui nella traduzione di George Long del 1862, che è di dominio pubblico e può essere verificata riga per riga. Robin Hard (Oxford World’s Classics, 2011, intro. di Christopher Gill) e Gregory Hays (Modern Library, 2002) sono nominati ovunque si usi la loro resa.
  • EpictetusDiscourses, Handbook, FragmentsLa fonte diretta di Marco, tramite Giunio Rustico. Il Manuale è citato dalla traduzione di George Long del 1877.
  • Cassius DioRoman History, books 71–72Sopravvive nell’epitome di Xifilino. Citato dalla traduzione di Earnest Cary per la Loeb (1927), seguendo la numerazione dei libri della Loeb. Un senatore che scrive a due generazioni di distanza, e la migliore fonte narrativa per il regno.
  • Historia AugustaMarcus AntoninusTrad. di David Magie, Loeb, 1921. Una compilazione del quarto secolo di un solo autore che si finge sei, con falsificazioni documentate. Utile per il dettaglio che può essere corroborato, inaffidabile per qualunque cosa scandalosa.
  • Eusebius of CaesareaEcclesiastical History, book 5Conserva la lettera delle chiese di Vienne e di Lione sui martirii del 177. Trad. di A. C. McGiffert, Nicene and Post-Nicene Fathers, 1890.
  • Fronto, Marcus CorneliusCorrespondence1919–1920Trad. di C. R. Haines, due volumi. Recuperata da un palinsesto da Angelo Mai a partire dal 1815; il manoscritto era stato raschiato e riscritto con gli atti del Concilio di Calcedonia.
  • Birley, AnthonyMarcus Aurelius: A Biography1966, rev. 1987La biografia storica di riferimento, e il resoconto più chiaro del perché la successione adottiva fosse un sottoprodotto della mancanza di figli anziché un principio.
  • Hadot, PierreThe Inner Citadel: The Meditations of Marcus Aurelius1998Il libro che ha riletto i Pensieri come esercizi spirituali anziché come trattato, e la cosa singola più utile mai scritta su come leggerli.
  • Gill, ChristopherMarcus Aurelius: Meditations, Books 1–62013Commento; la migliore guida accademica all’argomento stoico sottostante.
  • McLynn, FrankMarcus Aurelius: Warrior, Philosopher, Emperor2009
  • Beard, MaryWas He Quite Ordinary?2009Una recensione di McLynn, e la formulazione più tagliente di quanto poco le prove per questo regno possano davvero reggere.
  • Harper, KyleThe Fate of Rome: Climate, Disease, and the End of an Empire2017Sulla peste antonina e su ciò che fece al regno. Sostiene un danno demografico grave; la tesi revisionista contraria è segnalata nel testo.
  • Littman, R. J. and Littman, M. L.Galen and the Antonine Plague1973L’articolo dietro la stima di mortalità del sette-dieci per cento tanto ripetuta.
  • Levick, BarbaraFaustina I and II: Imperial Women of the Golden Age2014Lo studio che separa ciò che di Faustina è documentato da ciò che di lei si disse.
  • Richlin, AmyMarcus Aurelius in Love2006Traduzione e lettura delle lettere di Frontone come corrispondenza erotica. Contestata; la tesi contraria è che quel linguaggio sia una convenzione dell’epistolografia romana.
  • SenecaLetters to Lucilius 47; On Benefits 3.22Lo scritto stoico più completo su come andassero trattati gli schiavi, e il passo che conserva la definizione di Crisippo dello schiavo come salariato a vita.
  • TertullianApologyc. 197Citato da Eusebio a 5.5. La lagnanza che le leggi usate contro i cristiani fossero leggi che nessun imperatore rispettabile aveva avallato.
  • Oliver, James H. and Palmer, Robert E. A.Minutes of an Act of the Roman Senate1955L’edizione del decreto senatorio del 177 sui prezzi dei gladiatori, e l’origine dell’argomento che ne collega la clausola gallica alle morti di Lione. Il collegamento non è mai stato stabilito.
  • Beckmann, MartinThe Column of Marcus Aurelius: The Genesis and Meaning of a Roman Imperial Monument2011
  • Africa, Thomas W.The Opium Addiction of Marcus Aurelius1961L’ipotesi costruita sull’osservazione di Dione a proposito della teriaca. In seguito generalmente respinta, per ragioni di dosaggio e per l’assenza di qualunque segno di deterioramento.
  • Pearse, RogerNotes on the manuscript tradition of Marcus Aurelius’s Meditations2014Elenca i testimoni superstiti: il Vaticanus Graecus 1950, il perduto manoscritto Palatino e i manoscritti di estratti.
  • Sadler, Gregory B.10 Definitely Fake Quotes Not From The Stoic Emperor Marcus AureliusRiconduce le attribuzioni errate in circolazione ai loro veri autori, fra cui Tolstoj, Elbert Hubbard e gli sceneggiatori del film Il gladiatore.

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