Quasi tutto ciò che la parola machiavellico si porta dietro - l’avvelenatore, l’intrigante, l’uomo che sorride mentre calcola come sbarazzarsi di un rivale, fu inventato da persone che non lo avevano letto, applicato a un libro che scrisse in quattro mesi da disoccupato e impaurito, e cementato da un libellista ugonotto francese che gli attribuì la colpa di un massacro avvenuto quarantacinque anni dopo la sua morte.
L’uomo in sé era un funzionario stipendiato. Passò quattordici anni a scrivere dispacci per una repubblica, perse l’impiego quando la repubblica cadde, fu torturato con l’accusa di aver congiurato per restaurarla, e trascorse il resto della vita in un piccolo podere a sette miglia dalla città che non poteva più servire, scrivendo libri che nessuno avrebbe pubblicato finché non fu sepolto.
Quel che segue è quella vita, quei libri, e la lunga disputa su che cosa davvero intendesse.
La città che lo formò
Firenze nel 1469 era una repubblica di nome e un’oligarchia di fatto, governata dal banco dei Medici attraverso un sistema di cariche che sembrava costituzionale e funzionava come clientela. Niccolò vi nacque il 3 maggio, nella piccola nobiltà - la classe con un nome antico, uno stemma e niente denaro.
Il padre Bernardo era un avvocato di pratica modesta e irregolare, escluso per anni dagli uffici pubblici come debitore del comune. Ciò che Bernardo aveva erano i libri, e un diario - il Libro di Ricordi - che sopravvive e registra, fra le spese di casa, come ottenne una copia delle Deche di Livio: non comprandola, ma compilando per lo stampatore un indice dei suoi nomi di luogo in cambio del volume. Suo figlio avrebbe passato la vita a discutere con quel libro.
L’educazione fu umanistica e provinciale: latino, Livio, Cicerone, Lucrezio - Niccolò copiò a mano per intero il De rerum natura da giovane, e il manoscritto è nella Biblioteca Vaticana. Niente greco. Niente università. Conta più di quanto sembri, perché lo lasciò per sempre fuori dalla corporazione dei filosofi. Non acquisì mai il vocabolario dell’argomentazione scolastica e non finse mai di possederlo. Quando scrive dell’anima o di Dio, scrive da laico con delle opinioni, non da uomo che ha letto Tommaso d’Aquino.
Poi venne Savonarola. Il frate domenicano che governò Firenze dal pulpito fra il 1494 e il 1498, bruciò le vanità, profetizzò il flagello d’Italia, fu scomunicato, e fu impiccato e arso in piazza della Signoria il 23 maggio 1498. Machiavelli osservò tutto da giovane senza incarichi, e ne trasse la conclusione che attraversa ogni cosa che scrisse in seguito: tutti i profeti armati vinsero, e i disarmati andarono in rovina. Sta nel sesto capitolo del Principe, enunciata come legge generale della politica. Il caso particolare lo aveva visto a ventinove anni.
Quattordici anni al centro
Cinque giorni dopo l’esecuzione di Savonarola, smantellato il partito del frate, il ventinovenne Machiavelli fu proposto come secondo cancelliere della Repubblica. In luglio fu confermato, e poco dopo fu fatto anche segretario dei Dieci di Balìa - il comitato che trattava gli affari esteri e le cose militari.
Per i quattordici anni successivi fu al centro di tutto, senza mai essere nessuno. Era apparato, non principale. Stendeva, viaggiava, riferiva, e guardava gli uomini che decidevano.
Le legazioni sono la sua educazione. Nel 1499 fu mandato da Caterina Sforza a Forlì e ne fu compiutamente raggirato - un’umiliazione che mise per iscritto con onestà e su cui tornò per il resto della vita. Nel 1500 passò sei mesi alla corte di Luigi XII di Francia e imparò che aspetto avesse uno stato vero: unito, tassato, armato in permanenza, e del tutto disinteressato alle opinioni delle repubbliche cittadine italiane. Lo rovinò per la politica italiana. Ogni pagina successiva è scritta da un uomo che ha visto la scala di ciò che sta arrivando.
Alla fine del 1502 fu aggregato a Cesare Borgia in Romagna, e in dicembre era a Senigallia quando Borgia invitò a un incontro amichevole i capitani che avevano congiurato contro di lui e li fece strangolare. Il dispaccio di Machiavelli è quasi ammirato. Più tardi ne trasse la Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e altri - un resoconto breve, piatto e tecnico di un massacro, scritto come un professionista scrive di un lavoro eseguito con pulizia.
Osservò anche la Romagna dopo, e registrò l’altra metà. Borgia aveva messo nella provincia un uomo duro, Remirro de Orco, perché la pacificasse con la brutalità; quando la provincia fu pacificata e per questo odiava Remirro, Borgia lo fece tagliare in due e lasciare in piazza a Cesena con un ceppo di legno e un coltello insanguinato accanto. Il commento di Machiavelli è una frase sola: il popolo ne rimase soddisfatto e stupefatto. Quella frase è tutto il suo metodo - l’effetto sul pubblico è il fatto che conta, e lo statuto morale dell’atto è una questione separata che qui declina di sollevare.
L’unica cosa che avviò lui stesso fu la milizia. Machiavelli si era convinto che le compagnie mercenarie - lo strumento standard della guerra italiana - fossero strutturalmente inutili: erano pagate per combattere e avevano perciò interesse a non combattere in modo risolutivo, e se ne sarebbero andate nel momento in cui qualcuno avesse pagato di più. Dal 1505 premette per l’ordinanza, una milizia di coscritti reclutata nelle campagne fiorentine, e la legge che la creava passò il 6 dicembre 1506. La diresse lui stesso. Nel 1509 prese Pisa, dopo quindici anni di fallimenti. Fu il grande successo della sua carriera.
Nel 1512 crollò. Un esercito spagnolo in marcia su Firenze per restaurare i Medici incontrò la sua milizia a Prato il 29 agosto, la sfondò in un pomeriggio e saccheggiò la città. La repubblica cadde in pochi giorni. Il 7 novembre Machiavelli fu destituito, multato e confinato nel territorio fiorentino.
Se Cesare Borgia fu il principe modello di Machiavelli
Il capitolo VII del Principe è costruito attorno a un uomo solo. Cesare Borgia era figlio di papa Alessandro VI, cardinale a diciotto anni, fuori dalla Chiesa cinque anni dopo, e fatto duca di Valentinois da Luigi XII, ragione per cui l’Italia lo chiamava il Valentino. Machiavelli fu aggregato al suo campo per quattro mesi a cavallo fra il 1502 e il 1503 e ne scrisse per il resto della vita.
Il capitolo lo innalza senza riserve. Le azioni di Borgia sono offerte come l’istruzione che un principe nuovo dovrebbe studiare, e Machiavelli dice di non conoscere precetti migliori da dare.
Poi elenca ciò che il duca fece, e l’elenco si legge come un piano di lavoro. Distrusse le famiglie dei signori che aveva spodestato, perché non sopravvivesse alcun pretendente che un papa ostile potesse sostenere. Staccò la nobiltà romana dagli Orsini e dai Colonna e la legò a sé. Costruì il più grande partito singolo dentro il Collegio cardinalizio. E si dispose a tenere nelle proprie mani potere sufficiente a sopravvivere alla morte del padre. Tre dei quattro punti erano compiuti nell’agosto del 1503.
A romperlo non fu un rivale. Alessandro VI morì il 18 agosto 1503, e Cesare, che a quel giorno pensava da anni, era lui stesso vicino a morire di febbre quando arrivò. Machiavelli registra il racconto che il duca stesso gli fece, il giorno in cui fu eletto Giulio II: aveva pensato a tutto ciò che poteva accadere alla morte del padre e a tutto aveva trovato rimedio, salvo che non aveva mai previsto di trovarsi lui stesso in punto di morte.
se le sue disposizioni non erano valse a nulla, la colpa non era sua, ma di una straordinaria ed estrema malignità della fortuna. Il Principe, capitolo VII
Di una cosa gli si dà colpa. Troppo debole per eleggere un papa suo, Borgia poteva ancora bloccarne uno, e acconsentì invece a Giuliano della Rovere, un cardinale che aveva offeso. Giulio II gli tolse la Romagna nel giro di mesi. Fu arrestato, spedito in Spagna, tenuto a Chinchilla e poi a Medina del Campo, evase nel 1506, prese servizio presso il cognato re di Navarra, e fu ucciso in una scaramuccia fuori Viana il 12 marzo 1507, a trentun anni.
Dunque il principe modello del capitolo VII era morto e spogliato di tutto da sei anni quando il capitolo fu scritto, e ogni lettore a Firenze lo sapeva. Non è un fatto che Machiavelli nascose; è ciò a cui il capitolo serve. La tesi non è che Borgia vinse. È che un uomo può fare tutto ciò che una situazione richiede, nell’ordine giusto, con fermezza, e venire finito comunque da una malattia che nessuno poteva mettere in calendario. Il capitolo su Cesare Borgia è il capitolo che prepara il capitolo sulla fortuna.
Rousseau lesse le stesse pagine due secoli e mezzo più tardi e trasse dallo stesso fatto la conclusione opposta, in una nota: la scelta di un eroe così detestabile tradisce l’intenzione nascosta. La lettura ironica di Erica Benner segue quella linea. La lettura più piana è che Machiavelli ammirò il metodo, lo vide crollare per ragioni che il metodo non poteva toccare, e riferì entrambe le metà.
La milizia di Machiavelli, Dell’arte della guerra e il giorno di Prato
L’argomento che lo spinse alla riforma militare è enunciato senza giri nel capitolo XII del Principe:
I principali fondamenti di tutti gli stati, così dei nuovi come dei vecchi o dei misti, sono le buone leggi e le buone armi; e poiché non possono esserci buone leggi dove non ci sono buone armi, dove ci sono buone armi conviene che ci siano buone leggi. Il Principe, capitolo XII
I mercenari, nello stesso capitolo, sono inutili e pericolosi, disuniti e indisciplinati, gagliardi fra gli amici, vili fra i nemici, e tenuti in campo soltanto da un soldo troppo piccolo perché si muoia per esso. L’Italia vi si era appoggiata per un secolo, e per questo Carlo VIII nel 1494 percorse la penisola intera avendo bisogno soltanto, nella frase che Machiavelli prende in prestito, del gesso in mano per segnare gli alloggiamenti.
La sua risposta fu la coscrizione. Dal 1505 premette per una milizia reclutata nelle campagne fiorentine, e il 6 dicembre 1506 passò la legge che ne creava la magistratura permanente, i Nove della Milizia. Ne fu fatto segretario e la diresse. La leva raggiunse l’ordine dei diecimila fanti del contado. Nel 1509 quelle truppe erano in linea alla resa di Pisa, dopo quindici anni in cui Firenze non era riuscita a riprendersi la città.
Prato è l’altra metà del fascicolo. Il 29 agosto 1512 l’esercito spagnolo della Lega Santa al comando di Ramón de Cardona, a corto di rifornimenti e di fretta, aprì una breccia dopo circa due giorni di bombardamento. La guarnigione, circa duemila coscritti di Machiavelli, non la tenne. La città fu presa d’assalto e saccheggiata nelle settimane seguenti. Scrivendo in settembre sui racconti di chi ne era uscito, Machiavelli stimò i morti in quattromila, e alcune fonti contemporanee danno cifre più alte. Firenze si arrese senza subire un assedio proprio, e la repubblica che aveva servito per quattordici anni scomparve in meno di quindici giorni.
Non lasciò mai cadere l’argomento. Dell’arte della guerra, scritto attorno al 1519 e pubblicato nel 1521, è la sola opera politica maggiore stampata mentre era vivo. È un dialogo in sette libri, ambientato nei giardini Rucellai, con il condottiero Fabrizio Colonna come interlocutore principale, e propone la legione romana come modello per un esercito moderno: la fanteria davanti alla cavalleria, l’addestramento davanti allo slancio, e un corpo di cittadini che torna ai campi quando la campagna finisce.
Il suo errore più noto è l’artiglieria, che Fabrizio subordina alla fanteria invece di trattarla come decisiva. La correzione moderna è che Machiavelli non rifiutò le armi da fuoco; negò loro il ruolo di guida perché, con i cannoni del 1520, affidarvisi significava stare fermi, e lui voleva eserciti che si muovessero. Si sbagliò su dove andava il secolo ed ebbe ragione sulla parte che si rivelò contare di più. Addestramento, formazioni stabili e disciplina permanente sono ciò con cui Maurizio di Nassau e Gustavo Adolfo costruirono la fanteria europea due e tre generazioni dopo, lavorando sullo stesso modello romano.
La corda
Nel febbraio 1513 fu trovata una lista. Due giovani, Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi, avevano congiurato contro il nuovo regime mediceo, e avevano messo per iscritto i nomi degli uomini che speravano si unissero a loro. Il nome di Machiavelli c’era. Non esiste prova che conoscesse bene i due o che sapesse alcunché della congiura.
Fu arrestato e torturato con la corda: i polsi legati dietro la schiena, il corpo issato per essi, poi lasciato ricadere di colpo perché le spalle prendano tutto il peso. Resse sei tratti. Non confessò, perché non c’era nulla da confessare.
Ciò che fece in prigione, all’incirca in quei giorni, fu scrivere due sonetti a Giuliano de’ Medici - l’uomo la cui famiglia lo aveva incarcerato - lamentando i pidocchi e il fetore e chiedendo, con una battuta, di essere fatto uscire. È un documento strano e caratteristico. L’ironia non si spegne sotto tortura.
Fu rilasciato in marzo, nell’amnistia generale che segnò l’elezione di Giovanni de’ Medici a papa Leone X. Un fiorentino sul trono papale; la città in festa; e Machiavelli, quarantatré anni, che esce di prigione con le spalle slogate e senza impiego.
Sant’Andrea, e la lettera
Si ritirò nella piccola proprietà che il padre gli aveva lasciato a Sant’Andrea in Percussina, presso San Casciano, sette miglia a sud di Firenze. Vi restò, a fasi alterne, per il resto della vita.
Il 10 dicembre 1513 scrisse a Francesco Vettori, amico e ambasciatore fiorentino a Roma, descrivendo le proprie giornate. È la lettera più famosa della letteratura italiana e merita il titolo.
La mattina passa nei boschi con il vischio, un libro in tasca - Dante, Petrarca, Tibullo, Ovidio - a leggere degli amori altrui mentre cattura tordi. Poi l’osteria sulla strada, dove gioca a cricca e a triche-trach con il mugnaio, il beccaio e due fornaciai, e le partite producono grida e insulti per un quattrino, e lui vi prende parte con tutto se stesso, perché altrimenti, dice, il cervello gli ammuffirebbe.
Poi la sera:
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513
E poi, quasi di passaggio, che ha composto un opuscolo De principatibus - sui principati - e che vorrebbe il parere di Vettori sull’opportunità di presentarlo ai Medici.
Questa è l’origine del Principe: il tentativo di un disoccupato di farsi assumere di nuovo, scritto da un uomo che aveva appena descritto la lettura degli autori morti come la sola cosa che gli facesse dimenticare la paura.
I Medici non gli diedero mai l’impiego. C’è una storia, non verificabile ma antica, secondo cui il manoscritto fu presentato in un giorno in cui qualcun altro portò a Lorenzo una coppia di cani da caccia, e i cani ebbero più attenzione.
Che cosa dice davvero Il Principe
Sono ventisei capitoli brevi. Non è un trattato; è più vicino a un rapporto di servizio.
I primi undici classificano gli stati e i modi in cui si acquistano. I capitoli dal dodici al quattordici riguardano gli eserciti, e sostengono che un principe che si affida a mercenari o ad ausiliari è un principe che ha dato in appalto l’unica cosa che lo tiene in vita. I capitoli dal quindici al ventitré sono quelli che tutti citano. Gli ultimi tre sono un lamento per l’Italia e un appello a cacciare gli eserciti stranieri - il passaggio più emotivo che abbia mai scritto e il meno simile al resto del libro.
Il cardine è il capitolo quindici. Machiavelli dice che si allontanerà da ciò che altri hanno scritto, perché:
molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero; perché tanto è lontano il come si vive dal come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare impara piuttosto la propria rovina che la propria conservazione. Il Principe, capitolo XV
La formula che usa è la verità effettuale della cosa. Non ciò che uno stato dovrebbe essere. Ciò che accade davvero, e ciò che davvero ne segue.
Da quel cardine, le conclusioni famigerate discendono con una calma quasi aritmetica.
Sulla crudeltà (capitolo VIII): le crudeltà possono essere bene o male usate. Bene usate significa fatte tutte in una volta, per necessità della propria sicurezza, e poi interrotte e convertite in beneficio. Male usate significa piccole all’inizio e crescenti col tempo. La distinzione riguarda per intero durata e quantità, non permesso - e vale la pena notare che anche qui sta argomentando per meno violenza, applicata più in fretta, rispetto all’alternativa che critica.
Sull’essere temuti o amati (capitolo XVII): l’ideale sarebbero entrambe le cose, ma le due si combinano male, e se a una si deve rinunciare è più sicuro essere temuti. Gli uomini sono ingrati, volubili e falsi, e l’amore è tenuto da un vincolo di obbligo che, essendo gli uomini tristi, si rompe ogni volta che conviene; ma la paura è tenuta da un timore della punizione che non viene mai meno. Poi la qualificazione che si perde sempre nella citazione: il principe deve comunque evitare di essere odiato, e lo evita tenendo le mani lontane dalla roba altrui e dalle donne altrui - perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio.
Sul mantenere la parola (capitolo XVIII): un principe deve sapere usare la bestia oltre che l’uomo, e fra le bestie essere insieme leone e volpe - il leone non vede le trappole, la volpe non si difende dai lupi. E dunque un principe prudente non può né deve mantenere la parola quando gli si ritorce contro e le ragioni che gliela fecero dare sono venute meno. Machiavelli aggiunge, asciutto, che se gli uomini fossero tutti buoni questo precetto non sarebbe buono, ma poiché sono tristi e non manterrebbero la parola con lui, lui non è tenuto a mantenerla con loro.
Sulle apparenze: non è necessario avere tutte le buone qualità, ma è ben necessario parere di averle. Ognuno vede quello che un principe pare; pochi toccano quello che è.
Due cose vanno dette su tutto questo, perché di solito si perdono.
La prima è che Machiavelli non sta descrivendo una preferenza. Sta descrivendo un vincolo, e lo dice: il principe deve essere pronto a entrare nel male quando la necessità lo comanda. È la necessità a fare il lavoro in quella frase. Tolta la necessità, l’intero argomento diventa una licenza; lasciata al suo posto, resta un’affermazione su circostanze tragiche, che è un genere di affermazione molto più antico e molto meno scandaloso.
La seconda è che il libro ha un destinatario e uno scopo che ne modellano ogni riga. È indirizzato a un principe nuovo - un uomo che tiene uno stato appena preso, in un’Italia che Francia e Spagna si stanno spartendo. Non è una teoria generale del governo. È un consiglio d’emergenza per un’emergenza, scritto da un uomo che pensava che l’emergenza fosse la distruzione del suo paese.
Il Principe, capitolo 17, sull’essere temuti o amati
È il passo più cercato del libro e il più regolarmente amputato. Il titolo tradizionale suona: della crudeltà e della clemenza, e se sia meglio essere amato che temuto. Il capitolo non si apre con la domanda famosa. Si apre con un esercizio di contabilità.
Cesare Borgia era tenuto crudele, scrive Machiavelli, e la sua crudeltà aveva racconciato la Romagna e l’aveva ridotta in pace. Firenze, per fuggire il nome di crudele, lasciò che Pistoia si distruggesse da sola. Borgia, in quel confronto, fu il più clemente dei due, perché pochi castighi esemplari feriscono i singoli castigati e il disordine ferisce tutti. Quella contabilità, e non un appetito di violenza, è il terreno da cui il capitolo argomenta.
Poi la domanda:
Nasce da questo una disputa: se sia meglio essere amato che temuto, o il contrario. Si risponde che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma poiché è difficile metterli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si debba fare a meno di uno dei due. Il Principe, capitolo XVII
Il ragionamento che segue riguarda l’affidabilità, non il piacere. L’amore è tenuto da un vincolo di obbligo, e un obbligo si rompe nel momento in cui mantenerlo costa qualcosa; la paura è tenuta da un timore della punizione, e quello non decade. Il catalogo di ciò che gli uomini sono, ingrati e volubili e falsi e avidi, non è offerto come verdetto morale sulla specie. È una stima di come si comporta una promessa sotto pressione.
E poi, subito, la qualificazione che viene tagliata dalla citazione quasi ogni volta che la si ripete:
Deve nondimeno il principe farsi temere in modo che, se non acquista l’amore, fugga l’odio; perché può benissimo stare insieme l’essere temuto e il non essere odiato; e così sarà sempre, quando si astenga dalla roba dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, e dalle loro donne. Il Principe, capitolo XVII
L’odio, non l’amore, è ciò contro cui il capitolo è organizzato, e il capitolo nomina i due modi sicuri di guadagnarselo: prendere la roba e prendere le donne. L’esecuzione è trattata come il rischio minore, e la frase più fredda del libro spiega perché, dato che gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Machiavelli dà poi la ragione pratica per cui un principe scivola nelle confische e non dovrebbe: i pretesti per togliere la roba non mancano mai, e un principe che comincia a vivere di rapina ne troverà sempre di nuovi, mentre le cagioni per togliere la vita sono più rare e si esauriscono prima.
Il capitolo si chiude su un punto che quasi mai sopravvive alla citazione. Gli uomini amano secondo la propria volontà e temono secondo quella del principe, sicché un principe savio si fonda su ciò che è suo e non su ciò che è d’altri, e limita la propria ambizione a evitare l’odio. Letto fino in fondo, il passo è meno una licenza di terrore che una regola per tenere un profilo basso e sopravvivibile.
Il resto del capitolo sono due casi di studio. Annibale tenne insieme per anni un esercito di molte nazioni in campagna straniera senza un solo ammutinamento, e Machiavelli lo attribuisce a una crudeltà che lo rese venerando e terribile; Scipione, l’uomo migliore, si vide ribellare l’esercito in Spagna per eccesso di clemenza, e per questo fu chiamato in Senato corruttore della milizia romana. L’accostamento è l’intero argomento in miniatura: la stessa qualità è virtù in un comando e difetto fatale nell’altro, e la differenza è la situazione.
La versione popolare - meglio essere temuti che amati, se non si può essere entrambe le cose - è una compressione onesta di metà del capitolo. Ciò che scarta è la metà che dice paura senza odio, e l’odio comincia al confine della proprietà.
Se Machiavelli scrisse che il fine giustifica i mezzi
La frase non sta in nessuno dei due libri. Dietro di essa stanno di solito due passi.
Il primo è nel capitolo XVIII, dove Machiavelli scrive che nelle azioni di tutti gli uomini, e soprattutto dei principi, dove non c’è tribunale a cui appellarsi, si guarda al risultato. Le parole sono si guarda al fine. Nel suo luogo, è una descrizione di come giudicano gli spettatori più che un’affermazione su ciò che è lecito; sta in un paragrafo sulle apparenze, sui molti che vedono e sui pochi che toccano. Marriott lo rende con «one judges by the result», si giudica dal risultato, che è ciò che la frase dice.
Il secondo è Discorsi I.9, su Romolo, che uccise il fratello e consentì alla morte del suo co-reggente e fondò Roma. La riga suona:
Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuserà. Discorsi I.9
Il fatto lo accusa, l’effetto lo scusa, e dove l’effetto è buono lo scuserà sempre. Nell’italiano non c’è alcun oggetto per lo scusare che non sia lui, il fondatore. I traduttori ne hanno fornito uno, e buona parte dello slogan viene da lì. La versione di Thomson del 1883 dà «it will always excuse the means», scuserà sempre i mezzi, una formula a cui nella frase non corrisponde nulla. Mansfield e Tarcov danno «it will always excuse the deed», scuserà sempre il fatto. Un’osservazione cauta su una singola fondazione è stata allargata a permesso generale dal macchinario della traduzione.
La massima in sé è più antica di Machiavelli di quindici secoli, e appartiene a un poeta. Exitus acta probat, l’esito prova le azioni, è Ovidio, Heroides II.85, in una lettera in versi di Fillide a Demofonte, dove il contesto è più vicino a un rimprovero che a una licenza. Il proverbio inglese è registrato per la prima volta nel 1583, mezzo secolo dopo l’arrivo del Principe in stampa e molto prima che la maggior parte di chi lo usa avesse aperto il libro.
Ciò che I.9 autorizza è stretto, e i capitoli ai due lati lo recintano. L’atto deve essere la costituzione di uno stato, non il suo sfruttamento. Deve essere compiuto da uno solo, con l’argomento che una costituzione non può essere redatta da un comitato. E l’autorità non deve essere ereditata: Machiavelli dice nello stesso paragrafo che il fondatore deve essere tanto prudente da non lasciarla a un successore, perché un successore userebbe con ambizione ciò che fu usato bene. Il capitolo I.10 fornisce l’altra metà: il fondatore di una tirannide merita biasimo esattamente nella misura in cui il fondatore di una repubblica merita lode.
Un permesso che scade quando lo stato è fondato, che non può essere trasmesso, e che è seguito immediatamente dalla condanna di chiunque lo rivendichi per sé non è la massima che la frase è arrivata a significare.
L’altro libro
In sovrapposizione con il Principe, e proseguendo per anni dopo, Machiavelli stava scrivendo qualcosa di tre volte più lungo e puntato in quella che sembra la direzione opposta.
I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio sono un commento al racconto dello storico romano sulla prima Repubblica - lo stesso Livio che suo padre aveva indicizzato per uno stampatore. Furono scritti per, e in parte dentro, il circolo di giovani repubblicani che si riuniva nei giardini Rucellai, gli Orti Oricellari.
I loro argomenti non sono quelli di un consigliere di tiranni.
Le repubbliche sono migliori dei principati, perché durano più a lungo e sono governate meglio: la moltitudine è più savia e più costante di un principe. Un popolo che si governa da sé commette errori meno numerosi e più correggibili di un uomo solo.
Il conflitto fra la plebe e il senato - i tumulti che gli storici romani trattavano come la malattia della Repubblica - fu in realtà la causa della sua libertà. È l’affermazione più originale di tutto Machiavelli, e sta in Discorsi I.4. Ogni scrittore classico aveva sostenuto che uno stato sano è uno stato concorde. Machiavelli dice che l’attrito fra chi vuole dominare e chi non vuole essere dominato è ciò che produce le buone leggi, e che uno stato che non lo conosce non è sano ma addormentato.
La libertà è meglio affidata ai molti, perché quelli che vogliono dominare sono i pochi, e i molti vogliono soltanto essere lasciati in pace. Una guardia è tenuta meglio da chi vuole meno dalla cosa custodita.
La corruzione è il vero nemico, e il rimedio è un periodico ritorno ai primi principi - ritornare ai principii - che a volte significa una scossa abbastanza severa da ricordare a un popolo ciò su cui fu fondato.
E sulla religione: Machiavelli, che era formalmente cristiano, battezzò i figli e prese gli ultimi sacramenti, sostiene nei Discorsi che il cristianesimo ha reso gli uomini umili e contemplativi e perciò deboli, che ha glorificato il patire più che il fare, e che la religione civica romana - che santificava lo stato e faceva amare agli uomini la loro città - serviva meglio una repubblica. Non scrive da ateo. Scrive da uomo che valuta un’istituzione dai suoi effetti politici, che è esattamente ciò che fece con tutto il resto.
Da qui il problema: come fa l’uomo che scrisse I.4 a scrivere anche il capitolo XVIII?
Le risposte hanno dato forma a quattro secoli di studi. Forse scrisse il Principe per denaro e i Discorsi per convinzione. Forse i due libri descrivono circostanze diverse - uno stato corrotto ha bisogno di una mano sola che lo rifondi, uno sano di molte mani che lo custodiscano. Forse, come sostiene Quentin Skinner, i due libri sono tenuti insieme da un unico valore: non la libertà e non il potere ma la sopravvivenza e la grandezza della comunità politica, con mezzi diversi in momenti diversi. Forse, come sostiene Erica Benner, il Principe è scritto in un registro che i suoi lettori fiorentini avrebbero riconosciuto come ironico, e la sua lode di Cesare Borgia non è una lode.
La posizione onesta è che la tensione è reale e Machiavelli non la risolse, perché non pensava che avesse bisogno di essere risolta. Non stava costruendo un sistema. Era un uomo con quattordici anni di dispacci in testa, che metteva per iscritto ciò che aveva imparato su due situazioni diverse.
Che cosa sostengono i Discorsi sopra Tito Livio, libro per libro
I Discorsi corrono per tre libri e centoquarantadue capitoli: sessanta, trentatré e quarantanove. È circa quattro volte la lunghezza del Principe, con una piccola frazione dei suoi lettori. Sono dedicati a Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai, due giovani del circolo degli Orti Oricellari, nessuno dei quali governava nulla, e la dedica lo sottolinea. Ha scelto, scrive Machiavelli, non quelli che sono principi ma quelli che per le loro qualità meriterebbero di esserlo. Per un libro di consigli politici in quel secolo è un’inversione deliberata della forma, ed è il primo argomento che il libro avanza.
Il libro I riguarda l’interno di uno stato. Si apre con il ciclo che ogni costituzione percorre: la monarchia che degenera in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia, il governo popolare in licenza, e da capo. La via d’uscita è la costituzione mista che tiene insieme le tre forme, che Roma raggiunse per accidente e per lite più che per disegno. I.4 è l’affermazione che il litigio fu la causa e non la malattia. I.7 e I.8 ne sono la forma istituzionale: una repubblica deve dare ai cittadini una via pubblica e legale per accusarsi, perché l’alternativa all’accusa non è la calma ma la calunnia, e alla calunnia si risponde privatamente, con i coltelli. I.34 difende la dittatura romana sostenendo che un potere d’emergenza concesso, a tempo determinato e restituito non è ciò che uccide le repubbliche; le uccide l’autorità che i cittadini si prendono da sé. Da I.11 a I.15 la religione romana è esaminata come parte funzionante dello stato. I.58 sostiene che un popolo è più savio e più stabile di un principe, contro l’intero peso dell’opinione classica.
Il libro II riguarda l’espansione e la guerra. II.2 porta l’attacco al cristianesimo come forza politica. II.10 nega il proverbio secondo cui il denaro è il nervo della guerra e insiste che la causalità corre al contrario, perché i buoni soldati trovano il denaro e il denaro non trova i buoni soldati. II.13 osserva che dai piccoli inizi si sale con la frode più spesso che con la forza, e lo registra senza visibile imbarazzo. II.17 pesa l’artiglieria e la sottovaluta. II.24 sostiene che le fortezze fanno più danno che utile, con il ragionamento che un muro dietro cui un principe può nascondersi è un muro dietro cui si nasconderà, invece di tenersi la lealtà che lo avrebbe reso superfluo.
Il libro III riguarda gli individui dentro le istituzioni. III.1 espone il ritorno ai principii: ogni setta e ogni stato deriva, e dura soltanto se qualcosa periodicamente lo riporta ai principi su cui fu fondato, sia essa una legge, un processo o una scossa. III.6, «Delle congiure», è di gran lunga il capitolo più lungo che abbia mai scritto, all’incirca il doppio del suo rivale più prossimo nel libro, ed è uno studio tecnico condotto dai due lati insieme: come si organizzano le congiure, perché falliscono quasi sempre nel momento in cui una seconda persona deve essere informata, e come un principe ne legge i segni. È la prova singola più chiara che i Discorsi e il Principe sono una stessa mente al lavoro su due problemi.
Se Machiavelli fu repubblicano
È la questione viva negli studi, ed è viva perché le prove puntano in entrambe le direzioni e lui non si spiegò mai.
Per la repubblica: quattordici anni al servizio di una, finiti con la sua caduta. Sei tratti di corda anziché un nome. I Discorsi, lunghi, non pagati e impubblicabili mentre era vivo, che sostengono che la libertà è più sicura nelle mani dei molti perché i molti vogliono soltanto non essere dominati. Una dedica che rifiuta i principi per principio. E un documento facile da trascurare, il Discursus florentinarum rerum del 1520 circa, steso su richiesta del papa mediceo Leone X, in cui Machiavelli dice alla famiglia padrona di Firenze che nessun assetto le sopravvivrà se non un Gran Consiglio restaurato, e che un regime che poggia su due vite non è un regime. Consigliava ai suoi patroni di legiferare se stessi fuori dal potere, per iscritto, sotto il proprio nome.
Contro, o almeno a complicare: il Principe è dedicato a un Medici e si chiude chiedendo a quella famiglia di prendersi l’Italia. Le Istorie fiorentine furono scritte su commissione medicea e consegnate a un papa mediceo. Voleva lavoro pagato da chiunque potesse darlo, e non finse mai altrimenti.
Le posizioni nella letteratura sono abbastanza assestate da avere nomi. Hans Baron lesse i Discorsi come una svolta repubblicana presa dopo che il Principe non gli aveva trovato un impiego. The Machiavellian Moment di J. G. A. Pocock seguì un Machiavelli repubblicano attraverso Harrington e i commonwealthmen inglesi fino alla fondazione americana. Quentin Skinner sostiene che i due libri servono un solo valore, la libertà e la grandezza della comunità politica, con strumenti diversi per condizioni diverse. Maurizio Viroli, e in teoria politica Philip Pettit, ne ricavano una definizione della libertà come assenza di dominio anziché assenza di interferenza. Machiavellian Democracy di John McCormick lo legge più radicale di tutti questi: un partigiano di istituzioni plebee e di cariche riservate per classe, costruite per tenere i ricchi sotto sorveglianza permanente. Leo Strauss lesse l’intero corpus come l’opera di un maestro del male, con il repubblicanesimo come veicolo. Harvey Mansfield ne fa una figura di transizione, la cui idea dello stato è ancora proprietà medievale più che ufficio moderno.
L’ultimo pezzo di prova è una lettera. Il 16 aprile 1527, nove settimane prima di morire e con l’esercito imperiale in marcia verso sud, scrisse a Vettori una riga citata da allora in poi: amo la patria mia più dell’anima. Non decide nulla quanto alla dottrina. È una prova piuttosto buona quanto all’uomo.
Virtù, fortuna e la piena
Le due parole che portano l’argomento vengono entrambe travisate per abitudine.
La virtù non è la virtù dei catechismi. Non ha quasi nulla a che fare con la bontà. È più vicina al latino virtus e più ancora a qualcosa come la forza di carattere sotto pressione: la capacità di vedere una situazione com’è, decidere, e agire nel momento in cui l’azione cambia ancora l’esito. Un uomo di virtù può essere onesto o spietato. Ciò che non è, è passivo o in ritardo.
La fortuna non è la sorte dei giocatori. È tutto ciò che sta fuori dal controllo di chi agisce - la circostanza, il tempo, l’arrivo di un esercito francese, la morte di un papa. Nel capitolo XXV Machiavelli le dà la sua immagine migliore. La fortuna è un fiume rovinoso che allaga la pianura, abbatte alberi ed edifici e sposta la terra; nessuno può resistergli quando cresce. Ma nei tempi quieti gli uomini possono costruire argini e ripari, così che alla piena successiva l’acqua sia incanalata e faccia meno danno. La fortuna mostra la sua potenza dove nessuna preparazione simile è stata fatta.
Poi stima la proporzione, e la stima è notevole per la sua modestia: la fortuna è arbitra forse della metà delle nostre azioni, e lascia l’altra metà, o quasi, a noi. Non una filosofia del dominio. La valutazione di un ingegnere su quanta parte del mondo si possa lavorare.
Aggiunge un’osservazione ulteriore, nei Discorsi e di nuovo in una lettera, che si legge come autobiografia: un uomo riesce quando il suo modo di procedere si accorda coi tempi, e fallisce quando i tempi cambiano e il suo modo di procedere no. L’uomo cauto prospera in un’età che premia la cautela ed è distrutto da una che premia l’audacia. E quasi nessuno può cambiare la propria natura, perché con quella natura ha già vinto una volta.
Questo è un uomo che spiega, senza alcuna autocommiserazione, perché la sua carriera finì.
Che cosa credeva Machiavelli di Dio e della Chiesa
Fu battezzato, si sposò in chiesa, fece battezzare i figli, prese gli ultimi sacramenti e giace in Santa Croce. Scrisse anche il più sostenuto attacco politico al cristianesimo prodotto nel sedicesimo secolo. Nessuno dei due fatti cancella l’altro, perché la domanda che lo interessava non fu mai se una religione sia vera.
I Discorsi trattano la religione romana come un geometra tratta un muro portante. Il capitolo I.11 dà a Numa il merito di ciò che Romolo non poteva fare, perché un popolo armato va comunque condotto all’obbedienza, e il giuramento fece ciò che nessun magistrato poteva: per molti secoli, scrive Machiavelli, mai Dio fu tanto temuto quanto in quella repubblica. I.14 nota con aperta approvazione che i Romani leggevano gli auspici in modo da assecondare la decisione già presa, mantenevano un’apparenza di osservanza quando dovevano ignorare i riti, e punivano chiunque disprezzasse la religione apertamente. Da un capo all’altro, l’istituzione è valutata per ciò che produce.
Con quel metro la Chiesa del suo tempo fallisce due volte, e I.12 formula i capi d’accusa. L’esempio della corte di Roma ha lasciato gli italiani il popolo meno religioso d’Europa. E, peggio, la Chiesa è abbastanza forte da impedire a qualunque potenza italiana di unire la penisola e troppo debole per unirla da sé, ed è per questo che l’Italia non è la Francia o la Spagna.
L’atto d’accusa generale sta in II.2:
la nostra religione ha glorificato più gli uomini umili e contemplativi che gli attivi. Aveva, oltre a questo, posto il sommo bene nell’umiltà, nell’abiezione e nel disprezzo delle cose umane; quell’altra lo poneva nella grandezza dell’animo, nella fortezza del corpo e in tutte le altre cose atte a fare gli uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che tu abbia in te fortezza, vuole che tu sia atto a patire, più che a fare una cosa forte. Questo modo di vivere pare dunque che abbia reso il mondo debole, e datolo in preda agli uomini scellerati. Discorsi II.2
Poi la qualificazione che i riassunti lasciano cadere. La colpa, dice subito dopo, sta nella lettura e non nella fede: il danno viene dalla viltà di chi ha interpretato la religione secondo l’ozio e non secondo la virtù, e una religione che permette la difesa della patria produrrebbe cittadini disposti a difenderla. Non è l’argomento di un uomo che dice che il cristianesimo è falso. È l’argomento di un uomo che dice che è stato interpretato da persone interessate alla passività.
Che cosa credesse in privato è ancora oggetto di disputa. Machiavelli in Hell di Sebastian de Grazia vinse un Pulitzer per la tesi che un linguaggio biblico e un Dio reale, benché non ortodosso, attraversino l’intero corpo dell’opera. Anthony Parel legge il cosmo dietro i libri come essenzialmente pagano. Altri leggono un miscredente prudente che scrive in un secolo in cui per dirlo si veniva bruciati, e notano che né il Principe né i Discorsi nominano mai un altro mondo.
C’è una storia, e sopravvive come storia. Il nipote di Machiavelli, Giuliano de’ Ricci, che passò gran parte della vita a raccogliere e copiare le carte, registrò che nell’ultimo giorno Niccolò raccontò un sogno agli amici al capezzale: prima una folla di poveri e stracciati che dissero di essere i beati, in cammino verso il cielo, e poi una compagnia di uomini gravi e ben vestiti in cui riconobbe Platone, Plutarco e Tacito, i quali dissero di essere i dannati. Disse agli amici che sarebbe andato più volentieri con la seconda compagnia, dove la conversazione sarebbe stata di politica. Maurizio Viroli, che la racconta, aggiunge il solo verdetto onesto disponibile: non c’è modo di sapere se il racconto sia un’invenzione.
La Mandragola, e Machiavelli autore di commedie
L’uomo che scrisse il capitolo XVIII scrisse anche quella che è generalmente ritenuta la migliore commedia del Rinascimento italiano, e i due fatti sono lo stesso fatto.
La Mandragola è cinque atti in prosa, composta con ogni probabilità nel 1518, a stampa entro il 1524, e rappresentata a Firenze nel carnevale del 1526, benché la datazione della prima rappresentazione sia discussa e siano state proposte messinscene anteriori. Francesco Guicciardini organizzò una produzione a Faenza nel 1526, per la quale Machiavelli scrisse canzoni da eseguire fra gli atti.
La trama è un’operazione. Callimaco vuole Lucrezia, sposata a messer Nicia, avvocato ricco e sciocco, disperato per un figlio. Ligurio, un faccendiere di professione senza reddito visibile, disegna lo schema: la storia, in bocca a un finto dottore, che una pozione di radice di mandragola renderà Lucrezia feconda ma ucciderà il primo uomo che giacerà con lei, sicché bisogna trovare uno sconosciuto da consumare per primo. Nicia acconsente, perché l’aritmetica lo favorisce. La madre di Lucrezia la persuade. Fra Timoteo, il suo confessore, fornisce la teologia dietro compenso. Il marito in persona regge la candela mentre lo sconosciuto viene introdotto, e lo sconosciuto è Callimaco.
Nessuno è punito. Lucrezia, che all’inizio è la sola persona della commedia con una coscienza, capisce entro il mattino che tutti quelli di cui si fidava hanno organizzato questo, decide che quanto è accaduto deve essere stato volere del cielo, e prende Callimaco come sistemazione permanente. Il sipario cala su una casa più felice di prima.
La commedia corre sulla stessa osservazione dell’opera politica: che le persone sono mosse da ciò che vogliono, che si forniranno da sole le ragioni dopo, e che chi capisce entrambe le cose può organizzare quasi tutto. Ligurio è uno stratega senza stato. Fra Timoteo è ciò che I.12 dice del clero, messo in scena e reso comico. La Clizia, del 1525 circa, lavora lo stesso terreno con meno pressione dietro.
Quello che non disse
La reputazione è una costruzione, ed è possibile nominare i costruttori.
La parola Machiavellian entra nell’inglese negli anni sessanta del Cinquecento. Il Principe va all’Indice dei libri proibiti nel 1559, insieme a tutto il resto che scrisse. Nel 1576 un giurista ugonotto, Innocent Gentillet, pubblicò l’Anti-Machiavel, attribuendo il massacro della notte di san Bartolomeo alla fazione italiana alla corte di Francia e al libro fiorentino che avrebbe letto. Il compendio di Gentillet - una lista di massime strappate al contesto - viaggiò per l’Europa molto più veloce dell’originale, e gran parte dell’Inghilterra elisabettiana incontrò Machiavelli esclusivamente attraverso di esso. Quando il Riccardo di Gloucester di Shakespeare si vanta di poter mandare a scuola il micidiale Machiavelli, la figura evocata è un diavolo da palcoscenico senza rapporto con l’uomo di San Casciano. L’inglese acquisì perfino Old Nick per il diavolo, forse proprio da Niccolò.
Contro tutto ciò, gli atti:
Non scrisse mai che il fine giustifica i mezzi. Il passo più vicino, Discorsi I.9, dice che quando il fatto accusa un fondatore il risultato deve scusarlo - un’affermazione specifica e circoscritta sul fondare uno stato, non un principio generale su alcunché.
Non raccomandò mai la crudeltà per se stessa, e ripete più volte che la crudeltà gratuita è un errore perché produce odio, e l’odio è fatale.
Non era ateo, checché la Controriforma avesse bisogno che fosse.
Non fu personalmente ambizioso in alcun modo che sia riuscito. Morì con pochissimo. Lo stato che servì con più lealtà fu una repubblica, e per essa perse la carriera e le spalle.
E l’accusa specifica di avere insegnato ai principi a essere malvagi ricevette risposta, tagliente, da Spinoza e più tardi da Rousseau, i quali conclusero entrambi che un libro che insegna ai popoli ciò che i principi fanno davvero è un libro repubblicano con un frontespizio monarchico. Fingendo di dare lezioni ai re, scrisse Rousseau, ne ha date di grandi ai popoli.
Gli ultimi anni
Non fu mai pienamente riabilitato, ma fu gradualmente riammesso. Il cardinale mediceo Giulio - poi papa Clemente VII - commissionò le Istorie fiorentine attraverso lo Studio fiorentino nel 1520, e Machiavelli passò cinque anni a scrivere la storia della città per la famiglia che aveva chiuso la sua carriera, riuscendo a essere insieme onesto e stipendiato, il che richiese del mestiere.
Scrisse Dell’arte della guerra e lo pubblicò nel 1521, la sola fra le opere maggiori stampata mentre era vivo. Scrisse la Mandragola, che fu un successo, e la Clizia, che non lo fu del tutto. Raccolse incarichi diplomatici minori. Lavorò alle fortificazioni di Firenze nel 1526. Era, per sua stessa testimonianza nelle lettere, annoiato, povero, innamorato più volte, e spiritoso su tutto questo.
Nel maggio 1527 l’esercito imperiale saccheggiò Roma, i Medici furono cacciati da Firenze e la repubblica fu restaurata. Il momento che aveva atteso per quindici anni arrivò - e la repubblica restaurata, ricordando le Istorie e la commissione medicea, non gli restituì il vecchio posto. Ottenne una manciata di voti.
Morì poche settimane dopo, il 21 giugno 1527, a cinquantotto anni. Fu sepolto in Santa Croce. Il monumento fu eretto più di due secoli dopo e porta una riga che lo avrebbe divertito: TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM - a tanto nome nessun elogio è pari.
Chi lesse Machiavelli in seguito: Bacon, Spinoza, Rousseau, Hume, Adams, Gramsci
La linea ostile, quella che produsse il diavolo da palcoscenico, è solo metà della ricezione. Accanto a essa, e in genere più quieta, corre una linea di lettori che lo presero come strumento e lo dissero a stampa.
Francis Bacon, nel secondo libro dell’Advancement of Learning (1605), sostenendo che la virtù non può difendersi da ciò che rifiuta di studiare:
Siamo dunque molto debitori a Machiavelli e agli altri, che scrivono quello che gli uomini fanno, e non quello che dovrebbero fare. The Advancement of Learning, libro II
L’immagine immediatamente precedente è il basilisco, che muore se viene visto per primo e uccide se non lo è. La tesi di Bacon è che un uomo onesto che non ha mai esaminato la disonestà non è innocente, soltanto disarmato.
Spinoza, nel Trattato politico lasciato incompiuto alla morte nel 1677, arriva alla lettura che sarebbe diventata lo standard repubblicano:
Ma di quali mezzi debba servirsi un principe mosso dalla sola libidine di dominio per fondare e conservare lo stato, l’ingegnosissimo Machiavelli lo ha mostrato per esteso; con quale disegno, però, non è dato sapere con certezza. Trattato politico, capitolo V.7
La risposta di Spinoza è che Machiavelli stava mostrando a un popolo libero quanta cautela dovrebbe avere prima di affidarsi per intero a un uomo solo, e la fonda sull’osservazione che Machiavelli era noto come amico della libertà.
Rousseau lo rese esplicito nel 1762, nel sesto capitolo del terzo libro del Contratto sociale, dove la riga già citata compare per intero - nella versione inglese di G. D. H. Cole registrata fra le fonti - e prosegue: il suo Principe è il libro dei repubblicani. La nota va oltre: Machiavelli era un uomo onesto e un buon cittadino che, legato alla corte dei Medici, non poteva fare a meno di velare il proprio amore per la libertà; la scelta di un eroe tanto detestabile quanto Cesare Borgia mostra da sola l’intenzione nascosta; e la corte di Roma proibì il libro perché è la corte di Roma che il libro ritrae.
Federico II di Prussia scrisse una confutazione. L’Anti-Machiavel fu steso nel 1739 e pubblicato, rivisto e ampliato da Voltaire, nel settembre 1740. Federico invase la Slesia nel dicembre dello stesso anno.
David Hume è il dissenso, ed è un dissenso tecnico. Nel saggio «Of Civil Liberty» (1741) concede il genio e respinge i risultati:
Machiavelli fu certamente un grande genio; ma avendo confinato il suo studio ai governi furiosi e tirannici dell’antichità, o ai piccoli e disordinati principati d’Italia, i suoi ragionamenti, specie sul governo monarchico, si sono rivelati estremamente difettosi; e non c’è quasi massima nel suo Principe che l’esperienza successiva non abbia interamente confutato. David Hume, Of Civil Liberty, 1741
L’esempio che Hume produce subito dopo è il capitolo XXIII, sui consiglieri, che riferisce come se dicesse che un principe debole non può ricevere buoni consigli. Il capitolo dice un principe non savio, che è un difetto diverso, e la confutazione di Hume risponde alla debolezza che lui stesso ha sostituito, non alla tesi che Machiavelli aveva avanzato. Il più noto congedo inglese di Machiavelli riporta male il passo che congeda.
John Adams lo citò a lungo. A Defence of the Constitutions of Government of the United States of America (1787) loda Machiavelli come il primo ad aver fatto rivivere la politica degli antichi e sostiene che il mondo gli è debitore della rinascita della ragione in materia di governo. Secondo la ricostruzione di C. Bradley Thompson, Adams fu il solo fra i padri fondatori americani a leggerlo da vicino anziché invocarlo, ed è il capolinea concreto della tradizione che Pocock seguì da Firenze, attraverso Harrington, fino a Filadelfia.
Antonio Gramsci ne scrisse in un carcere fascista. Arrestato nel 1926 da deputato comunista, condannato nel 1928, riempì più di trenta quaderni prima della morte nel 1937. Il Quaderno 13, scritto fra il 1932 e il 1933, è intestato a brevi note sulla politica di Machiavelli. Gramsci legge il Principe come un mito nel senso di Georges Sorel, una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva, e poi compie la mossa per cui il quaderno è ricordato. Il principe moderno non può essere una persona. Deve essere un organismo, e l’organismo è il partito politico.
Otto anni prima, nell’aprile 1924, Mussolini aveva pubblicato la propria lettura dello stesso libro sulla rivista Gerarchia, chiamandolo un vademecum per l’uomo di governo e ricavandone che un popolo è una massa passiva da governare senza sentimento. In un solo paese, in un solo decennio, gli stessi ventisei capitoli servivano da mandato per un regime e da modo di pensare a come farlo finire.
Leo Strauss rifiutò l’intera riabilitazione nel 1958 e tornò al verdetto del sedicesimo secolo, professandosi incline all’opinione semplice e all’antica che Machiavelli fosse un maestro del male, e spendendo poi un libro sul caso. La replica di Isaiah Berlin, nel 1972, è all’incirca dove l’argomento oggi si trova: ciò che turba i lettori non è l’immoralità ma l’esposizione di due morali incompatibili, senza alcuna procedura offerta per metterle in graduatoria.
Il machiavellismo come punteggio di un test psicologico, e quanto poco abbia a che fare con Machiavelli
Chi digita quella parola oggi intende più probabilmente un tratto di personalità che un funzionario fiorentino. Il tratto ha un’origine precisa e rintracciabile.
Richard Christie, psicologo sociale americano, cominciò a lavorare negli anni cinquanta su come le persone manipolatrici operano dentro i movimenti politici. Con Florence Geis costruì un questionario attorno all’idea, e nel 1970 i due pubblicarono Studies in Machiavellianism, una raccolta di trentotto studi assemblata attorno ad esso. Lo strumento al centro, il Mach-IV, è una serie di venti affermazioni valutate su una scala dall’accordo al disaccordo. Divenne la misura standard del tratto, e più di cinquant’anni dopo lo è ancora.
La prima cosa da dire sulle venti affermazioni è che Machiavelli non le scrisse. Le composero Christie e Geis, come frasi che a loro giudizio avrebbe potuto produrre, benché Christie abbia anche descritto la scala come derivata dalle opere di Machiavelli, e quale dei due resoconti sia giusto è a sua volta oggetto di disputa.
Alcune sono riconoscibilmente nei paraggi. Non dire mai a nessuno il vero motivo per cui si è fatto qualcosa, a meno che non sia utile dirlo. Il modo migliore di trattare le persone è dire loro ciò che vogliono sentirsi dire. Parecchie sono a punteggio inverso, sicché è il disaccordo a contare: La maggior parte delle persone è fondamentalmente buona e gentile, Non c’è scusa che valga per mentire a qualcuno, La maggior parte di chi va avanti nel mondo conduce una vita pulita e morale.
Altre non hanno con lui alcun rapporto. Un item ruota attorno alla questione se P. T. Barnum, impresario americano dell’Ottocento, avesse torto a dire che nasce un gonzo al minuto. Un altro chiede se le persone con malattie incurabili debbano poter scegliere una morte indolore, che è una domanda sull’eutanasia e appartiene a un altro dibattito in un altro secolo.
Un item è la trasposizione diretta di qualcosa che scrisse, ed è quello sulle persone che dimenticano più facilmente la morte di un genitore che la perdita della loro proprietà. È il capitolo 17, trasformato in domanda da questionario. Un secondo ci va vicino: l’item sul presumere che ognuno abbia una vena viziosa che uscirà appena gliene sia data l’occasione siede molto vicino a Discorsi I.3, dove a un fondatore si dice di presupporre che tutti gli uomini sono cattivi e agiranno da cattivi ogni volta che ne avranno campo libero. Il resto non ha fonte rintracciabile in nessuno dei due libri, e una verifica con peer review di Grace e Jackson, nel 2014, ne trovò meno della metà con anche solo un legame tenue. Nel capitolo, peraltro, non è un’osservazione su come gli esseri umani vivono il lutto. È un avviso a un principe su quali confische fanno cominciare le ribellioni.
Christie sapeva che il nome era un passivo. Spiegò nelle pagine di apertura del libro che le etichette ovvie non erano disponibili, dato che la scala M e la scala Ma e le altre erano già in uso per altri costrutti, e che il machiavellismo era il resto conveniente. Si aspettava anche che il nome preso a prestito generasse fraintendimenti nel pubblico, e così puntualmente fu.
Nel 2002 Delroy Paulhus e Kevin Williams raggrupparono il Mach-IV con misure di narcisismo subclinico e psicopatia subclinica e chiamarono l’insieme la triade oscura. Il loro articolo occupa otto pagine del Journal of Research in Personality. È stato citato migliaia di volte e ha prodotto un’industria: forme brevi, versioni a dodici item, studi sui luoghi di lavoro, studi sulla leadership, studi su chi manda quali messaggi sulle applicazioni di incontri.
Il guaio siede al centro. Nel 2017 Joshua Miller e colleghi chiesero sul Journal of Personality se machiavellismo e psicopatia siano una distinzione senza differenza, e trovarono che un modello a due fattori che li fonde insieme si adatta ai dati quanto un modello a tre fattori che li tiene separati. Il machiavellismo, così come è misurato, somiglia empiricamente alla psicopatia. La differenza teorica che di solito si offre, che i punteggi alti pianificano mentre gli psicopatici sono impulsivi, non è visibile in modo affidabile nei punteggi. Una valutazione critica dello stesso gruppo, nel 2019, ha steso il problema davanti al campo. La psicometria è in questione da altrettanto tempo: le strutture fattoriali riportate vanno da tre a nove fattori a seconda del campione, la coerenza interna è di frequente scarsa, e uno studio del 2019 su PLoS ONE ha dovuto modernizzare la formulazione di otto dei venti item prima di poterli mettere alla prova come si deve.
Ciò che resta è un oggetto di studio abbastanza reale: uno stile interpersonale cinico e manipolatorio, che alcune persone riferiranno di sé su un modulo. Non è un reperto sull’uomo il cui nome vi sta sopra.
Lui, peraltro, otterrebbe un punteggio strano. Tenne un posto stipendiato per quattordici anni e lo perse piuttosto che cambiare parte. Non fece nomi sotto sei tratti di corda. Scrisse che la crudeltà gratuita è un errore, che un principe odiato è già finito, e che un popolo è più savio e più stabile di un principe. La scala descrive un temperamento: freddo, pianificatore, distaccato dalle pretese altrui. I libri descrivono una situazione, e ciò che raccomandano cambia quando la situazione cambia. Una disposizione permanente e un argomento contingente sono oggetti diversi, e uno solo dei due porta il suo nome.
Da dove cominciare a leggere Machiavelli
Prima la lettera. La lettera a Vettori del 10 dicembre 1513 occupa quattro pagine, sta in ogni edizione del carteggio, e spiega del suo autore più di quanto farà qualunque introduzione. James Atkinson e David Sices hanno le lettere private in inglese in Machiavelli and His Friends (1996).
Poi il Principe, che è un centinaio di pagine e sta in una sera. Le scelte inglesi sono stabili. La traduzione di Russell Price con l’introduzione di Quentin Skinner, nella collana Cambridge Texts (1988), restituisce il vocabolario politico che le versioni vittoriane avevano levigato via. Quella di Harvey Mansfield (Chicago, seconda edizione 1998) è la più letterale in inglese e rende virtù con «virtue» dall’inizio alla fine per principio, il che la fa eccellente per lo studio e più dura come primo incontro. Quella di George Bull per Penguin (1961) si legge con più scioltezza. La versione di Marriott del 1908 è fuori diritti e libera in rete, ed è per questo che fornisce la maggior parte delle citazioni della versione inglese di questo articolo.
Poi i Discorsi, che quasi nessuno legge per intero e dove sta l’altro Machiavelli. Mansfield e Tarcov (Chicago, 1996) sono il testo inglese di riferimento; quello di Thomson, del 1883, è libero in rete. La maggior parte dell’argomento sta da I.1 a I.18, poi in I.34, I.58, II.2, III.1 e III.6.
Poi la Mandragola, che è la prova che trovava le persone divertenti più che spregevoli, e Dell’arte della guerra nella traduzione di Christopher Lynch (Chicago, 2003) se la parte interessante è il caso militare.
Per le letture secondarie, Machiavelli: A Very Short Introduction di Skinner è il miglior resoconto breve, Niccolò’s Smile di Viroli la migliore vita narrativa, il saggio di Berlin il miglior singolo pezzo di pensiero sul problema, Be Like the Fox di Benner la formulazione più forte della lettura ironica, e Pocock il luogo dove la tradizione repubblicana è tracciata.
Un avvertimento tiene in una frase l’intera storia della reputazione. Leggere il Principe da solo, senza i Discorsi nei paraggi, è precisamente ciò che fecero i lettori di Gentillet nel 1576, e ne uscirono quattro secoli di un uomo mai esistito.
Perché siede a questo tavolo
Perché è il solo consigliere qui ad aver lavorato dentro un governo, e si vede in ogni cosa che dice.
Gli altri ragionano da un monastero, da una grotta, da un laboratorio, da uno studio, da una cella, da una strada. Machiavelli ragiona da quattordici anni passati a guardare uomini decidere sotto pressione, con informazioni incomplete, in stanze dove le conseguenze dell’errore si contavano in soldati morti. È il professionista del tavolo, e i professionisti notano cose diverse.
La sua funzione in una discussione è la sottrazione. Una volta che una domanda è stata posta e le risposte cominciano a disporsi attorno a ciò che una brava persona dovrebbe fare, Machiavelli chiede che cosa accade davvero dopo: a chi, a spese di chi, e se la persona che raccomanda la via nobile ha capito quanto costa a quelli che la pagheranno. Non è cinico in questo. Il cinismo presume il peggio e smette di pensare; lui presume pochissimo e continua.
È anche, a questo tavolo, quello che è stato spezzato dalla cosa di cui è esperto. Descrisse come funziona il potere e fu distrutto da un suo giro ordinario. Questo dà alla sua posizione il suo peso particolare: non è la sicurezza di un uomo che ha vinto.
Attorno a lui le obiezioni arrivano da ogni lato. Marco Aurelio, che il potere su cui Machiavelli si limitò a dare consigli lo tenne davvero, passava le notti private a scrivere che la sola cosa in suo controllo era il proprio carattere. Gesù, quattro posti più in là, è la fonte dell’etica che Machiavelli passa i Discorsi a diagnosticare come debolezza politica. Diogene pensa che l’intero apparato - stati, principi, reputazioni - sia una costruzione elaborata per non dover essere onesti. Darwin riconoscerebbe il metodo all’istante, perché osservare ciò che gli organismi fanno anziché ciò che dovrebbero fare è la stessa mossa in un altro campo, e potrebbe ben essere il solo al tavolo a non sorprendersi.
E l’accusa che Machiavelli affronta a ogni episodio è quella che il suo nome porta da quattrocentocinquanta anni: che descrivere una cosa con esattezza sia un modo di approvarla.
La sua risposta è quella che diede nel capitolo quindici, e non ne ha mai avuta una migliore. C’è uno scarto fra come si vive e come si dovrebbe vivere. Gli uomini che chiudono quello scarto fingendo che non esista non diventano buoni. Diventano rovinati, insieme a tutti quelli che dipendevano da loro.
Se questo sia saggezza o la scusa più sofisticata mai scritta è la discussione. Non si deciderà qui, ed è esattamente per questo che ha un posto.
Le opere
scritto nel 1513, pubblicato nel 1532
Il PrincipeIl Principe
Ventisei capitoli brevi su come un principe nuovo prende e tiene uno stato. Scritto in pochi mesi, in esilio, come una domanda di impiego non andata a buon fine. Messo all’Indice nel 1559 e da allora mai fuori stampa.
c. 1513–1519, pubblicati nel 1531
Discorsi sopra la prima deca di Tito LivioDiscorsi sopra la prima deca di Tito Livio
Tre libri, assai più lunghi del Principe e assai meno letti. Una difesa della libertà repubblicana argomentata attraverso la storia romana, e la ragione per cui metà degli studi moderni considera l’altro libro l’anomalia.
1521
Dell’arte della guerraDell’arte della guerra
L’unica opera politica maggiore pubblicata in vita. Un dialogo ambientato nei giardini Rucellai che difende una milizia di cittadini contro le compagnie mercenarie - il programma pratico dietro entrambi gli altri libri.
c. 1518
La MandragolaLa Mandragola
Una commedia su una seduzione ottenuta manipolando un marito, una madre e un frate. Largamente considerata la più bella commedia del Rinascimento italiano, e la prova più chiara che il suo autore trovava divertente l’autoinganno umano.
commissionate nel 1520, presentate nel 1525
Istorie fiorentineIstorie fiorentine
Otto libri di storia fiorentina scritti su commissione del cardinale de’ Medici che sarebbe diventato Clemente VII - l’uomo la cui famiglia aveva messo fine alla sua carriera.
1513
La lettera a Francesco VettoriLettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513
La lettera più famosa della letteratura italiana. Una giornata di caccia con il vischio, partite a carte all’osteria con un mugnaio e un beccaio, e poi la sera allo scrittoio in abiti di corte. Contiene anche la prima menzione del Principe.
c. 1503
Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e altriDescrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli
Un breve resoconto tecnico dello strangolamento dei capitani ribelli di Cesare Borgia a Senigallia, scritto dal diplomatico che si trovava in città quando accadde. Piatto, professionale e del tutto privo di commenti sulla sua moralità.
c. 1520
Discorso sopra il riformare lo stato di FirenzeDiscursus florentinarum rerum post mortem iunioris Laurentii Medices
Una proposta costituzionale stesa su richiesta del papa mediceo Leone X, che dice alla famiglia padrona di Firenze che nessun assetto le sopravvivrà se non un Gran Consiglio restaurato. Il miglior singolo documento su ciò che davvero voleva.
Dove le risposte si separano
La stessa domanda, letta in altro modo dai posti vicini.
Diogene di Sinope
Se la maschera si possa togliere
Diogene portò una lanterna per il mercato cercando un uomo onesto e fece una vita del rifiuto di ogni maschera. Machiavelli, che guardò uomini negoziare per quattordici anni, sosteneva che la maschera non è una copertura sopra la persona ma gran parte del modo in cui la persona funziona in pubblico - e che un principe senza maschera è semplicemente un principe che sarà sostituito da qualcuno che ce l’ha. Fra i due siede la domanda se l’integrità sia una virtù o un lusso pagato da chiunque sia protetto dallo stato.
Friedrich Nietzsche
Se l’uomo forte sia ammirevole
Nietzsche lesse Machiavelli con delizia e lo rivendicò come alleato - la stessa aria pulita, lo stesso disprezzo per il moralismo. Ma Nietzsche voleva che l’individuo eccezionale sfuggisse al gregge, mentre Machiavelli voleva che una repubblica ordinaria sopravvivesse al secolo. Uno è un profeta dell’autocreazione, l’altro un funzionario che pensava che autocreazione fosse il nome che i tiranni danno ai propri appetiti. L’accordo fra loro è reale e meno profondo di quanto sembri.
Gesù
Se l’umiltà sia una forza
Discorsi II.2 è il più sostenuto attacco politico al cristianesimo scritto nel sedicesimo secolo, e la sua accusa non è che la religione sia falsa ma che funziona: onora gli umili e i contemplativi, insegna agli uomini a essere coraggiosi nel patire più che nell’agire, e un mondo educato così è più facile da predare. Machiavelli poi ne ritira metà, incolpando gli interpreti che hanno letto nella fede l’ozio anziché la fede stessa. Quattro posti più in là siede la fonte dell’etica in diagnosi, e la discussione fra loro è se un’etica vada giudicata da ciò che fa alle persone che la professano.
Indice
Che cosa pensava davvero Machiavelli?
Che le questioni politiche vadano decise guardando a ciò che gli uomini fanno e non a ciò che professano, e che un principe che agisce come la morale prescrive, in un mondo in cui nessun altro lo fa, distruggerà se stesso e tutto ciò che dipende da lui. Non pensava che la crudeltà fosse un bene. Pensava che fosse a volte l’opzione meno costosa disponibile, e che fingere il contrario costasse più vite che ammetterlo.
Machiavelli era un machiavellico?
Nel senso corrente della parola, no. Fu per quattordici anni un funzionario repubblicano stipendiato, scrisse nei Discorsi una lunga e appassionata difesa del governo popolare, fu torturato piuttosto che cambiare parte, e morì povero. L’aggettivo fu coniato dai suoi nemici nella generazione successiva alla sua morte, in gran parte da persone che lavoravano su un compendio francese ostile e non sul libro.
Il Principe è una satira?
Una lettura di minoranza, argomentata seriamente fin da Rousseau e ripresa da Erica Benner e altri, sostiene che è scritto in un codice che i suoi lettori fiorentini sapevano sentire. La lettura di maggioranza è che è sincero e doveva procurargli un impiego. Il testo sostiene entrambe più comodamente di quanto le due parti ammettano, ed è parte del perché la questione non si è mai chiusa.
Qual è la differenza fra Il Principe e i Discorsi?
Il Principe chiede come un uomo solo prende e tiene uno stato. I Discorsi chiedono come un popolo libero si mantiene libero, e rispondono che il conflitto fra le classi - non la loro armonia - è ciò che rese Roma insieme libera e potente. I due libri furono scritti in anni sovrapposti dalla stessa persona, e conciliarli è il problema centrale degli studi machiavelliani.
Machiavelli scrisse che «il fine giustifica i mezzi»?
Non con quelle parole. Il passo più vicino è Discorsi I.9, dove scrive che un fondatore va scusato dal risultato quando il fatto lo accusa - un’affermazione più stretta, sul fondare uno stato, circoscritta e specifica, non una licenza generale. Lo slogan è un riassunto scritto da altri.
Machiavelli disse che è meglio essere temuti che amati?
Disse che l’ideale sarebbe essere entrambe le cose, che le due si combinano male, e che se a una si deve rinunciare è più sicuro tenersi la paura. La metà del capitolo XVII che viene sempre tagliata dice che il principe deve comunque evitare di essere odiato, e che l’odio si guadagna togliendo la roba e le donne, non togliendo la vita. Paura senza odio è la prescrizione vera.
Cesare Borgia fu il modello del Principe?
Il capitolo VII offre le sue azioni come l’esempio che un principe nuovo dovrebbe studiare, e Machiavelli lo aveva osservato da vicino nel 1502 e nel 1503. Borgia aveva però anche perso tutto ed era morto in una scaramuccia in Navarra nel 1507, sei anni prima che il libro fosse scritto. La lezione che se ne trae non è che vinse, ma che fece tutto correttamente e fu distrutto da una febbre.
Che cos’è il machiavellismo in psicologia?
Un tratto di personalità misurato dal Mach-IV, una scala di venti item pubblicata da Richard Christie e Florence Geis nel 1970 e più tardi inglobata nella triade oscura accanto a narcisismo e psicopatia. Gli item furono scritti dai ricercatori come affermazioni che a loro giudizio Machiavelli avrebbe potuto fare; uno solo è vicino a qualcosa che sta nei suoi libri. Christie scelse il nome perché le alternative erano occupate.
Machiavelli era religioso?
Fu battezzato, si sposò in chiesa, prese gli ultimi sacramenti e giace in Santa Croce, e scrisse il più tagliente attacco politico al cristianesimo del suo secolo. Discorsi II.2 sostiene che una religione che onora l’umiltà e la sopportazione ha lasciato il mondo più facile da predare, e poi incolpa gli interpreti anziché la fede. Che cosa credesse in privato è ancora oggetto di disputa.
Da dove si comincia a leggere Machiavelli?
Dalla lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, che è quattro pagine e spiega l’uomo. Poi Il Principe, abbastanza breve per una sera. Poi le parti dei Discorsi che contano di più: da I.1 a I.18, I.58, II.2, III.1 e III.6. Leggere Il Principe da solo è il modo in cui la reputazione fu costruita in origine.
Fonti e letture
- The Prince1532Citato dall’edizione Cambridge Texts, trad. Russell Price, a cura di Quentin Skinner (1988), che restituisce il vocabolario politico italiano che le traduzioni vittoriane avevano levigato via.
- Discourses on Livy1531Trad. Harvey C. Mansfield e Nathan Tarcov (Chicago, 1996).
- Machiavelli: A Very Short Introduction1981Il resoconto breve di riferimento, e la formulazione più chiara della tesi che i due libri condividono un solo progetto.
- The Foundations of Modern Political Thought, vol. 1: The Renaissance1978
- The Originality of Machiavelli1972Il saggio che riformulò il problema: non che Machiavelli fosse immorale, ma che espose due morali incompatibili e rifiutò di metterle in graduatoria.
- The Machiavellian Moment1975Segue il Machiavelli repubblicano attraverso il pensiero politico inglese e americano.
- Machiavelli in Hell1989Premio Pulitzer. Il trattamento più completo del suo pensiero religioso, che di solito viene presunto anziché letto.
- Niccolò’s Smile: A Biography of Machiavelli1998
- Be Like the Fox: Machiavelli’s Lifelong Quest for Freedom2017La formulazione moderna più forte della lettura ironica.
- Between Friends: Discourses of Power and Desire in the Machiavelli–Vettori Letters1993
- The Prince, trad. W. K. Marriott1908Il testo inglese di pubblico dominio che fornisce la maggior parte delle citazioni nella versione inglese di questo articolo, così che possano essere verificate su una fonte di libero accesso; qui i passi sono resi dall’originale italiano. Due citazioni precedono questa edizione e stanno in altre traduzioni: il capitolo XV e la lettera a Vettori.
- Discourses on the First Decade of Titus Livius, trad. Ninian Hill Thomson1883I Discorsi inglesi di pubblico dominio. La sua resa di I.9 come «it will always excuse the means» fornisce un complemento oggetto che l’italiano non ha, ed è parte di come lo slogan gli si attaccò addosso.
- Art of War, trad. Christopher Lynch2003
- Machiavelli and His Friends: Their Personal Correspondence1996Le lettere private in inglese, compresa la lettera del 10 dicembre 1513 e quella a Vettori del 16 aprile 1527.
- Heroides II.85Exitus acta probat, l’esito prova le azioni. La massima precede Machiavelli di quindici secoli e appartiene a una lettera in versi di Fillide a Demofonte.
- The Oxford Dictionary of Proverbs, voce ‘the end justifies the means’Data il primo uso inglese registrato al 1583 e nota che il detto è proverbiale fin dall’antichità, non machiavelliano.
- The Advancement of Learning1605Libro II. «Siamo dunque molto debitori a Machiavelli e agli altri, che scrivono quello che gli uomini fanno, e non quello che dovrebbero fare.»
- Political Treatise, capitolo V.7, trad. R. H. M. Elwes1677Legge Il Principe come un avvertimento ai popoli liberi più che come un manuale per principi, sulla base del fatto che il suo autore «era favorevole alla libertà».
- The Social Contract, libro III, capitolo 6, trad. G. D. H. Cole1762La lettura repubblicana, con la nota che chiama Cesare Borgia un eroe detestabile la cui scelta tradisce il fine nascosto dell’autore.
- ‘Of Civil Liberty’, in Essays, Moral, Political, and Literary1741Il verdetto dissenziente: un grande genio le cui massime l’esperienza successiva ha confutato.
- Anti-Machiavel1740Scritto nel 1739, rivisto e pubblicato da Voltaire nel settembre 1740. Federico invase la Slesia nel dicembre dello stesso anno.
- ‘John Adams’s Machiavellian Moment’1995Documenta l’elogio con cui Adams fa di Machiavelli il primo a far rivivere la politica antica, e il debito che la Defence of the Constitutions gli deve.
- Selections from the Prison Notebooks, trad. Quintin Hoare e Geoffrey Nowell Smith1971Il Quaderno 13, scritto in carcere nel 1932 e nel 1933, legge Il Principe come mito soreliano e identifica il principe moderno con il partito politico.
- Thoughts on Machiavelli1958La lettura del maestro del male, enunciata nelle pagine di apertura e difesa per altre quattrocento.
- Machiavellian Democracy2011La lettura plebea: istituzioni riservate per classe, costruite per tenere i ricchi sotto sorveglianza.
- Studies in Machiavellianism1970Dove fu pubblicato il Mach-IV. Il capitolo di apertura spiega che il nome fu scelto in parte perché le alternative ovvie erano già in uso.
- ‘Reflections on the Misrepresentation of Machiavelli in Management: The Mysterious Case of the MACH IV Personality Construct’2014La verifica con peer review del Mach-IV rispetto al testo, item per item, citata nella sezione sullo strumento psicologico.
- ‘The Dark Triad of personality: Narcissism, Machiavellianism, and psychopathy’2002
- ‘Psychopathy and Machiavellianism: A Distinction Without a Difference?’2017Modelli a due e a tre fattori si adattano ai dati ugualmente bene, che è il problema centrale del costrutto.
- ‘A Critical Appraisal of the Dark-Triad Literature and Suggestions for Moving Forward’2019
- ‘Measurement invariance tests of revisions to archaically worded items in the Mach IV scale’2019Sulla formulazione datata della scala e sulla sua struttura fattoriale instabile.
- ‘Niccolò Machiavelli’, Stanford Encyclopedia of PhilosophyLa panoramica di riferimento delle posizioni interpretative, compresa la questione repubblicana.
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